Sta finendo l’era del Pil? Ben venga

In un articolo apparso su Repubblica il 7 agosto, ‘Il Parlamento riapre, l’ira bipartisan dei deputati’, si evidenziava la contrarietà dei nostri dipendenti del Parlamento rispetto alle ferie cancellate a causa della tempestaeconomico-finanziaria che si è abbattuta sul mondo Occidentale.

All’interno dell’articolo però, tra una Nunzia de Girolamo inviperita e una Lanzillotta di ferro, ecco spuntare un commento sull’attuale situazione dell’Occidente, da parte del pidiellino Mario Baccini, a dir poco rivelatore: “Qui si sta esaurendo l’era del Pil”. Un’affermazione da titolo, ma non per Repubblica.

L’economia occidentale come sappiamo si basa soprattutto su un indice, il Pil, Prodotto interno lordo. Sulla base di questa grandezza le economie degli Stati possono dichiararsi ricche o meno ricche e, in tempi di crisi come questi, possono essere considerate affidabili o meno affidabili in relazione alla propria solvibilità e alla capacità di ripagare il debito sovrano detenuto da investitori (privati o pubblici che siano). L’Italia – in sintesi, parlando da non economista (che di questi tempi non è poi così un male) – , alla luce del proprio debito elevato, è ritenuta poco affidabile dai suoi creditori proprio a causa del basso Prodotto interno lordo prolungato nel tempo. La bassa crescita economica non rassicura gli investitori e i creditori, e l’Italia si ritrova risucchiata in un circolo vizioso dal quale sembra difficile uscirne. Il Pil è una grandezza che al suo interno contiene vari indici. Tra questi uno fondamentale è quello del consumo delle famiglie, consumo che comprende, ad esempio, quello della benzina, o l’acquisto di beni – utili o futili che siano -. Ma anche la produzione di armi, i rifiuti prodotti dal consumo, il costo della criminalità, l’inquinamento e gli incidenti stradali.

L’Italia ha avviato negli scorsi mesi lo studio per la creazione di un indicatore alternativo al Pil, da introdurre in maniera sperimentale a partire dal 2012. Forse sarebbe il caso di anticiparne l’introduzione e smarcarsi dal meccanismo perverso del Prodotto Interno Lordo, prima che sia troppo tardi. Si potrebbe prendere spunto dal Genuine Progress Indicator (GPI), in italiano “indicatore del progresso reale”, che ha come obiettivo la misurazione dell’aumento della qualità della vita distinguendo con pesi differenti tra spese positive (perché aumentano il benessere, come quelle per beni e servizi) e negative (come i costi di criminalità, inquinamento, produzione di rifiuti); oppure da un altro indice, simile al GPI, il Prodotto interno lordo verde, introdotto da alcune province cinesi, che tenga conto delle energie non inquinanti in una fase in cui il petrolio a disposizione è in diminuzione causandone inevitabilmente l’aumento del prezzo.

Nel 1968 Robert Kennedy, nel suo discorso sul Prodotto Interno Lordo, disse: “Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette. (…)
Il PIL comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, (…) si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese”.

Archiviare l’era del Pil introducendo nuovi misuratori potrebbe essere visto come un escamotages, ma a fin di bene. Per l’economia e per la nostra qualità della vita.

Anche perché, come sostiene Pierangelo Dacrema nel suo libro ‘La dittatura del Pil’, il prodotto interno lordo è ormai “più un freno che uno stimolo allo sviluppo”.

da Il Punto Magazine

Annunci
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: