La tragedia italiana di Aldo Moro in scena al Bellini

A teatro la rilettura storica del rapimento dello statista democristiano ad opera delle Brigate Rosse
Nessuna finzione e nessun artificio per raccontare la tragica sequenza dei fatti avvenuti nel 1978 quando, in solo un mese e mezzo, si consumò la tragedia che ha segnato fino ai giorni nostri la politica italiana. Gli attori Paolo Bonacelli, nei panni di Aldo Moro, e Lorenzo Amato, il narratore, mettono in scena, sotto la regia di Giorgio Ferrara, le lettere storiche dello statista, aiutati da filmati d’archivio di Rai Teche, ripercorrendo le tappe dal giorno del rapimento fino a quello della condanna a morte da parte dei brigatisti. Sapientemente ricostruiti da Corrado Augias e da Vladimiro Polchi, gli eventi che si susseguono sarebbero difficilmente interpretabili basandosi esclusivamente sulla lettura fatta da parte della contorta e distaccata politica democristiana di allora.

I DUBBI – Ancora oggi, trent’anni dopo, i punti interrogativi che attanagliano l’intera vicenda non vengono dissipati dall’opera teatrale, che ne fa una rilettura cronologica dei fatti avvenuti. Ma l’opera aiuta almeno a comprendere, dal punto di vista umano, quello che si tentò (o che non si tentò) di fare per salvare la vita di Aldo Moro, simbolo della politica democristiana di allora, che aveva portato al governo, per la prima volta in assoluto, il Partito Comunista Italiano.

MORO ABBANDoNATO – La fase che più colpisce gli spettatori, perché viene tracciato un quadro dello statista non più come politico, ma dal punto di vista umano. La famiglia abbandonata e quasi messa in un angolo dai dirigenti della DC, i compagni di partito che lo lasciano solo, il prendere coscienza – pur se dallo scuro del “carcere del popolo” – dell’abbandono da parte di Aldo Moro, sono i tratti drammatici che emergono sia dalle lettere che dai filmati di allora.

LA VITA O LA RAGION DI STATO – Doveva essere questo il dilemma del mondo politico durante la prigionia del presidente della Democrazia Cristiana, il dilemma che attanagliava Zaccagnini, Andreotti, Cossiga e persino l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone e il papa Paolo VI. Un dilemma che probabilmente fu sciolto fin da subito, come dimostrano il cambiamento di atteggiamento dei politici e l’approccio differente dello stesso Moro nelle sue lettere dalla prigionia. Come dicevano gli antichi si trattava di scegliere tra la pietas e la polis, e i democristiani scelsero di salvaguardare la seconda, senza cedere al ricatto dei brigatisti.
LA TRAGEDIA ITALIANA – Dalla rilettura teatrale ne esce una responsabilità politica di questo dramma, ed è per questo che la famiglia Moro rifiutò di non celebrare il funerale pubblico di Stato, il 13 maggio 1978, scegliendo una forma privata. E il filmato riproposto sul palco della “messinscena” della cerimonia funebre che venne celebrata senza il corpo dello statista, ma alla presenza di tutta la classe politica, è la simbolica conclusione di questa tragedia italiana. Uno spettacolo che aiuta a non dimenticare una ferita indelebile della nostra società.

Alessandro Ingegno

da Campaniasuweb

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