Giornalisti precari: il record della Campania

Serena ha 35 anni, una laurea, due specializzazioni e un master. In dieci anni ha firmato migliaia di articoli e dice: “Mai ricevuta retribuzione da una delle tante testate napoletane per le quali ho collaborato. Quando chiedevo un minimo di rispetto, mi rispondevano: “Tu sei piccerella ancora (a 30 anni?)…Ringrazia a Dio che stai in pagina, se non ti sta bene c’è la fila di chi si accontenta di nulla”. Mena invece di anni ne ha 37: “Il mio guaio è quello di essere giornalista professionista. Me lo spiegò il mio ex direttore.

Quella mattina m’ero stancata di elemosinare la cospicua somma di 300 euro che il giornale sborsava, se andava bene, ogni tre mesi. Così decisi di spedire il mio curriculum a un grande quotidiano locale, col quale ora collaboro da cinque mesi a queste condizioni: apertura della partita Iva, 25 euro lordi ad articolo, retribuzione ogni due mesi ma per un massimo di 15 articoli al mese (perché c’è sempre il guaio che sono professionista).Finora ho guadagnato duecento euro al mese, con la speranza che le cose cambino. Difficile, però, se in questo mestiere si andrà avanti sempre per cooptazione”. Pasquale invece è più giovane, ha iniziato a fare il cronista quattro anni fa. “Ho imparato tutto sul campo, nessuno mi ha insegnato o consigliato nulla. Ho seguito tutta la faida di camorra della periferia Nord di Napoli, pagandomi da solo telefono e benzina. Poi il mio giornale è fallito e addio tesserino e riconoscimento del lavoro svolto”. Risultato? “Non ho mai avuto un euro ne un contratto, e nemmeno un pezzo di carta che attesti chi sono, che lavoro faccio e per chi. Quando vado su una notizia di nera, i poliziotti mi chiedono il tesserino e siccome non ce l’ho mi allontanano”.

Olimpia, 28 anni, ha investito i risparmi familiari in una scuola di giornalismo: “La ritenevo l’unica chance per il mio futuro. Due anni di sveglie alle 6 e ritorno a casa alle 19. Oggi continuo a collaborare gratis con lo stesso free press che mi ha fatto diventare pubblicista. L’unica mia entrata è un progetto in una scuola di confine, nel frattempo cerco concorsi per uffici stampa e invio raccomandate ovunque. Se guardo indietro i miei occhi si riempiono di lacrime perché penso di aver sbagliato tutto”.

Serena, Mena, Pasquale e Olimpia sono nomi di fantasia. Ma le loro storie, purtroppo, sono vere.

Le ha raccolte un gruppo di giovani e intraprendenti cronisti più o meno contrattualizzati,riuniti nella sigla C o o rd i n a m e n t o dei giornalisti precari della Campania, e le ha allegate a un dossier sul precariato dell’infor mazione campana e sulle truffe dei corsi-fantasma che ti promettono di diventare giornalista in un giorno” che sarà presentato domani alle 10.30 presso la libreria Ubik. Il Coordinamento ha un logo: la Mehari di Giancarlo Siani, il precario che tutti i giornalisti dovrebbero tenere a mente. Gli autori dell’inda gine non sono organici al sindacato e in questi mesi si sono riuniti dove capitava, persino nelle catacombe del rione Sanità. Hanno elaborato le statistiche attraverso questionari inviati per email e trattati con la garanzia dell’anonimato. Ne è venuto fuori un dossier che dipinge un quadro coerente a una Napoli capitale indiscussa della disoccupazione e della finta formazione, in cui dominano sfruttamento, illegalità e raccomandazioni, anche all’interno di aziende editoriali e televisive che godono di milioni di euro di contributi pubblici. Secondo l’inchiesta, il 13% dei giornalisti precari locali – abusivi, freelance, collaboratori, stagisti, tutti comunque impegnati sul campo dalle 8 alle 12 ore al giorno – non guadagna neanche un euro e lavora gratis perché spera un giorno di essere assunto, o per conquistare il mitico ‘tesser ino’, in barba a una legge che imporrebbe di essere retribuiti per potersi iscrivere all’Ordine. Un altro 23% è privo di redditi, ma perché completamente disoccupato. Il 37% si colloca nel range da 0 a 500 euro mensili. Il 17% dice di guadagnare tra i 500 e i 1000 euro. Solo un 10% di fortunati supera la soglia dei 1000 euro. E il 94% non è iscritto al sindacato. “Circostanza – af ferma Ciro Pellegrino, animatore del Coordinamento – che ci ha fatto porre una domanda scomoda: ma forse il sindacato non fa abbastanza per questi precari? Ora stiamo concludendo uno studio-inchiesta sulla formazione-truffa: per mesi abbiamo contattato corsi di giornalismo che “vendono” letteralmente (con costi che vanno dai 300 ai 3mila euro) il percorso per diventare giornalista pubblicista. Finisce che devi comprarti il tesserino.

E’ il mondo capovolto: bisogna pagare per trovare notizie.

Siamo l’unica categoria che si vede rinnegati due articoli della Costituzione: il 1 sul diritto al lavoro, il 21 sul diritto ad una libera stampa: in questo contesto, non possono nascere dei giornalisti con la schiena diritta”.

da Il Fatto Quotidiano

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