La sicurezza di Israele, eterna bugia

Il 2007 ha segnato il quarantesimo anniversario della guerra dei sei giorni, che portò alla tuttora perdurante occupazione israeliana di Gerusalemme orientale, della Cisgiordania, di Gaza e delle alture siriane del Golan. Nelle pagine dei giornali israeliani, americani e britannici più seri dedicate alla commemorazione di quell’evento sarebbe stato difficile, in tale occasione, trovare articoli che avvalorassero la tesi di una guerra iniziata da Israele per motivi di sicurezza preventiva. Una giustificazione del genere è ormai morta e sepolta, uccisa dagli stessi generali israeliani che nel 1968 smantellarono interamente l’ideologia del pericolo mortale per Israele.
Basta ricordare questo fatto storico per capire come nessuna delle azioni israeliane nei territori occupati dal 1967 abbia una qualsiasi legittimità legata alla sicurezza. Invece sono tutte passibili di incriminazione per la violazione delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti della popolazione civile. È infatti un crimine distruggere le case e trasformarne gli abitanti in profughi, così come è un crimine popolare forzatamente un territorio.
In tale contesto storico si capisce anche come il concetto di tregua sia stato interpretato ed usato dai governi di Israele sin dalla fondazione dello Stato, quando le «tregue» del biennio 47/49 venivano usate per espellere la popolazione civile palestinese dai suoi villaggi radendoli poi al suolo. Negli avvenimenti di questi giorni la tregua tra Tel Aviv e Hamas mediata dall’Egitto circa sei mesi fa è stata formalmente rotta da un raid israeliano il 4 novembre scorso proprio perché la tregua teneva e perché Hamas aveva accentuato l’avvicinamento alla soluzione fondata su due stati originariamente formulata da Arafat. Su questo punto le analisi apparse negli ultimi due anni su Haaretz sono cruciali: ne discende che è volutamente errato presentare Hamas come un’organizzazione che non intende negoziare con Israele.
Tuttavia anche all’indomani della tregua mediata dall’Egitto, Israele non ha mai rinunciato alle sue prerogative di strangolare Gaza allentando e stringendo il nodo, ogni volta in maniera più stretta, a sua discrezione. Questo gioco mortale per la popolazione civile di Gaza non si è mai interrotto rappresentando quindi una violazione sistematica dell’impegno di por termine sia alle incursioni che all’assedio
Perché Israele fa tutto ciò? Ci troviamo di fronte ad una riedizione della stessa logica della guerra del Libano del 2006 e come nel 2006 il governo Olmert conta sull’appoggio attivo degli Usa e sul sostegno europeo. Allora Tel Aviv voleva ridefinire la mappa politica del Medio Oriente in rapporto alla Siria. Oggi, come osserva Tom Segev su Haaretz del 29 dicembre, «Israele colpisce i palestinesi per impartir loro una lezione». Quindi, continua Segev, «il bombardamento di Gaza dovrebbe liquidare il regime di Hamas in linea con un altro assunto che ha guidato il movimento sionista sin dalla sua nascita: che sia possibile imporre ai palestinesi una leadership ‘moderata’, una leadership disposta ad abbandonare le loro aspirazioni nazionali». Esatto. Quando Olmert e Sharon cominciarono a parlare di un ritiro unilaterale da Gaza, scrivemmo sul manifesto che non si trattava di una operazione di pace. Doveva essere invece vista come una decisione volta a trasformare Gaza e la sua popolazione civile in un campo di battaglia permanente dando il via a ciò che Tanya Reinhart – già editorialista di Yedyot Ahronot e allieva di Noam Chomsky, purtroppo scomparsa recentemente, – chiamò la «strategia del lento genocidio a Gaza».
Di fronte alla sua odierna materializzazione, la sofferenza dei palestinesi sottolinea la crisi della coscienza europea e di quella di sinistra in particolare: colpevole, quanto meno, di omertà.

da il Manifesto

Firma la petizione contro attacco Israele a Gaza

L’Onu invita al boicottaggio di Israele

territori-palestina-1946-2000

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