La Puglia di Vendola limita le emissioni di diossina delle aziende

La Regione guidata da Rifondazione approva una normativa storica in materia ambientale e di sicurezza sul lavoro. Abbassati radicalmente i limiti di diossina e di altre sostanze tossiche che le aziende possono emettere. Così si rispettano i parametri Ue e si tutela la salute delle persone. Particolare soddisfazione a Taranto, la città più inquinata d’Italia È la prima proposta del genere in Italia. L’azienda protesta
«La nostra legge vuole dare speranza alla Puglia e parlare all’Italia e all’Europa. La difesa dell’ambiente è una responsabilità politica». Così Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, dopo che il consiglio regionale ha approvato il ddl che fissa i limiti per le emissioni di diossina e furani da parte dell’industria. È stato due giorni fa. In aula c’erano molti tarantini, dipendenti Ilva e non, esponenti di associazioni ambientaliste, confluite nella rete Altamarea, e sindacati. La legge è passata a maggioranza allargata, con il voto favorevole di tre consiglieri di opposizione (uno dell’Udc e due di Forza Italia) e 5 astensioni (due di FI, una di An, una di “La Puglia prima di tutto” e una del Gruppo misto). L’obiettivo è audace e la strada intrapresa dalla Regione per tutelare la sicurezza del territorio e di chi lo abita, in particolare l’agro di Taranto, martoriato dalle emissioni industriali, si fonda su evidenze scientifiche. Quelle che dall’era Vendola in poi l’Arpa, agenzia regionale per l’ambiente, raccoglie e denuncia, inascoltata, al governo centrale. Le stime attestano che la diossina prodotta dall’Ilva a Taranto in un anno e in condizioni routinarie, è pari a 171 grammi – dato rilevato nel 2008 sul camino E312 dello stabilimento -, che moltiplicati per 45 anni di attività del siderurgico, danno oltre 7,7 chili di diossina: tre volte Seveso. E sono complementari a quelle contenute nel registro Ines, secondo cui a Taranto si produce il 92% della diossina italiana. Dei paesi europei, in cui il limite di emissioni per metro cubo è fissato in 0,4 nanogrammi in tossicità equivalente, l’Italia è l’unico ad avere una legge che fissa il tetto a 10mila nanogrammi a metro cubo in concentrazione totale: il più alto. Di più. L’Ines stima anche che la fonte principale di diossina a Taranto è l’Ilva.
L’obiettivo della legge Vendola è dimezzare le emissioni entro il primo aprile del 2009, per scendere entro il 31 dicembre 2010 al limite europeo. Verranno calcolate soltanto le diossine dannose per l’uomo, come prevede la legge italiana. Recependo il decreto di Aarhus (approvato nel 2004 dal Consiglio europeo, e divenuto legge in Italia nel 2006 ma mai applicato), la legge dispone che «tutti gli impianti di nuova realizzazione non dovranno superare i 0,4 nanogrammi di emissione». Diverso il discorso per gli impianti già esistenti, come l’Ilva di Taranto. Le emissioni di diossina prodotte dallo stabilimento a febbraio 2008, dati Arpa, oscillavano tra i 4,4 agli 8,1 nanogrammi, ma a giugno, dopo l’impiego di tecnologie Urea (che esercitano una forte funzione inibitrice) si sono ridotte anche a 0,9. Dal primo aprile del 2009 non dovranno superare i 2,5 e dal 31 dicembre del 2010 dovranno rispettare il limite europeo. Entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge, i gestori degli impianti dovranno elaborare, a loro spese, un piano per il campionamento continuo dei gas di scarico e presentarlo all’Arpa per la validazione e il successivo controllo. Sarà infatti l’Arpa a valutare l’effettiva attuazione dei piani e la loro efficacia, e, in caso di superamento dei limiti, a informare l’assessorato all’Ecologia che diffiderà il gestore dell’impianto dal rientrare dal superamento entro 60 giorni. Se non accadrà, la fabbrica dovrà chiudere: le modalità di riattivazione saranno definite in un’apposita Conferenza dei servizi dopo l’individuazione e la rimozione delle cause che hanno determinato il superamento dei valori limite.
Il 15 luglio scorso, in una relazione al ministero dell’ambiente, l’Arpa Puglia, sulla base di esiti di varie rilevazioni, segnalava a Taranto «una situazione fortemente degradata dal punto di vista ambientale e sanitario», ma il ministero aveva ritenuto quelle rilevazioni «non valide ai fini dell’individuazione di limiti più restrittivi», perché effettuate con metodi non previsti dalla normativa. Dello stesso avviso l’azienda che nel cronoprogramma presentato al ministero in vista dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) aveva indicato parametri tre volte superiori a quelli chiesti dalla Regione. Ora, dopo l’approvazione della legge, in una nota dichiara che i limiti alle emissioni di diossine indicati «sono tecnicamente irraggiungibili nei tempi stabiliti dalla stessa legge».
«Un provvedimento storico», commenta Roberto Dinapoli, di Altamarea. «Si comincia a ragionare in termini concreti del nostro futuro. Questa legge impedirà alla grande industria di continuare a procastinare l’adozione delle migliori tecnologie disponibili». Lunetta Franco, di Legambiente Taranto, aggiunge: «È una legge importante non solo dal punto di vista pratico, ma anche simbolico, perché spiana la strada ad altri provvedimenti di questa natura». Per Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, «la legge antidiossina è un esempio di civiltà che a Taranto gode del sostegno di tutta la popolazione. Supplisce allo Stato centrale che finora si è inginocchiato davanti ai poteri forti». Fabrizio, operaio dell’Ilva dice: «La fabbrica però non può essere chiusa. Non puoi mandare a casa dodicimila persone più l’indotto. Bisognerebbe renderla meno inquinante, gli strumenti ci sono, solo che Riva dovrebbe spendere più di soldi. Non bisogna cedere al ricatto occupazionale. È strano che mentre si pone il problema dell’inquinamento l’azienda annunci la cassa integrazione. Oggi i sindacati sono stati convocati per altri 2200 provvedimenti».
«La legge rappresenta una pietra miliare per la Puglia», commenta Antonio Buccoliero, consigliere regionale Udeur. «Traccia un nuovo percorso culturale, da oggi le problematiche ambientali non sono più scisse da quelle occupazionali». Dello stesso tenore le dichiarazioni di Mino Borracino, capogruppo dei Comunisti italiani: «Non è una legge anti-industriale, ma si muove nel solco già tracciato dall’Unione europea». Con questa legge, aggiunge Arcangelo Sannicandro, capogruppo del Prc, «diamo una risposta ferma e celere alla domanda di sicurezza proveniente dalla popolazione tarantina e non solo».

L’opposizione del governo tramite il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo arriva con un comunicato , al quale ha risposto la Regione Puglia, aprendo un conflitto tra poteri in materia di riduzione dell’inquinamento delle aziende.

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