Vacilla il regno del capitalismo

LA crisi finanziaria più grave da un secolo, la definisce l’ex banchiere centrale Alan Greenspan. Governi e banche centrali annaspano, non trovano un argine, un punto d’arresto che blocchi la spirale dei crac. Da Bush a Trichet arrivano generiche rassicurazioni che non convincono nessuno. Lehman Brothers, la prestigiosa merchant bank con 158 anni di storia, è costretta alla liquidazione fallimentare. Una rivale ancora più grande, Merrill Lynch, viene salvata per un pelo “svendendola” in extremis alla Bank of America, che paga la metà di quel che valeva un anno fa. Una delle maggiori compagnie assicurative del mondo, American International Group, domenica era condannata a “pochi giorni di sopravvivenza”: la banca centrale Usa le ha praticato il massaggio cardiaco in camera di rianimazione con uno strappo alle regole per consentire un prestito d’emergenza di 70 miliardi di dollari.

Un panorama di guerra ieri mattina ha accolto Wall Street al risveglio da uno dei weekend più disastrosi della sua storia. Il paesaggio bancario americano ne è emerso sfigurato, amputato, con dei lugubri vuoti al posto di istituzioni un tempo potenti e venerate. Centomila posti di lavoro sono spariti, nel solo settore bancario, dall’inizio di questa crisi. Merchant banking, investment banking, security houses: tutti i mestieri della finanza moderna coincidevano con quei soggetti spazzati via in 48 ore. Merrill Lynch era famosa per le gestioni patrimoniali da clientela facoltosa. L’ha mangiata in un boccone la “plebea” Bank of America, la banca fondata dall’emigrante italiano Giannini per prestar soldi ai pescatori di San Francisco, e che oggi ha la sua sede non a Manhattan ma nella provinciale Charlotte, North Carolina: un luogo disertato dai brillanti talenti con Master in Business Administration a Harvard.

La lista delle vittime è destinata ad allungarsi, ora tutti speculano sull’imminente fallimento di Washington Mutual, la più grande cassa di risparmio degli Stati Uniti. Come le sue consorelle defunte, anche lei è affondata dal crac dei mutui, dal crollo del mercato immobiliare, e da un portafoglio-titoli pieno di strumenti derivati altamente speculativi, il cui valore è ormai indefinibile. Li chiamano “toxic assets”, attivi finanziari tossici, come scorie contaminate di una discarica: dei mostri mutanti che si sono infilati anche nei portafogli di molti risparmiatori, e non solo americani.

Nonostante la perdita record di 500 punti del Dow Jones, la Borsa americana poteva crollare di più. Ma le percentuali dei ribassi non dicono molto. I numeri delle perdite azionarie sono falsati dalla frenetica attività di intervento delle banche centrali e dei colossi privati del credito. Se il Tesoro Usa ha dovuto cessare i salvataggi pubblici a spese del contribuente, per l’esplosione del debito pubblico a due mesi dall’elezione presidenziale, la Federal Reserve invece sta usando tutte le risorse a disposizione per arrestare il contagio del panico. Il suo presidente Ben Bernanke quando faceva l’economista si specializzò nello studio della crisi del 1929. La sua teoria è nota: pur di evitare un bis della Grande Depressione la banca centrale può anche mandare degli elicotteri a sorvolare gli Stati Uniti gettando pacchi di banconote sulle città. In senso figurato è quello che sta facendo.

Ha chiamato a raccolta anche le dieci maggiori banche mondiali per costituire un fondo d’emergenza di 70 miliardi. Missione: garantire liquidità al sistema. Ma la liquidità non basta, perché quando crolla la fiducia ognuno se la tiene stretta e il credito langue anche per le attività produttive. Se non il 1929, il rischio è la sindrome giapponese, la lunga depressione che paralizzò l’economia nipponica per dieci anni.

L’Europa non è al riparo. Anche se il bubbone dei mutui scoppiò in America all’inizio dell’estate 2007, i germi della malafinanza sono ovunque e hanno già seminato danni in Europa: gli hedge fund Bnp Paribas chiusi per insolvenza; la bancarotta di Northern Rock a Londra; le voragini di perdite della svizzera Ubs. Perfino l’Asia è in difficoltà, perché le banche centrali cinese, giapponese e coreana per riciclare i loro immensi attivi commerciali si sono riempite le casseforti di titoli-spazzatura americani.

Il terremoto finanziario strema l’economia reale. In America i licenziamenti di massa e la distruzione di risparmio inducono inevitabilmente a ridurre il tenore di vita. I consumatori Usa, già i più indebitati del mondo, sono come centinaia di milioni di piccole banche malate, costrette a tappare precipitosamente i loro buchi di bilancio. Lo spettro della deflazione era ben visibile ieri nell’ennesima caduta del prezzo del petrolio, un indicatore sensibile che prevede forti riduzioni dei consumi. Perfino la banca centrale di Pechino è stata costretta a tagliare i tassi per timore di un rallentamento della crescita. Tutti devono adeguarsi a un mondo dove i valori stanno sgonfiandosi. È un atterraggio tutt’altro che morbido.

La risposta dei governi e delle banche centrali resta inadeguata. Questa crisi nella sua forma “acuta” è già vecchia di 15 mesi. È chiaro che un ruolo malefico è stato svolto dalla finanza parallela, il sistema bancario “ombra” in cui prosperavano le Bear Stearns e le Lehman Brothers: un settore assurto a immensa potenza eppure non regolato, spesso addirittura incomprensibile per gli addetti alla vigilanza. La finanza creativa si vantava di ridurre i rischi “spalmandoli” su miriadi di titoli complessi; al contrario ha nascosto una spaventosa dilatazione dei rischi. Da 15 mesi nei vertici internazionali si parla di una nuova architettura della governance finanziaria, di nuovi sistemi di controlli e sanzioni. Molte bancherotte dopo, siamo ancora al punto di partenza.

Il rischio per i piccoli risparmiatori

L’incubo americano del grande crak

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