Rivoluzione de Magistris: chi c’è dietro il trionfo dell’ex pm?

Luigi de Magistris, sorprendendo anche (e soprattutto) i più esperti e navigati analisti politici, è diventato il nuovo sindaco di Napoli. L’ex magistrato era già noto al grande pubblico dal punto di vista mediatico, ma la vittoria elettorale è stata possibile anche grazie al suo team. Chi c’è dietro la sua conquista di Palazzo San Giacomo? Innanzitutto il fratello Claudio de Magistris, che lo ha supportato grazie alla sua esperienza nel settore dell’organizzazione di eventi e in qualità di web 2.0 specialist; poi il videomaker Alessandro di Rienzo, l’agenzia Milagro, la portavoce personale di de Magistris Marzia Bonacci e l’addetta stampa Sara Mangieri. Cinzia Sammarco e Sarah Terracciano si sono occupate della gestione dell’agenda.

Il ruolo di spin doctor è stato affidato ad Alessio Postiglione: 33 anni, politologo, assistente europarlamentare di de Magistris, editorialista di Repubblica. La linea politico-comunicativa della campagna di de Magistris è in gran parte merito suo. Il Punto Magazine lo ha intervistato per analizzare insieme cosa c’è dietro la rivoluzione arancione partenopea.

De Magistris è diventato sindaco sorprendendo anche i politologi locali e nazionali più esperti. Com’è stato possibile questo ‘miracolo’? Aver avuto sin dal principio tutti contro (partiti, poteri forti, gli altri candidati, classe dirigente) ha fatto si che la gente vedesse in lui l’unico vero cambiamento?

Le forme della rappresentanza politiche sono cambiate. Il web 2.0 e le primarie dimostrano che gli italiani hanno voglia di un nuovo modo di partecipare. Oggi, un politico deve confrontarsi con un nocciolo duro, quantitativamente esiguo ma qualitativamente qualificato, di nuovi cittadini; internauti e consumeristi che si informano attraverso i media non convenzionali, sensibili sui diritti di nuova generazione, desiderosi di un vero coinvolgimento, sospettosi verso i partiti tradizionali, e che frequentano i nuovi luoghi della democrazia come i comitati e le associazioni. De Magistris ha, da sempre, parlato a questo popolo, ma ha affiancato questo tipo di mobilitazione “postmoderna” con i canali tradizionali; attraverso il dialogo con i partiti, ad esempio, e battendo la città palmo per palmo con i comizi, come si faceva un tempo.

Questo mix di avanguardia e tradizione, alla fine, è stata la formula vincente che gli ha permesso di capitalizzare un profitto elettorale pur avendo contro vari blocchi di potere e, almeno al primo turno, molti giornali. In questo modo, de Magistris ha rappresentato sia quei giovani che si astenevano, sia quell’elettorato tradizionale, deluso dalla politica politicante. La sua proposta è stata giudicata realmente innovativa, infine, perché la sua biografia lo rendeva un personaggio credibile.

Sia tu che de Magistris siete stati per 2 anni al Parlamento europeo. I vostri avversari vi hanno più volte accusato di non conoscere la realtà cittadina. Possibile che questa lontananza vi abbia permesso di avere una visione più nitida della situazione partenopea rispetto agli avversari?

 

Avevamo una visione nitida, ma non perché fossimo lontani. De Magistris, da quando è diventato politico, ha fatto molti eventi a Napoli. Non bisogna dimenticarsi che egli è un napoletano che ha studiato e lavorato nella sua città; e questo legame non è venuto meno neanche quando ha fatto il pm in Calabria o l’europarlamentare a Bruxelles.

Durante questa intensa campagna elettorale de Magistris ha più volte ripetuto di aver trovato una città affranta, senza motivazioni, spenta. Come siete riusciti a trasformare questo scoramento in voglia di partecipazione attiva e soprattutto come avete fatto – in così poco tempo e con risorse economiche modeste – ad entusiasmare i giovani così disincantati dalla politica?

Io credo che queste pazze elezioni abbiano dimostrato che i napoletani sono dei cittadini pronti a mobilitarsi quando ricevono una proposta politica autorevole, da parte di qualcuno che è realmente credibile in forza della propria storia personale. Poi, ovviamente, il segreto è stato comunicare questa proposta in modo efficiente. Io credo che quel mix di avanguardia e tradizione a cui facevo riferimento sia il segreto del successo di de Magistris. Ha mobilitato sia i giovani e donne, attraverso i social network e la rete, sia le frange più popolari della città, passeggiando nei quartieri e nei mercati. Un linguaggio sincretico ed universale che ha toccato cuore e cervello dei napoletani.

La strategia comunicativa di de Magistris, tra il primo e il secondo turno, è cambiata. Nei numerosi dibattiti, comizi e confronti elettorali che hanno preceduto il primo turno focalizzava i discorsi su pochi concetti chiave: «Faremo in modo che a Napoli il lavoro non sia più un favore concesso dai potenti ma creeremo le condizioni affinché il lavoro diventi un diritto», l’equazione «Lettieri prenditore di soldi», e ancora «dietro Lettieri c’è l’ombra di Cosentino», «spezzare il legame politica-camorra». Nella seconda fase la sua comunicazione è invece apparsa più moderata e pragmatica…

 

Queste due strategie rappresentano un fenomeno fisiologico perché nel primo turno si tende a mobilitare gli elettori sui valori e sui principi. Al secondo turno, invece, si devono conquistare gli indecisi con proposte concrete rispetto ai bisogni dei cittadini. Si è trattato di coniugare il voto di opinione con la rappresentanza degli interessi.

Sin dall’inizio, de Magistris è parso come il “comunicatore emozionale” in grado di creare una nuova militanza, “il popolo arancione”. Ma, contemporaneamente, ha fatto appello al voto dei moderati su basi utilitaristico-razionali, sostenendo che a Napoli lo scontro non fosse destra-sinistra ma buon governo contro pressappochismo e cricche. Il cambiamento principale, fra primo e secondo turno, secondo me, è stato però passare da un linguaggio più razionale, che disegnava ragionamenti inerenti “il partito trasversale della spesa pubblica”, ad una koinè emozionale, declinata con l’arcinoto “amme scassate”, che ha permesso a de Magistris di empatizzare con i ceti più popolari che preferiscono il vernacolo alla disquisizione da principe del foro.

Un ultimo pensiero rivolto al tuo omologo che, fino a pochi giorni prima del ballottaggio, si è occupato della strategia comunicativa di Gianni Lettieri, Claudio Velardi. Ha abbandonato la nave prima che affondasse? O abbandonandola ha contribuito a farla affondare?

Velardi è un professionista di fama. Non so quanto lo staff di Lettieri abbia seguito i consigli dello spin doctor dalemiano fino in fondo o se la sconfitta sia maturata perché egli non sia stato adeguatamente ascoltato. Rilevo, però, che la campagna di Lettieri abbia portato da subito il demagogico “ma anche” veltroniano a livelli parossistici. Non puoi tenere insieme l’appello degli ex di Antonio Napoli “ma anche” Casa Pound. Così l’operazione di far percepire Lettieri come l’imprenditore pragmatico che può essere votato dall’intelligencija di sinistra fallisce miseramente.

Alessandro Ingegno

da Il Punto Magazine

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