Pensiero per Norman Zarcone

Norman Zarcone era un mio coetaneo di Palermo. Il 14 settembre 2010 ha deciso di togliersi la vita, nonostante gli ottimi risultati conseguiti all’Università di Lettere e Filosofia e nonostante avesse tutta la vita davanti. Si è saputo che il tragico gesto di Norman sarebbe stato causato dall’incertezza per il suo futuro professionale, dall’inaccessibilità del mondo del lavoro , anche per quelli laureati e con il massimo dei voti. Il colpevole è, genericamente, una società ingiusta, chiusa, che, oltre a diffondere disagio tra i giovani i quali non trovano sbocchi all’altezza delle competenze acquisite durante il percorso di studi, allontana sempre più i giovani dai propri coetanei. La precarietà del presente e del futuro fa paura, anche perchè a questa si sommano tante piccoli muri che separano i giovani senza farli incontrare. Perchè il futuro fa meno paura nel momento in cui ci si accorge che non è la sola realtà, ma è condivisa da migliaia di altre persone, e ha dei responsabili, e soprattutto che insieme la si può cambiare. Sarà anche retorico e scontato puntare il dito contro la classe politico-dirigente di questo paese – e non me ne frega nulla se più di destra o di sinistra – che da 20 anni ha immobilizzato la nostra società parlando di sè stessa ,dei suoi problemi, e di-visioni immaginarie, incapace di proporre soluzioni al dramma del lavoro giovanile, aiutata da quella stessa informazione che ieri – a parte giornale locale – ha ignorato la notizia del suicidio di Norman. Forse per evitare di dire l’amara verità. Ma è così.

Abbiamo mai sentito uno dei nostri politici dichiarare “ok ragazzi, abbiamo sbagliato, vi abbiamo preso in giro con corsi di laurea truffa che non garantivano alcuno sbocco nel mercato del lavoro. Vi abbiamo ingannato, e per questo chiediamo scusa e ci facciamo da parte”. Mai. Ma neanche troppo spesso sentiamo dire a giovani che a cambiare lo stato delle cose dobbiamo essere noi, che non si può attendere sempre che siano i “grandi”, in questo paese per vecchi, a dirci cosa, quando, come e dove farlo per vivere. E’ ai giovani che tocca riprendersi il futuro che hanno tolto a Norman e che stanno rubando a tutti noi. Per questo, e mi permetto di dirlo con tutto il rispetto del mondo, Norman, con il suo geste estremo, ha sbagliato.

La parentopoli dei prof nelle Università italiane – da Repubblica

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    • mose
    • 19 settembre 2010

    Per Norman
    Mi spiace, mi spiace davvero non averti conosciuto….con le mie parole non sono in grado di dirti nulla e quindi ti dedico un passo dell’Apologia…,
    Platone,L’Apologia di Socrate.
    Socrate:
    Ciò che mi è venuto a mancare non sono stati gli argomenti, bensì l’audacia e l’impudenza e la volontà di non dire cose che vi sarebbero state gradevolissime ad udire, piangendo e lamentandomi e facendo altre cose indegne di me, ma alle quali altri vi avevano abituati. E come poco fa non credetti di fare cosa indegna per paura del pericolo, così ora non mi pento di essermi difeso così; anzi preferisco assai più volentieri essermi così difeso, e morire, che difendermi in quell’altro modo, e vivere…..[…}
    Quanto a me, se tali cose sono vere, preferirei morire mille volte. Oh! quale meravigliosa conversazione sarebbe la mia quando mi imbattessi in Palamede e Aiace il telamonio e in qualche altro dei tempi antichi morto per ingiusto giudizio! Raffronterei la mia sorte alla loro; e ciò penso sarebbe per me motivo
    di dolcezza. E soprattutto amerei trascorrere il tempo ad esaminare ed interrogare quelli di là, come sono solito esaminare questi di qua, per scoprire chi di loro è sapiente e chi invece crede di esserlo e non lo è affatto. Quanto, infatti, non pagherebbe ciascuno di voi, o giudici, per interrogare colui che guidò l’esercito contro Troia, o Ulisse, o Sisifo, o tanti altri uomini e donne che potrei nominare? Quale inesprimibile beatitudine sarebbe parlare con loro, vivere in loro compagnia, esaminarli! Non avverrebbe di certo, a causa di codesto esame, che quelli di là mi uccidessero, poiché oltre ad essere per molte ragioni più felici di noi, sono ormai immortali per tutto il restante tempo, se è vero ciò che si dice.
    Ciao Norman

    • Sandro ZARCONE
    • 21 settembre 2010

    Caro Norman, ti scrivo
    di CLAUDIO ZARCONE Stavo scrivendo in questi giorni il mio ultimo libro di riflessioni sulla vita. Scrivevo che dio si manifestava in me attraverso i miei due figli, autentica luce dei miei occhi.
    Dicevo anche che per me dio suonava il basso elettrico, lo stesso strumento che suonavo io da giovane.
    Con la morte di Norman ho capito che dio ha le corde del basso scordate, farebbe bene ad accordarle per evitare altro dolore ad altri padri di famiglia.
    Norman viveva per la filosofia e per la musica, non era un depresso o un fragile come magari qualcuno vorrebbe farlo passare (che idiozia): egli aveva, semmai, una dimensione civile ed eroica della vita.
    Norman ha avuto due “attributi” grossi così. Ci vogliono “attributi”, infatti, per vivere e morire come ha fatto mio figlio, io non ci riuscirei. Ci vogliono coglioni per immolarsi per una causa, che esula dalle aspirazioni individuali e che invece riverbera una condizione collettiva. Tu non volevi guadagnare stipendi esorbitanti o diventare a tua volta un barone universitario – me lo dicevi sempre – tu volevi dedicarti agli altri nel nome della filosofia e della verità, per 1200euro al mese.
    Lo studio, la lode, la filosofia come faro per orientarsi nella vita, la musica per esprimere i segnali che provenivano dal tuo profondo, a differenza di altri che – la scoperta è di questi giorni ad Economia a Palermo – si facevano caricare degli esami mai sostenuti, da alcuni amici che lavoravano nelle segreterie dell’università. Tutto l’opposto. Norman studiava otto ore al giorno, anche nove, dieci, non era un bamboccione e per guadagnarsi qualche spicciolo faceva anche il bagnino, a venti euro al giorno, per dodici ore al giorno. Ultimamente si portava dietro, approfittando della mezz’ora di pausa, “La costruzione logica del mondo” di Rudolf Carnap (la sua tesi di dottorato era infatti sul rapporto fra linguaggio ed epistemologia). Trovava sempre il tempo di studiare perché lo studio per lui non era un obbligo, una fatica, una rottura, ma era la sua dimensione esistenziale, insieme alla musica (e negli ultimi anni anche il giornalismo d’inchiesta). Faceva il bagnino per apprendere “l’etica del lavoro”. Questo mi diceva.
    Gli amici lo chiamavano “Zuzzurellone”, a dimostrazione che Norman fosse un giovane  scherzoso, innamorato della vita, non un depresso o giù di lì. Pieno di vita, capace, lo ha definito il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Vittorio Corradino, quando mi ha consegnato la tessera del collega Norman.
    La sua morte – e lui lo aveva confidato agli amici – voleva essere un gesto eclatante, un messaggio indirizzato alle baronie universitarie che avvelenano in cervelli più puri e veri, come quello di Norman, il quale in questi giorni aveva composto la colonna sonora di un documentario filmato da un giovane regista.
    L’enigma del mago. Un paio di giorni prima di morire Norman aveva mandato questo sms ai suoi amici, tutti, contenente un enigma: “Un mago, il quale che non sbaglia mai le sue previsioni, prevede durante un sogno la sua morte, che sarà per impiccagione. Il giorno seguente il re decide di eliminare dal regno ogni forma di pena di morte, però tranne quella per impiccagione. A tal punto, il mago, preoccupato, escogita un piano per cercare di salvarsi. Va dal re e preannuncia che, se non eliminerà ogni pena di morte, compresa quella per impiccagione, lui, cioè il re stesso, morirà impiccato: questa la sua visione. Il re intimorito elimina tutte le pene di morte. Il mago sarà finalmente salvo oppure sarà vittima del corso di eventi che ha appena costruito e determinato?”.
    Norman ha poi spiegato ai suoi amici sbigottiti questo: “Ognuno è artefice del proprio destino». Questa la sua grande, ultima lezione di filosofia. Norman era la razionalità filosofica e la genialità dionisiaca della musica.
    Il mio povero e geniale figlio, che con lui si è portato dietro il mio spirito, la mia religiosità dai mille volti, la mia vita in breve, è stato paragonato a Jan Palach, il giovane cecoslovacco che si diede fuoco a piazza S. Venceslao, a Praga, per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici nel 1968.
    Norman come Jan, dunque. Un eroe che ha sacrificato se  stesso per denunciare un sistema baronale che avvelena le coscienze e mortifica le aspirazioni dei più studiosi. “Sangue mio” sei morto da eroe, per non prostituire la tua coscienza e per evitare che altri lo facciano.
    Sei morto per riaffermare forte il tuo diritto alla libertà e all’indipendenza intellettuale, cose, queste, che ti avevano negato le solite, ormai troppo note, baronie universitarie che ti avevano isolato come un corpo estraneo, quantunque possa magari opinare il barone di turno o il suo servo prediletto (ve ne sono tanti, forse troppi).
    Tu sei morto ed io sono morto con te “Zuzzurellone mio”, e forse la colpa è mia che ti avevo educato alla filosofia e ai valori di legalità nei nomi di Falcone e Borsellino. Io che ti avevo insegnato il giornalismo d’inchiesta e che tu volevi praticare, tra le altre cose, in un quartiere difficile come Brancaccio.
    Ricordi, Norman? In questi giorni avevamo scritto insieme una canzone dedicata a Falcone e Borsellino, avremmo dovuto inciderla a giorni, ma hai preferito anticipare tutto: la tua vita, la mia vita, quelle di tua madre e tuo fratello che vedo spegnersi ogni minuto che passa.
    Ti hanno tolto il futuro, figlio mio, luce dei miei occhi. Occhi, i miei, che ormai non vedono più. Solo buio.
    La domenica, il mercoledì di Champions, come vedremo con tuo fratello le partite dell‘Inter?
    Tu hai scritto che “la libertà di pensare è anche la libertà di morire, che equivale poi a vivere”.
    Amavi troppo questo mondo, con tutte le sue imperfezioni, ma hai voluto dare un segno fortissimo – troppo forte vita mia benedetta – per dire il tuo “no” alle prevaricazioni e all’assenza di merito.
    Non lo dovevi fare, eri troppo bravo e ti dicevo sempre che alla fine i bravi emergono.
    Ma non mi hai creduto, come avviene spesso che i figli non credano ai genitori.
    Ti vogliono intitolare un’aula della tua università: rimarrai famoso a vita, e gli studenti che entreranno in quell’aula a tuo nome si ricorderanno di chi è stato Norman Zarcone. Si ricorderanno dei tuoi coglioni grossi così.
    Purtroppo in Italia, i riconoscimenti devono essere sempre postumi, come postumo sei diventato tu.
    Ed io, ora che faccio?

  1. La ringrazio per la sua toccante testimonianza gentile Sig. Zarcone. Grazie.

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