Kyoto ignorato e tanti tagli nel Dpef italiano 2009

Non c’è traccia del protocollo di Kyoto nelle 56 pagine del Documento di programmazione economica. Le preoccupazioni legate al global warming che, sia pure con scarso successo, sono state al centro del G8 in Giappone vengono ignorate nell’atto fondamentale d’impostazione della politica economica italiana: non compaiono mai gli impegni relativi alla battaglia contro i cambiamenti climatici. E i tagli per 700 milioni di euro alle voci di impegno ambientale nel decreto per abolire l’Ici – denunciano Legambiente e Wwf – aumentano il rischio sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi di Kyoto: potremmo pagare fino a 2,5 miliardi di euro all’anno per il periodo 2008 – 2012.
E non si tratta di una semplice distrazione terminologica. Come denunciano Legambiente e Wwf, nel Dpef è scomparso l’impegno necessario a recuperare il terreno finora perso. L’Italia si è impegnata a tagliare le emissioni serra del 6,5 per cento entro il 2012, rispetto ai livelli del 1990, e invece finora queste emissioni sono cresciute di circa il 12 per cento. Dunque, per evitare le sanzioni di Bruxelles, dovremmo organizzare una rincorsa disperata che ci consenta di riacciuffare l’obiettivo all’ultimo momento tagliando del 18 per cento le emissioni serra.

Aumentare l’efficienza energetica e sviluppare le rinnovabili ci consentirebbe di raggiungere due risultati importanti“, ricorda il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati. “Si accelererebbe la capacità d’innovazione del sistema produttivo aumentando la concorrenzialità del sistema Italia. E nello stesso tempo si eviterebbero sanzioni che potrebbero costarci fino a 2,5 miliardi di euro all’anno per il periodo 2008 – 2012”.

Ma solo alcune voci degli stanziamenti previsti dal governo Prodi a favore delle rinnovabili e dell’efficienza restano in piedi. Con il decreto legge che ha portato all’abolizione dell’Ici sono stati sacrificati circa 700 milioni di investimenti in campo ambientale: una scelta che rischia di bloccare la crescita di settori chiave (dal trasporto su acqua e su ferro fino al rilancio dei centri storici) provocando una cascata di danni difficilmente quantificabile.

Ecco l’elenco delle voci tagliate: 77 milioni di euro per il potenziamento del trasporto via mare, 15 milioni per il trasporto ferroviario delle merci, 113 milioni per il trasporto pubblico locale, 30 milioni per l’ammodernamento della rete idrica nazionale, 162 milioni (in tre anni) per la ferrovia Roma – Pescara, 36 milioni per il trasporto urbano, 50 milioni per la diffusione della banda larga, 150 milioni per la riforestazione, 45 milioni per la demolizione degli ecomostri, 20 milioni (in tre anni) per le isole minori, 10 milioni per il recupero dei centri storici, 4 milioni per l’istituzione di aree marine protette, 12 milioni per il monitoraggio del rischio sismico, 3,5 milioni per interventi di difesa del suolo nei piccoli Comuni.

“Bisognerebbe fare della Robin Tax, la tassazione dei sovraprofitti delle imprese energetiche, uno strumento più efficace modulandolo sulle emissioni di anidride carbonica: chi inquina di più dovrebbe pagare di più”, propone Maria Grazia Midulla, responsabile delle campagne del Wwf. “I fondi così ottenuti potrebbero essere destinati al miglioramento dell’efficienza energetica e all’accesso ai servizi pubblici di trasporto per le classi meno abbienti”.

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