Wikileaks: complotto contro Berlusconi, o un bivio per l’Italia?

Chi c’è dietro al fondatore di Wikileaks, Julien Assange? E’ veramente mosso dal principio della trasparenza o è uno dei tanti strumenti a disposizione di burattinai occulti? Non c’è dubbio che il potere nelle mani di quest’uomo sia enorme vista la spasmodica attesa globale, per non dire ansia, che nei giorni scorsi ha accompagnato la pubblicazione dei dispacci riservati ottenuti da gole profonde. Proprio da questa sovraesposizione mediatica dal target globale nascono alcuni dubbi sui reali fini dell’operazione, e alcune personali riflessioni di fantapolitica.

Osservando, sia in chiave internazionale che in chiave italiana, la pubblicazione di questi documenti la strategia ha diverse letture. Una personale interpretazione mi spinge a vedere in queste rivelazioni, da un lato, delle indicazioni in vista di un posizionamento – o riposizionamento – di due blocchi contrapposti. Dall’altro un avvertimento ad alcuni paesi. Ma andiamo con ordine.

Diamo per scontato che a manovrare Assange e i documenti in suo possesso sia l’America (difficile che sia direttamente l’amministrazione Obama, più probabile che questo lavoro sporco sia orchestrato da qualche nemico – o tale – dei democratici, desideroso di mettere in difficoltà il lavoro diplomatico del presidente americano fornendo indiscrezioni imbarazzanti). E consideriamo il mondo diviso in due blocchi contrapposti, come in una sorta di scacchiere: il primo blocco israelo-statunitense, il secondo russo-cinese, con l’Europa in mezzo. Ed in mezzo anche alcuni stati che, a causa di decisioni di politica estera contraddittorie, hanno posizioni ambigue e fungono da ago della bilancia. Tra questi la Turchia e l’Italia. Tornando al blocco statunitense gli Stati Uniti sapevano con largo anticipo il contenuto dei file in possesso di Wikileaks, e hanno potuto dettare i tempi della pubblicazione di alcune dichiarazioni in anteprima, attraverso alcuni giornali come il New York Times: “America sotto choc per l’elezione di Ratzinger”; indiscrezioni sul premier turco Erdogan definito dai diplomatici Usa “una persona che odia Israele”, e contro il quale – puntualmente – viene annunciata la presenza di “documenti che testimonierebbero la presenza di conti intestati a lui in Svizzera”; la denuncia di Israele che parla di ”eccessiva morbidezza di alcuni istituti bancari italiani nell’applicazione di sanzioni finanziarie all’Iran”.

Anche Berlusconi e Frattini avevano avuto delle anticipazioni. Non a caso qualche ora prima della pubblicazione si sono affrettati ad annunciare l’esistenza di “un piano contro l’Italia. Una strategia per danneggiare la nostra immagine sul piano internazionale”.

Ed in effetti i documenti pubblicati da Wikileaks parlano chiaramente di Stati Uniti preoccupati dalle posizioni di Silvio Berlusconi, e quindi del nostro Paese, durante la guerra tra Georgia e Russia del 2008 e dagli accordi tra Eni e Gazprom, agevolati dal forte asse Berlusconi-Putin, sul gasdotto South Stream.

L’esternazione dei diplomatici americani su un Berlusconi “portavoce di Putin” non sono quindi casuali e la diffusione di queste voci potrebbe essere letta come una volontà, da parte degli Stati Uniti di mettere l’Italia di fronte ad un bivio, sotto i riflettori globali forniti da Wikileaks: o con noi, o contro di noi. O nella nostra sfera – mantenendo lo status quo raggiunto dal dopoguerra ad oggi –, o nella sfera russa.

Tutto ciò, forse casualmente, avviene in contemporanea con massicce proteste di piazza che, utilizzando come pretesto la riforma universitaria, puntano alla caduta del governo italiano. Proteste che ricordano da vicino lo stile delle rivoluzioni colorate dei paesi dell’est Europa, dove i regimi filo-russi sono stati rovesciati da rivolte di piazza. In tutto questo l’informazione italiana – quella non filo-berlusconiana – proprio nelle ultime settimane ha incrementato le critiche alle politiche del governo prendendo di mira i punti deboli del presidente del Consiglio: il miracolo fallito dei rifiuti, i legami con la mafia di uomini molto vicini a lui, la vita sregolata del Premier. Ma senza un netto voltafaccia dell’opinione pubblica al Premieri – ancora fortemente influenzata dall’intatto potere mediatico di Berlusconi – l’ultima risorsa di questo piano di mantenimento dello status quo dell’Italia sembra essere la componente finiana. Sono loro che, il 14 dicembre, avranno l’onere e l’onore di decidere, il destino dell’Italia giunto oggi al bivio dopo anni di politica estera ambigua. Sempre che i mercati, e la speculazione finanziaria – anch’essa dagli oscuri manovratori –, siano disposti ad attendere la lentezza del decisionismo politico italiano.

Alessandro Ingegno

da Il Punto Magazine


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