Ipocrisia Bush: il budget militare 2009 costa più del piano di salvataggio

«Tre giorni dopo l’approvazione, il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari, che avrebbe dovuto calmare il sistema finanziario globale, appare come un sasso gettato in un mare in tempesta». Questa sconfortante conclusione, tratta ieri dal New York Times, non stupisce. Per comprendere quale siano le dimensioni e implicazioni della bolla speculativa esplosa nel sistema finanziario globale basti pensare che nelle borse di New York e Parigi, gestite dal gruppo finanziario Nyse Euronext, operano 4mila società le cui azioni sono lievitate (spesso attraverso meccanismi speculativi) a un valore complessivo di oltre 50mila miliardi di dollari, equivalente a quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo.
Il «piano di salvataggio» varato negli Stati uniti con un massiccio esborso di denaro pubblico dimostra che, contrariamente a quanto alcuni sostengono, la globalizzazione non comporta la scomparsa degli stati, i quali continuano a svolgere un ruolo importante a sostegno delle rispettive élite economiche e finanziarie e dei loro gruppi multinazionali. Pur possedendo ancora la maggiore economia del mondo, gli Stati uniti stanno perdendo terreno rispetto all’Unione europea, al Giappone e alla Cina. Da qui la necessità di sostenere i propri interessi con la forza militare, per mantenere la supremazia.
Ciò comporta una crescente spesa militare. Mentre l’attenzione mondiale era concentrata sul «piano di salvataggio», è passato pressoché inosservato il fatto che il Congresso degli Stati uniti ha approvato a schiacciante maggioranza bipartisan, per l’anno fiscale 2009 (iniziato il 1° ottobre 2008), una spesa militare di 612 miliardi di dollari. Essa comprende il budget del Pentagono, aumentato del 74% da quando l’amministrazione è entrata in carica nel 2001, e 70 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan. Ma non è tutto. Il budget del Pentagono sicuramente raggiungerà o supererà, nel corso dell’anno fiscale, la cifra di 515 miliardi richiesta dall’amministrazione Bush, e i 70 miliardi per le guerre sono solo un acconto. A questi si aggiungono 10 miliardi per le armi nucleari (iscritti nel bilancio del dipartimento dell’energia), almeno 50 per il «programma nazionale di intelligence» e altre voci che portano la spesa militare annua degli Stati uniti ben oltre quella del «piano di salvataggio».
Questa colossale spesa militare, equivalente a circa la metà di quella mondiale, viene pagata con il denaro pubblico. Contribuisce così in modo sostanziale ad accrescere il deficit del bilancio federale, previsto in 407 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2009. A sua volta, il deficit accresce il debito pubblico. Un’altra notizia oscurata dall’attenzione verso il «piano di salvataggio», e passata inosservata al pari dell’approvazione del budget militare, è il fatto che il debito pubblico statunitense ha superato i 10mila miliardi di dollari, equivalenti a oltre il 70% del Pil. Da quando l’amministrazione Bush è entrata in carica nel 2001, esso è cresciuto di oltre il 70%. Un vero e proprio record.
Chi paga tutto questo? Nei media si parla solo degli investitori che stanno perdendo denaro in seguito alla crisi finanziaria. Non si parla invece delle conseguenze sugli strati più disagiati della popolazione statunitense, aggravate dai crescenti tagli alle spese sociali. E’ quindi passata inosservata, come le spese militari e il superdeficit, anche la notizia che i cittadini statunitensi costretti quindi a ricorrere ai food stamps (buoni per la fornitura di cibo) sono aumentati in tre mesi da 28 a 29 milioni. Si possono consolare pensando che ogni mese gli Usa spendono per le guerre in Iraq e Afghanistan 16 miliardi di dollari. Ciò – sottolinea il Pentagono – permette di «catturare o uccidere i terroristi che minacciano gli Stati uniti, il loro popolo e i loro interessi nel mondo».

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