Pizzo e monnezza in un palazzo di Napoli

Napoletani, africani, disperati di ogni razza e colore. Prima si è riempito di persone, poi di munnezza. Gli inquilini abusivi non possono sbraitare troppo, e così qualcuno ha iniziato a imbottire l‘intero palazzo di spazzatura cominciando dalle fondazioni, passando per le scalinate interne, e finendo col piccolo gazebo in muratura che sta sul tetto. Quand’è finito lo spazio da riempire, hanno cominciato a cospargere il tetto con le carcasse di frigoriferi e lavatrici. Alla luce del sole, senza alcun ritegno. È pericolante il «T1», e non solo a parole. Due mesi fa è crollato un muro esterno, lasciando nell’edificio un buco impressionante che si vede dalla strada.

Nell’autunno scorso, 72 immigrati che ci abitavano vennero processati per direttissima in violazione della Bossi-Fini. Come domicilio venne eletto il palazzo pericolante: stanno ancora tutti lì. Come stanno ancora lì le due famiglie che vennero sgomberate dopo il crollo della parete due mesi fa: sono uscite, accompagnate dagli agenti, e poi sono rientrate. E il palazzo continua a riempirsi di munnezza. Anche salire le scale diventa sempre più difficile. Nel frattempo, i bambini nascono malformati. L’ultimo è venuto alla luce ottanta giorni fa, il penultimo l’hanno portato via insieme alla sorellina gli assistenti sociali. Salvatore, il padre, non poteva mantenerli. Il «T1» è in carico al Comune di Napoli, costruito abusivamente da un gruppo di proprietari che oggi, col carnaio abusivo che c’è dentro, non lo riprenderebbero in consegna neanche morti. Notifiche su notifiche, sgomberi su sgomberi, crolli su crolli. Ma le ordinanze finiscono contro un muro. Pericolante.
Gli occupanti abusivi hanno l’allacciamento abusivo, sia all’acqua che alla corrente. Non pagano niente, salvo il rischio di rimanere seppelliti dalle macerie. Gli extracomunitari, invece, qualcosa la pagano. Gente del posto, dice qualcuno sottovoce, ogni mese si fa viva e pretende la «pizzicata ». Pure i ragazzoni che vivono nei ruderi in via dell’Avvenire, pure loro pagano qualcosa. «Quanto pago?», uno di loro fa il finto tonto. «Non so quanto pago, il Comune lo sa. Chiedete al Comune ». Ma il Comune, ahimé, quelle carcasse di palazzi le ha sgomberate tanti anni fa, dopo il terremoto del 1980. Da allora, per metterli in sicurezza sono piovuti soldi a non finire: nel 1981 arrivarono i fondi ex Cipe della legge 219, un anno dopo quelli per la «riattazione», poi quelli per il «contratto di quartiere». Ma i palazzi, sempre pericolanti sono, e ad esigere l’affitto non sono certamente i funzionari di Palazzo San Giacomo. «Non paghiamo niente – taglia corto un ivoriano – nessuno ci chiede niente». Non è così: hanno imparato a mentire, per tenersi stretti quei quattro mattoni in bilico sulle loro teste.

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