Italia, un Paese da sbloccare dove non crescono i giovani leader

Nell’era di Barack Obama, in un mondo dove gli equilibri geopolitici di dieci anni fa sono già materia per storici, l’Italia si conferma l’angolo d’Europa più allergico al ricambio della propria classe dirigente. Abbiamo l’Oscar per i leader politici più vecchi (il 49,6% ha più di 71 anni, contro una media del 30% per il resto del continente).

Le poltrone che contano nel campo dell’arte e della cultura sono occupate da un’élite con i capelli bianchi, età media vicina ai 70 anni. Tutti mondi dove le donne – tra l’altro – rimangono una minoranza da Wwf. L’anagrafe, certo, non è l’unica unità di misura per calcolare la qualità di un estabilishment. “Il capitale sociale di esperienze accumulato negli anni è un bene prezioso” ammette Nadio Delai, sociologo, presidente di Ermeneia e coordinatore del Rapporto Luiss 2008 “Generare classe dirigente”. L’Italia però ha una cronica tendenza ad abusarne. Il 45,2% dei cosiddetti leader tricolori – i numeri uno di politica, economia, professioni e istituzioni – è ultrasettantenne, contro il 31% della Gran Bretagna e il 28% della Spagna. Un tappo generazionale.

Una gerontocrazia autoreferenziale che non piace al paese (il 73% degli italiani – dice la Luiss – la ritiene irresponsabile, il 68% incompetente, il 79% poco innovativa) e che fatica ad assumersi responsabilità reali.

“È un’elite sui generis – è l’amara fotografia di Delai – attenta a tutelare i suoi diritti ma che tende a sfuggire ai propri doveri, visto che solo il 3% di loro si riconosce davvero come classe dirigente”.

Generalizzare, naturalmente, è come sempre sbagliato. In Italia esistono qua e là timide oasi dove il ricambio generazionale del paese marcia a ritmi simili a quelli del resto del continente. Il sistema delle imprese, ad esempio, sta provando un passo alla volta a svecchiare la propria carta d’identità. “Il nostro mondo la sua parte la sta facendo – dice Federica Guidi, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria – Abbiamo fatto saltare il tabù di genere, nominando due donne alla guida delle organizzazioni di categoria. E ci sono molte aziende che hanno rinnovato, ringiovanendoli, i propri vertici”.

Certo qualche nodo resta: il timone delle aziende tende spesso a passare di padre in figlio (o figlia). Il vecchio capitalismo di relazioni nato attorno a Mediobanca – anche se un po’ segnato dal tempo – è tutt’altro che morto. Il 50% delle imprese del Belpaese però – calcola Banca d’Italia – ha cambiato tra il 2002 e il 2006 il proprio management e gli amministratori delegati under 55 (qui da noi poco più che bamboccioni) sono saliti dal 29 al 44%, avvicinandosi alla media europea. E se a livello nazionale la quota rosa di imprenditrici è ancora bassa – il 17,3% del totale, metà della Francia e un terzo della Gran Bretagna – tra i dirigenti sotto i 35 anni la percentuale uomini-donne è un promettente 50-50.

“Le medie aziende che hanno sfidato la globalizzazione – ammette anche Delai – sono assieme a qualche scheggia di amministrazione locale e a un pezzo del sociale uno dei crogioli più interessanti per la formazione di un nuovo estabilishment”.

La buona volontà di pochi però non basta. “I blocchi strutturali del sistema paese rendono difficile lavorare anche a noi – continua Guidi -. Il sistema è ingessato. I giovani faticano a emergere. L’egualitarismo ereditato dal ’68 è superato. D’accordo, un po’ di tutele devono rimanere e tutti devono essere messi in uguali condizioni di partenza. Ma poi bisogna rendersi conto che oltre ai diritti ci sono anche i doveri e il sacrificio. È una rivoluzione culturale che deve iniziare dalla scuola. Conta il merito”.

Una tesi magari condivisibile. Ma se dalla grammatica si passa alla pratica, nemmeno i supermanager pensano che la svolta sia dietro l’angolo: il 96,7% della classe dirigente italiana (contro il 79,9% del resto della popolazione) è convinta che una società più meritocratica farebbe migliorare il paese. Ma un altrettanto plebiscitario 84,7% (contro l’80,6) ammette rassegnato che le raccomandazioni qui da noi contano ancora molto di più delle capacità del singolo. “E non è solo questo – dice Delai -. Il merito da solo non basta. Serve magari a far soldi, ma per forgiare una vera classe dirigente deve essere abbinato a una reale sensibilità per l’interesse collettivo”.

Se l’economia si muove al ralenti nella sua battaglia contro la gerontocrazia, la politica se possibile, va addirittura in retromarcia. Cambiano i partiti (“quelli di una volta almeno contribuivano al ricambio generazionale con ottime scuole interne”, rimpiange Delai), si mescolano le maggioranze e gli uomini (il ricambio parlamentare è stato in media vicino al 50% a legislatura) ma la cooptazione conta sempre più del valore. E a decidere, alla fine, sono sempre i soliti noti. L’ultima legge elettorale – quella che elimina le preferenze – è il capolavoro che cristallizza in una norma lo strapotere di questa gerontocrazia ingessata: nel 2006 il 75% dei parlamentari è stato ricandidato, di gran lunga la percentuale più alta delle ultime quattro elezioni. E il 33% dei trombati al voto, secondo i calcoli della Luiss, è stato riciclato in poltrone alternative di municipalizzate o enti locali.
Le energie per il ricambio, a guardare le statistiche, non mancherebbero. L’Italia – dicono tutti i sondaggi – ha mantenuto intatta la sua fiducia nelle istituzioni a livelli simili a quelli di Francia e Gran Bretagna, malgrado il vento dell’anti-politica.

“Il passaggio generazionale non si costruisce però solo macinando master in serie all’estero – conclude Delai -. La nuova classe dirigente impara a crescere solo lavorando vicina alla vecchia. Il trapianto tout court della società civile nei palazzi romani è un esperimento che non ha funzionato”. Le contaminazioni virtuose tra il meglio del paese e le sue istituzioni in effetti faticano a decollare, imprigionate nella logica perversa della leadership di relazioni e della cooptazione. “Nel resto del mondo l’ingresso in politica è considerato l’apice per una carriera manageriale o universitaria – dice Andrea Sironi, giovane professore della Bocconi e fino a pochi giorni fa prorettore per l’internazionalizzazione dell’università milanese -. Succede in Francia con l’Ena, o a Londra dove primo ministro è un ex rettore come Gordon Brown. Qui invece gli accademici migliori snobbano la politica e i ministri sono spesso cresciuti nelle segreterie di partito…”.

E in un momento in cui la crisi finanziaria sta riaprendo le porte di imprese e banche allo stato, il rischio è che il tappo generazionale che grava sull’Italia, invece che saltare, consolidi la sua presa sulla stanza dei bottoni del paese.

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