A Napoli nasce il “Nuovo Cinema Posillipo”
A dicembre vedrà la luce il “Nuovo Cinema Posillipo”, nato dalle ceneri dello storico cinema il cui ricordo nostalgico è ancora vivo nelle menti degli abitanti del quartiere, e non solo.
Sembra passata un’eternità da quando il Cinema Posillipo chiuse definitivamente, oltre 6 anni fa, ma la lunga attesa sembra anticipare quello che si prospetta come un grande evento. Il merito della rinascita del Cinema Posillipo va al giovane imprenditore Francesco Sangiovanni, classe 1980, che ha preso in gestione la sala nel 2005 e ha creduto fortemente nel suo sogno, nonostante i tanti impedimenti burocratici e non solo, fino a realizzarlo. Come l’imprenditore ci spiega “è un sogno che si avvera e, a dir la verità, da buoni napoletani siamo anche un po’ scaramantici. La mia famiglia vive qui a Posillipo da 5 generazioni e il ricordo del Cinema Posillipo era troppo forte e denso di significato per lasciare che un supermercato o un parcheggio prendessero il suo posto. Appena sono entrato all’interno della struttura ho sentito che questo luogo era nato per lo spettacolo. E’ stata dura portare a termine questa ristrutturazione, ma sono consapevole del fatto che il bello verrà con la riapertura”.
Il “Nuovo Cinema Posillipo” – la cui citazione del celebre film di Tornatore calza a pennello – è una bella scommessa, probabilmente già vinta in partenza nel momento in cui su di esso si rialzerà il sipario, soprattutto perché rappresenta una proposta unica e innovativa nel suo genere a Napoli. La ristrutturazione dell’immobile, trovato in completo stato di abbandono e decadimento, è stata affidata all’architetto Giancarlo Scognamiglio (già progettista di Med Maxicinema e Libreria Feltrinelli) il quale ha dato quel giusto tocco d’innovazione e modernità senza però cancellare il legame fondamentale con la storia del locale (datato 1956). Il locale è stato curato nei minimi particolari: avrà infatti un forte impatto illuminotecnico e un design molto ricercato. La chicca saranno le poltrone pieghevoli che, grazie alla loro collocazione su dei binari, all’evenienza potranno essere inglobate sotto il palco permettendo in questo modo di trasformare la sala cambiandole vestito; ma anche la terrazza con giardini pensili e vista sul mare.
“L’offerta del Nuovo Cinema Posillipo sarà improntata in particolare al cinema d’essai, d’autore e di sperimentazione, con proiezioni in alta definizione, ma la sala – spiega Francesco Sangiovanni – ospiterà anche spettacoli teatrali, musicali e di cabaret, offrendo inoltre la possibilità di organizzare convegni, eventi e cene di gala. Il nostro obiettivo è quello di creare un posto fruibile 24h”. La struttura sarà inaugurata nel mese di dicembre, il tempo necessario per portare a termine le ultime rifiniture, e si rivolgerà quindi ad un pubblico trasversale anche se il progetto ambizioso non nasconde una propensione per un pubblico d’elité. Ma la cosa più importante è che con l’ormai prossima riapertura del “Nuovo Cinema Posillipo” si chiude un altro capitolo amaro per la città di Napoli ridando nuova vita ad uno dei quartieri simbolo della città partenopea, grazie anche alle nuove leve dell’imprenditoria giovanile napoletana.
Alessandro Ingegno
da Corriere del Mezzogiorno

H1N1: il virus mediatico
Per il presidente della Commissione vaccini della Società italiana pediatri l’influenza H1N1 è un virus mediatico e l’attenzione che gli dedicano i mezzi di informazione è del tutto ingiustificata.
“Questo è un virus mediatico”, ha detto il dottor Alberto Ugazio intervistato alla radio Cnr media. “Non discuto il fatto che ci si trovi di fronte a una pandemia e che questa provochi vittime, ma l’esposizione sui mass-media è del tutto ingiustificata”. “Basti pensare che l’influenza stagionale causa un numero di morti dieci volte superiore — sono le dichiarazioni del medico ai microfoni di Cnr media secondo quanto riportato sul sito dell’emittente — E anche tra i bambini la normale influenza causa ogni anno decine di decessi che però non fanno notizia”.
Ieri ha avuto ampio risalto la notizia del decesso di una bimba di 8 mesi, positiva al virus H1N1, all’ospedale Cardarelli di Napoli per una polmonite bilaterale. Sempre ieri il bollettino quotidiano emesso dal ministero della Salute, ha comunicato che i casi stimati in Italia sono 785.000, con 161 ricoveri e 29 decessi sinora, di cui 11 in Campania. La quasi totalità delle vittime aveva patologie gravi pregresse all’influenza: diverse delle vittime erano affette da tumori in fase terminale.
“Anche le ipotesi di una mutazione del virus sono scontate e creano solo allarmismo”, dice il dottor Ugazio. “I pericoli qui sono altri: cominciamo a vedere medici che negli ospedali non riescono ad assistere malati gravi perché i servizi essenziali sono assaliti da presunti malati”.
“Ai genitori ripeto: se il vostro bambino ha la febbre, tenetelo a casa”, conclude il suo intervento alla radio il presidente della Commissione vaccini della Società italiana pediatri.
da Reuters
La via crucis italiana
La sentenza della Corte Europea, che accoglie il ricorso di una madre italiana originaria della Finlandia, non lascia ombre interpretative. La presenza della croce nelle aule scolastiche rappresenta una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le proprie convinzioni e una pesante discriminazione della libertà religiosa dei ragazzi. Il Parlamento italiano, quasi unanime, è insorto. Non solo i soliti cattolici alla Buttiglione, ma anche i paladini delle teorie più modaiole dell’integrazione e del multiculturalismo. Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, parla di laicismo deteriore. Bersani, neo segretario del PD, scomoda addirittura una lezione sulla conflittualità accademica tra il diritto e il buonsenso, contraddizione in cui saremmo incappati, secondo lui.
La reazione italiana e il pronto ricorso sono i sintomi evidenti di uno strumentale utilizzo ora della religione ora della laicità e della smania, questa davvero pericolosa, di seppellire i fondamenti inequivocabili che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa, quindi – mutatis mutandis – tra la scuola pubblica e i principi della Costituzione italiana. Per chi l’avesse dimenticato, la religione cattolica, indubbiamente rappresentativa di cultura e tradizioni nazionali, non è più religione di Stato dalla revisione dei Patti Lateranensi del 1984. E, a chi fosse digiuno di catechismo, sarà bene ricordare che la croce non è semplicemente anzi non è affatto il simbolo di una cultura o di un folclore nazionale.
Alla CEI, che si adira della sentenza, non andrebbe giù un’interpretazione di questo tipo. La croce è tutta la mistica della religione cristiano-cattolica. Il centro della dogmatica e dei pilastri della fede. La croce non è uguale all’icona di Gesù di Nazareth. La croce è Cristo, un chiaro simbolo di fede. Ciò su cui si dirime, non a caso, attraverso sottili sfumature teologiche, la differenza tra le diverse chiese cristiane.
A quale tradizione e cultura da tutelare si riferisce il Ministro Gelmini? Alle meraviglie dell’arte sacra che rendono l’Italia regina di bellezza? Al patrimonio inestimabile della croce rappresentata nelle nostre chiese e nelle innumerevoli opere d’arte? Oppure si riferisce alle processioni, ai riti, ai costumi anche inconsapevoli che la nostra tradizione ha ereditato e assorbito? Peccato che tutto questi non c’entri con i crocifissi appesi sopra le cattedre o con il rito delle preghiere che si celebravano un tempo a fine lezione.
Insomma sarebbe opportuno decidere da quale parte stare, sempre. E non di volta in volta assecondare la teoria che più piace e più procura consensi. La laicità di un paese che si candida a sostenere l’integrazione come unica via di un multiculturalismo pacifico non può diventare ora una teoria, ora il suo esatto opposto. Non esistono interpretazioni controverse. La croce non è solo cultura, ma un richiamo esplicito a una fede particolare che non può accampare visibilità e dominio maggiore di altre solo perché corrisponde anche ad una tradizione. L’errore di questo slittamento, che al Parlamento italiano piace molto, è quello che ha permesso all’Europa di bocciare la nostra visione ridicola del laicismo svelata per quello che è: un dominio all’italiana.
E’, ancora una volta, un’elementare questione di metodo, a fare la differenza. Quella stessa croce, tolta dal muro e portata al collo, non è più elemento di dominio, o richiamo alla supremazia di una fede attraverso la maschera della cultura. In quello spostamento sta l’unica possibilità che nella scuola, i figli di tutti, a partire dalle diverse educazioni e convinzioni, imparino a riconoscere la differenza e a rispettarla. Questo ci aspetteremmo dalla scuola di uno Stato laico. Non un crocefisso per ricordare al bambino musulmano, a quello ateo o al buddista tutto quello cui lui non ha diritto. Nemmeno un simbolo per le sue tradizioni e per il suo dio.
Non è con il pretesto di un simbolo imposto nelle aule di tutti e dello Stato che torneranno a riempirsi le chiese. Non crederà la CEI che facendo di dio la bandiera di questo Paese verranno rimessi i peccati di certa politica. Tutti quelli fatti contro gli ultimi e i bisognosi. E non era questo il monito di un innocente messo in croce dal potere degli uomini? Ma del resto è lontano da questa morale il fuoco che agita gli animi del Parlamento, loro parlano di tradizione. E’ così che una scappatoia per la coscienza rimane sempre. In chiesa e davanti ai cittadini.
Ma io difendo quella croce – da IlFattoQuotidiano
Esorcizzate quel prete – da NonLeggerlo blog
Povero Cristo! – da Micromega
Sottoprodotti dell’era berlusconiana
Quelli che seguono sono brani di interviste agli esclusi del Grande Fratello 10, riuniti in un video della Gialappa’s che impazza su YouTube.
Progetti per il futuro? «Vorrei aprirmi una serie di locali, stare nell’ambito del commercialismo». Personaggi storici preferiti? «A me mi piace Bud Spencer e Terence Hill».
La tua passione? «Di solito faccio viaggi incontinentali. Messico, questi viaggi qua». Se fossi un personaggio storico, chi vorresti essere? «Maldini».
Il tuo motto? «Otto?» Motto. «Morto?». Motto! «Ah, motto. Il mio motto? Normale, come sempre».
Sai chi è il presidente francese? «No. Saccio solo quello italiano. Berlusconi». Sì, ma il presidente della Repubblica chi è? «C’è Berlusconi che è il presidente della Repubblica. Poi c’è il presidente del Consiglio che è Carlo Azeglio Ciampi».
Chi è il presidente della Repubblica Italiana? «Piersilvio Berlusconi». Silvio o Piersilvio? «No, Piersilvio».
Cosa porteresti in un’isola deserta? «I profilattici». In un’isola deserta? «Sì, e poi la compagnia che posso dare agli altri».
Che mestiere fai? «Il barrista». Con quante erre? «Due». Qual è la tua passione? «Faccio bodibidink: sollevo anche sessanta pesi».
Il viaggio più interessante? «L’ondra». Come si scrive in inglese? «L – apostrofo – ONDHON».
Se questi sono gli esclusi, non oso immaginare quelli che hanno preso.
da Il bello della democrazia – Lastampa
Un anno ‘ricco’ di politica in Rete, ma l’Italia taglia i fondi
Tutto è iniziato ufficialmente nel 2008 con la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. E per merito di Barack Obama, che ha sbaragliato i concorrenti (anche quelli interni al Partito Democratico) grazie a Internet. Una svolta non da poco, visto che fino alla precedente tornata elettorale la proiezione in Rete della campagna era vissuta soltanto come una doverosa copertura mediatica: c’erano i discorsi dei candidati (in inglese e spagnolo, per accattivarsi il consenso della numerosa comunità ispanica), le tappe dei comizi e poco altro.
I sostenitori di Obama invece, fin dalla sua discesa in campo, hanno attivato – come movimento politico dal basso – una batteria di siti dove l’obiettivo era quello di raccogliere i finanziamenti alla campagna e coinvolgere i cittadini su temi specifici di discussione: lavoro, economia, politica militare, ecc. Un’azione trasversale che ha permesso al candidato di intercettare allo stesso tempo il voto di protesta (legato più che altro alla crisi) e il determinante consenso della classe media. Cosa è successo invece nel resto mondo?
Dopo le celebrazioni, gli inviti ai convegni, gli incarichi e perfino i premi ai cyberguru del neo presidente americano, l’onda lunga del fenomeno Obama si è manifestata a marzo 2009. In India. Dove per ottimizzare la diffusione on line delle elezioni politiche è intervenuto Google. Un banco di prova davvero impegnativo, visti i numeri sviluppati per il rinnovo della Camera bassa del Parlamento indiano: due mesi di durata, quattro giorni per votare (e almeno altrettanti per lo spoglio), 543 parlamentari da eleggere in 35 stati e territori confederati. E soprattutto settecento milioni di cittadini aventi diritto al voto, che poteva essere espresso on line. (…)
Tra aprile e maggio 2009 il connubio tra Internet e politica sbarca in Argentina, dove la presidente Cristina Kirchner anticipa al 28 giugno le elezioni legislative che avrebbero dovuto tenersi a ottobre. A Buenos Aires arriva Frank Greer, uno degli strateghi di Obama (e in passato consulente di Bill Clinton, Nelson Mandela e Vaclav Havel), per tenere un seminario di marketing politico. Altri guru nordamericani sono assoldati da singoli candidati o partiti.
A organizzarsi in proprio è invece il tycoon emergente Francisco de Narváez detto “el colorado”, ricco per le cospicue eredità commerciali dei genitori e soprattutto proprietario di una televisione molto seguita, América 24, e grande azionista di due quotidiani, l’economico Ambito Financiero e il famoso Clarin. De Narváez puntava alla riconferma del suo posto in parlamento nel collegio della provincia di Buenos Aires e ha aperto due siti: uno per la raccolta fondi (meayudas.com) e l’altro per discutere con gli elettori in suo programma politico incentrato sulla sicurezza, unidosenlaweb.com. Risultato: ha vinto le elezioni battendo l’ex presidente argentino (e marito dell’attuale) Néstor Kirchner.
Intanto negli States Obama continua a manovrare sulla leva del Web: pubblica discorsi su YouTube e lancia siti per sostenere le sue iniziative politiche, come quello aperto a favore della riforma sanitaria. Anche se, secondo una ricerca del Pew Research Center’s Internet & America Life Project, il coinvolgimento politico on line stenta a fare breccia tra gli strati meno agiati della popolazione, mentre fa proseliti nella middle-class. Quella fascia sociale composta da persone che hanno l’assicurazione sanitaria, un’istruzione elevata e un solido conto in banca.
da Cultur-e.it
Nonostante l’importanza giocata al giorno d’oggi da internet e dalla rete nella creazione di aree di discussione e confronto, così come nello scambio d’informazioni in real time l’Italia resta indietro. E’ di oggi la decisione del governo di tagliare i già pochi 800 milioni di euro di investimenti atanziati per cancellare il cosiddetto Digital-divide, quel gap che fa del nostro Paese uno degli ultimi in Europa per copertura e informativizzazione. Ogni volta che c’è da tagliare o da risparmiare, il governo si applica con insensato accanimento terapeutico sui pochi settori nei quali bisognerebbe investire con forza: ricerca, innovazione, le reti, il Web. Nell’Italia dominata dall’informazione diffusa dalle Tv di regime non ci si può aspettare diversamente.
Ottimisti, ma senza banda larga – da Repubblica
In Italia il governo congela i fondi per la banda larga – da LaStampa
Il tappo della democrazia – da Byoblu
Pulizia di Stato
Aldo Bianzino, morto in cella.
Riccardo Rasman, morto dopo intervento della polizia.
Federico Aldrovandi, morto dopo intervento della polizia.
E ora Stefano Cucchi, morto in carcere.
Quanti ne devono morire ancora perché si rendano conto della situazione.
Nelle nostre forze dell’ordine ci sono troppe “mele marce”, è scontato che la responsabilità è di chi seleziona e addestra queste persone. Abbiamo il diritto di avere forze dell’ordine degne di un paese democratico, tutto ciò è assurdo.
Aldo, Federico e gli altri – da Il Fatto Quotidiano
Obama firma legge sull’omofobia
Solamente una settimana fa il Congresso degli Stati Uniti aveva approvato il progetto di legge sull’omofobia, chiamato Matthew Shepard and james Byrd, Jr Act, in memoria di due vittime dell’odio omofobico.
Adesso quella legge entra in vigore, dopo la firma del presidente Obama, che in una conferenza stampa ha rivendicato il valore di questa norma, come uno strumento per aumentare l’uguaglianza e creare una società più unita e solidale. L’esatto opposto di ciò che hanno sostenuto la destra italiana e l’Udc quando hanno cancellato la proposta di legge sull’omofobia.
Le associazioni lgbt americane esultano per questa approvazione; e fanno bene! È la prima volta, infatti, che una legge federale tutela le persone lgbt e riconosce un diritto alla sicurezza per le persone transgender. In base a questa nuova norma, i crimini motivato dall’odio omofobico o transfobico diventano crimini federali e sono perseguiti direttamente dal dipartimento della Giustizia, senza più passare attraverso le polizie locali e gli sceriffi, che troppo spesso hanno chiuso un occhio, e persino due, sui delitti in cui le vittime erano gay lesbiche o trans.
Il predecessore di Obama, George W. Bush, aveva minacciato di veto qualsiasi iniziativa legislativa di questo tipo, che non piace agli ambienti religiosi più conservatori. C’è il timore infatti che la legge possa essere sfruttata per condannare chi pronuncia discorsi contrari all’aborto o all’omosessualità.
da Newsillecito
Pompei rinasce in chiave green, con l’archeo-agricoltura sostenibile
Dopo le difficoltà riscontrate nella stagione turistica appena conclusa, Pompei ha deciso di puntare sul proprio territorio a 360 gradi, in chiave green, per il rilancio dell’immagine dell’intero sito archeologico. Nei primi sei mesi dell’anno gli Scavi Archeologici di Pompei hanno infatti registrato bilanci in rosso con un 12% in meno di visitatori, che significa oltre 110.000 ingressi rispetto allo stesso periodo del 2008.
Ma in cosa consiste il piano di rilancio della nuova Pompei sostenibile? La soprintendenza e la Regione hanno siglato un’intesa che prevede un ampliamento dell’offerta turistica pompeiana anche all’agricoltura biologica, in particolare al vino prodotto proprio nell’area archeologica oltre ad altri prodotti tipici locali dell’area vesuviana. Il vino locale rappresenterà il cuore del progetto di rilancio: l’Aglianico, il Sciacinoso e il Piedirosso a Pompei verranno coltivati negli stessi luoghi dove sorgevano gli antichi vigneti. Agricoltura sostenibile, vino e storia, un mix che promette un roseo futuro per Pompei.
L’area archeologica pompeiana si estende infatti per 66 ettari: 44 sono scavati e i rimanenti sono gestiti dai contadini secondo regole precise come, per esempio, non utilizzare mezzi pesanti o effettuare vangature profonde, e non utilizzare presidi fitosanitari aggressivi a tutela dei resti archeologici. Questo per tutelare una biodiversità che si conserva da 250 anni. Insieme con il vino prodotto negli Scavi come duemila anni fa ci sarà anche spazio per colture che preservano la biodiversità dell’area archeologica, oltre che per la valorizzazione dei prodotti tipici che verranno coltivati.
Il modello pompeiano, definito di “Archeo agricoltura sostenibile”, coniugherà la storia dell’antica Roma, ben rappresentata dai reperti, alla naturalezza dei luoghi e dei prodotti della terra, grazie al vino, trait d’union tra antichità e presente.
Il vino era infatti già apprezzatissimo dagli antichi romani e nell’area vesuviana si trovavano già allora terreni adatti per la coltivazione della vite, c’era la possibilità di lavare le anfore per la conservazione del vino con l’acqua di mare salata, e sul delta del fiume Sarno crescevano le canne per reggere le piante di vite.
Per promuovere l’Archeo agricoltura sostenibile Pompei ha inoltre intenzione di destinare ogni bottiglia prodotta all’interno degli Scavi ad un’ambasciata italiana nel mondo, accompagnata da una serie di eventi e promozioni studiate appositamente per ogni destinazione. L’idea innovativa è stata lanciata dal commissario all’area archeologica di Pompei, Marcello Fiori, in occasione della vendemmia; occasione che ha permesso anche di illustrare in anteprima alle scuole primarie giunte a Pompei per visitare il sito archeologico la mostra “Vinum Nostrum”, un percorso che narra il lungo cammino della vite e della sua diffusione dalla Grecia a Roma antica, grazie anche alle testimonianze uniche che gli scavi di Pompei conservano.
Storia e natura a Pompei si fonderanno permettendo ai visitatori di camminare per quelle strade che oltre 2000 anni fa erano solcate dai Romani, e nel frattempo provare le sensazioni provocate dagli intensi sapori dei vini frutto di quella stessa terra, creando un esperienza sicuramente unica al mondo nel suo genere.
Alessandro Ingegno
da Yeslife.it

Aspettando Copenaghen: ecco come salvare la Terra
Mille punti di disaccordo sparsi nelle 170 pagine della bozza di documento finale. A 41 giorni dall’inizio della conferenza di Copenaghen il quadro formale della situazione non potrebbe essere peggiore. Per evitare che il caos climatico assuma proporzioni devastanti, bisogna tagliare le emissioni serra, cioè il consumo di combustibili fossili e la deforestazione, dell’80 per cento a metà secolo.
Lo scenario politico. L’Europa, che ha sostenuto e vinto la battaglia per la ratifica del protocollo di Kyoto, non può continuare ad andare avanti da sola anche per la seconda fase degli impegni, quelli per il periodo successivo al 2012. Ma Stati Uniti da una parte e il Bric (Brasile, Russia, India, Cina) dall’altra restano in stallo: nessuno dei due blocchi può muoversi senza avere la garanzia che anche l’altro faccia lo stesso ed entrambi hanno problemi politici seri. Il braccio di ferro sulla sanità ha ridotto i margini della Casa Bianca per la trattativa sul clima che vede forti resistenze interne. E i paesi emergenti, dopo aver calcolato quanta dell’anidride carbonica attualmente in atmosfera è venuta dai paesi di prima industrializzazione, ripetono la formula delle “responsabilità comuni ma differenziate”.
Dunque, restando fermi al quadro degli equilibri politici attuali, la partita dovrebbe essere data per persa. Ma c’è un fattore che rompe gli schemi e che sta diventando sempre più importante: il ruolo dell’opinione pubblica mondiale non disponibile ad accettare di veder sparire nell’arco di un secolo l’equilibrio climatico che ci accompagna dal momento in cui il primo essere umano ha piantato un seme nella terra. I due Nobel consecutivi all’uomo politico americano che si è più impegnato per la pace con la natura (prima Gore, ora Obama) rappresentano un segnale chiaro in questa direzione.
E infatti qualcosa comincia a muoversi. L’Europa ha deciso di tagliare le emissioni serra di una quota compresa tra l’80 e il 95 per cento entro il 2050 e potrebbe spingere al 30 per cento l’abbattimento dell’anidride carbonica al 2020. Obama sta accelerando il pressing per ottenere una legge che obblighi gli americani a tagliare le emissioni del 17 per cento al 2020. Il Brasile si è dichiarato disponibile a fermare l’80 per cento della deforestazione in Amazzonia al 2020 e l’Indonesia del 26 per cento. Anche la Cina per la prima volta ha accettato di collegare le emissioni di carbonio al parametro climatico invece che a quello energetico. L’accordo non è impossibile. Ma deve comprendere un impegno che riguardi il prossimo decennio: essere virtuosi al 2050, nel governo dei nipoti, è troppo facile.
Repubblica.it e Wwf ha lanciato l’iniziativa per misurare l’impronta di carbonio. “Capire il proprio legame con la produzione di C02 – afferma il Wwf – è essenziale per poter iniziare una salutare dieta”.
Sentenza Mills, il corrotto e il corruttore
E adesso per Silvio Berlusconi diventa davvero dura. Oggi la seconda sezione della corte d’appello di Milano ha confermato la condanna a 4 anni e sei mesi di reclusione per l’avvocato David Mills, il legale inglese accusato di essere stato corrotto dal premier. Tra quindici giorni verranno depositale le motivazioni della sentenza e a partire dal quel momento le difese avranno 30 giorni di tempo per presentare il loro ricorso in Cassazione. Il rischio concreto è insomma che la suprema corte renda definitiva la condanna di Mills prima che il processo bis contro il Cavaliere sia concluso.
Il nuovo dibattimento che vede imputato il capo del governo per corruzione giudiziaria riprenderà prima di dicembre. La difesa farà di tutto per allungarlo a dismisura, ma è scontato che, in caso di un’eventuale decisione della Cassazione negativa per Mills, i giudici decidano nel giro di poche udienze: finchè la legge non verrà cambiata le sentenze definitive nel nostro ordinamento hanno valore di prova. E se Mills è stato corrotto, il corruttore è Berlusconi.
Il premier, insomma, ha bisogno di tempo. Ma 20 mesi, tanti secondo alcuni calcoli lo separerebbero dall’agognata prescrizione, sono pochi per non pensare di incassare almeno un verdetto di primo grado. Per questo i deputati-avvocati del premier sono già al lavoro. Una soluzione, assicurano, la troveranno. Ma è ormai chiaro che, visto con il senno di poi, il Lodo Alfano, anche per Berlusconi, è stato un madornale errore.
da Il Fatto Quotidiano
La spudoratezza del corruttore è inqualificabile, lo sappiamo. Mentre avverte sul nuovo libro zerbino di Bruno Vespa che in cassazione David Mills sarà assolto, mette le zampe avanti: “Anche se sarò condannato non mi dimetterò“. Come non credergli visto che Mills ha già avuto due condanne?
Del resto anche il sindaco berlusconiano di Palermo Cammarata non si è dimesso dopo che due presidenti di seggio sono stati condannati per aver falsificato le schede elettorali, che lo hanno fatto vincere su Leoluca Orlando. I brogli elettorali nel capoluogo siciliano denunciati dal deputato dipietrista sono così confermati.
Anche la sindaca di Milano Letizia Moratti, dopo la condanna della corte dei conti per le assunzioni d’oro non si è dimessa.


























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