Il Parlamento inutile, parola di Paolo Guzzanti (PdL)

“Io sono un parlamentarista fanatico e controcorrente. Sono cresciuto nel culto del Parlamento inglese, quello sulla cui porta la regina deve bussare tre volte prima di essere ammessa. E sono depresso e arrabbiato per lo sfacelo dell’immagine del Parlamento italiano. La verità? Oggi questa istituzione non serve quasi a niente. Quando vado al bagno a fare pipì dopo quattro ore inchiodato sulla panca, il mio vicino se occorre vota per me e io per lui quando gli rendo la cortesia. Suonano il piano quelli della maggioranza e quelli dell’opposizione. (…) Io vorrei che il Parlamento riacquistasse la sua dignità perduta, la sua funzione smarrita (non da oggi: da quando frequento le camere è sempre la stessa solfa). (…) Guardiamo la nostra giornata. In che consiste? Discussioni verbose, dialettali, prefabbricate, scontate, inutili. Nessuno ascolta, in genere, chi parla; e chi parla non merita altro che disattenzione e sbuffi. La mia felicità è arrivata il giorno in cui alla Camera oltre che al Senato hanno messo le prese elettriche sicché uno si può portare il computer e lavorare mentre voci da caporali, da una parte e dall’altra urlano «verde» o «rosso».
Se non si deve votare, e se non si è comandati di parlare, è inutile andarci. Ma in genere ci si va, perché prima o poi si vota. (…) Se il Presidente di turno ti vuole bene e tu gridi «Ordine dei Lavori», quello ti accende il microfono e tu se credi puoi anche parlare di tua zia Carolina, tanto non gliene frega niente a nessuno.
Pochi sanno di che cosa si sta discutendo (…). Il Parlamento della Repubblica oggi non serve quasi a niente, parola di un rappresentante del popolo. I deputati guadagnano troppo? Dipende dai punti di vista. Dal punto di vista del deputato o del senatore se la tortura dell’inutilità, della vacuità, della dispersione delle energie potesse essere compensata con del denaro, direi che guadagniamo soltanto una piccola parte di quel che una buona assicurazione sulla dignità ci dovrebbe assicurare.
Dal punto di vista poi del prodotto, chiamiamolo così, i nostri stipendi sono soldi buttati. (…) l’intera baracca è un peso per le casse dello Stato, il che è una tragedia perché quella baracca nobile che è il Parlamento dovrebbe essere il baluardo, l’agorà, il presidio della democrazia. In quel fortilizio ciascuno di noi dovrebbe sentirsi, come ordina la Costituzione, rappresentante dell’intero popolo italiano e dovrebbe esercitare il proprio dovere senza vincolo di mandato, guidato soltanto dalla propria coscienza. In realtà maggioranza e minoranza, veltroniani e dipietristi, berlusconiani e leghisti, siamo tutti dei nominati dai nostri partiti e stiamo lì a recitare delle piccole modeste parti già scritte il cui momento più esaltante, più spirituale, più divino, è quando infili le dita nella buchetta che sta sul tavolo e palpeggi quei tre tastini. (…). Se poi sei un dissenziente, tutti ti guardano, incerti se seguitare a frequentarti o lavarsi le mani dopo averti toccato.
Se guardiamo alle Camere come una azienda che produce buone leggi per il Paese, la produzione è zero. (…) Quanto a me, siedo fedelmente e continuamente alla Camera (credo di essere uno di quelli col record delle presenze) e mentre siedo lavoro: mi porto da lavorare, seguo quel che succede, voto, ma per lo più vengo preso da crampi. Crampi al cervello. I discorsi sono quasi tutti fatui, retorici, prevedibili, vanitosi, con sprazzi ora di tedio e ora di odio, secondo le circostanze. (…) Il Parlamento langue perché non serve, questa è la verità. (…) I deputati di prima nomina a quest’ora hanno capito l’andazzo e si sono depressi. Noi veterani ci sentiamo come i vecchi galeotti che sanno come ottenere un po’ più di sbobba e marcare visita. (…) Durante i decenni della prima Repubblica, democristiana e cattocomunista, di centrosinistra o di altra formulazione fantasiosa, il Parlamento era fortissimo, erculeo, e i governi erano fragili e malaticci, moribondi. (…) E oggi? (…) Oggi l’esecutivo è fortissimo, fa e disfa il Parlamento. (…) La politica, per quel che vedo, non abita più qui da tempo. Di fatto viviamo in una democrazia presidenziale – che sarebbe stata presidenziale anche se avesse vinto Veltroni – ma senza i contrappesi di una democrazia presidenziale. (…) In aula qualcuno urla, ma prevale la noia e il senso dell’inutilità, quasi della beffa.”

dal blog di Paolo Guzzanti

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