Un “mare” d’affari: la privatizzazione dell’acqua in Italia

A cinque giorni fa risale l’entrata in vigore dell’ultimo provvedimento governativo in tema di privatizzazione dei servizi pubblici locali. Nella mattinata del 18 settembre scorso, il Consiglio dei Ministri approvava in via definitiva il decreto legge di applicazione degli obblighi comunitari europei. Tra le norme contenute nel decreto, l’obbligo di apertura al mercato privato per la fornitura dei servizi pubblici locali. Di tutti i servizi di pubblico interesse. Servizio idrico compreso.

La strada è ormai segnata per i sostenitori del criterio “acqua bene pubblico”: il mantenimento pubblico dei servizi idrici locali sta giungendo alla sua fine. A breve tutti gli enti comunali e regionali dovranno predisporre tutte le misure necessarie per garantire ai privati la fornitura del servizio dell’acqua corrente.

I tanti detrattori della logica liberista applicata alle risorse naturali sperano in una possibile, miracolosa, sostanziale modifica in questi giorni durante la discussione parlamentare del provvedimento (che in quanto decreto legge richiede l’approvazione entro 60 giorni dalle due camere).

Sperano in un possibile successo di qualche emendamento “pubblicizzatore” da parte delle opposizioni. Una speranza del tutto infondata, dal momento che in Parlamento in passato, in un passato molto recente, si è raggiunta una formidabile unanimità proprio sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, a dispetto dei proclami di piazza fatti da Italia dei Valori e Lega Nord.

L’intero Parlamento è, nei fatti, favorevole all’apertura del servizio idrico al mercato. Lo ha stabilito con chiarezza poco più di un anno fa, nel luglio 2008. Alle camere era in discussione il decreto-legge 112, il collegato alla Finanziaria famoso per i numerosi tagli operati a danno di tribunali, forze dell’ordine, scuole, ospedali e università. Al suo interno spiccava l’articolo 23-bis, l’articolo che imponeva, per la prima volta in Italia, l’apertura ai mercati e alle gare d’appalto per privati per la fornitura dei servizi locali di pubblico interesse (trasporti, acqua, rifiuti ed altri ancora).

La formulazione originaria dell’articolo imponeva, senza alternative, l’apertura di gare d’appalto per le aziende private. Fu solo grazie al provvidenziale emendamento del leghista Fugatti se fu concessa, ma solo in condizioni eccezionali e previa motivazione che ne dimostrasse l’impossibilità di affidare il servizio ai privati, la gestione di tali servizi pubblici locali in house, ovvero alle ditte pubbliche municipalizzate o a ditte con capitale misto pubblico-privato.

Le opposizioni formularono un solo emendamento di contrasto durante la discussione in Commissione Bilancio: una proposta a firma dell’onorevole Linda Lanzillotta (Partito Democratico) che ricalcava nella sostanza l’articolo proposto del governo, ma che escludeva dalle assegnazioni senza gara d’appalto le ditte a capitale misto. Nessun emendamento per escludere il servizio idrico dalla privatizzazione, nessun emendamento che garantisse la gestione pubblica dell’acqua. Ma solo un emendamento tecnico e che ricalcava, interamente, la logica privatizzatrice del governo.

L’emendamento Lanzillotta fu bocciato dalla maggioranza di governo. Ma fu approvato da PD, UDC e, sorprendentemente, dall’Italia dei Valori. Era il 13 luglio 2008.

da Alessandro Tauro blog

Acqua privatizzata, affari d’oro: 5,8 miliardi nelle tasche di chi? – da Arcoiris.tv

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