Napoli, in attesa di Berlusconi e del CdM del 21 maggio

In centro pulizie straordinarie per l’arrivo di Berlusconi, ma l’odore fetido della spazzatura è ovunque, ti si appiccica addosso…tanfo, disgusto e foto ricordo: l’horror tour della monnezza

NAPOLI – Capodimonte, mezzogiorno. Il vento caldo trasporta la zaffata e anche il grido di stupore della ragazza spagnola. “Horroroso”. Luz allunga il collo per vedere meglio giù e scatta tre foto ai cumuli fumanti che fanno marcire una strada di Napoli. “Muy sucia, muy sucia”, ripete mentre il pullman rosso del City Tour scende da via Santa Teresa degli Scalzi verso il mare di spazzatura più grande del mondo.

Siamo saliti sull’autobus cabriolet della linea A, undici tappe fra grandi chiese e monumenti – I Luoghi dell’Arte – undici visioni spettrali di una gita turistica fra gli angoli più “horrorosi”, più spaventosi di questa Napoli che affonda nella sua monnezza. Mai era stata così lercia e puzzolente, prigioniera di un tanfo che arriva a folate e soffoca tutto e tutti dalle sue grandi periferie fino agli eleganti vicoli di Chiaia. Oramai anche il suo cuore è in cancrena, al Maschio Angioino, al Teatro San Carlo, a piazza Plebiscito. Passerà di qui domani Silvio Berlusconi e il suo governo, passerà da questa Napoli dove oggi da qualche parte non ci sono più rifiuti, ma c’è sempre la loro ombra che si allunga, l’asfalto viscido e puzzolente, lastre lucide di sporco, chiazze lunghe e larghe per decine di metri, puzze che si sollevano all’improvviso, miasmi. È come un fantasma la spazzatura di Napoli. Ti insegue ovunque anche quando non si vede.

Quanto è grande e quanto è grossa la monnezza di questo pomeriggio di maggio? Quanto gonfierà o quanto sgonfierà nella notte, o domani all’alba o domani al tramonto la spazzatura di Napoli? Dicono che l’altro sabato per le strade ce n’erano 5300 tonnellate, domenica erano 4200, sono 3500 mentre ci aggiriamo per la città e forse già oggi saranno 2500 o 2700 e forse mercoledì che verrà il governo al gran completo saranno ancora di meno. Settecento tonnellate al giorno ne levano o ne vorrebbero levare dalla via con “il piano di raccolta straordinario” varato per la missione del premier, una montagna, anzi mezza montagna perché Napoli ne produce il doppio – fra 1400 e 1500 – ogni ventiquattro ore. Spalano e spalano ma sembra ricrescere sempre, tracimare come la lava che buttano i vulcani.

Dove è “andata a conferire” la monnezza di ieri l’altro e di ieri e di oggi? Si dice proprio così: conferire. Il gergo burocratico dell'”emergenza” rifiuti è la nuova parlata dei napoletani. Tutti che li chiamano “siti” invece di discariche. Conoscono ogni dettaglio sugli “scarrabili”, quei vagoni portati in mezzo alla strada quando i rifiuti non si possono più “conferire” a Ferrandelle o a Serre. Sono tutti professori quando discutono del “percolato”, il succo dell’immondizia. Quello che ammorba Napoli. Stanno provando a ripulirla per il governo. Ma ripulendo qualche sua strada per forza lasceranno più sozza Afragola, San Giorgio a Cremano, Somma Vesuviana, Castellammare di Stabia. La Campania sforna più di settemila tonnellate al giorno. È un incubo.

Sull’autobus del City Tour siamo in 32. Una quindicina di italiani, quattro piemontesi, sette catanesi, due fiorentini, Cinzia di Treviso e Paola di Verona, tredici tedeschi, il fotografo Riccardo. E due indiani, marito e moglie. “Terrible”, rispondono schifati quando la hostess Ilaria annuncia: “Sesta fermata! Capodimonte”. Un’ora prima eravamo a Fuorigrotta, viale Augusto, i sacchetti pieni che uno sull’altro si arrampicano sui fusti delle palme. Il portiere dello stabile al numero civico 29 è quasi in lacrime. Bisbiglia: “Mi chiamo Giuseppe D’Aniello, da 20 anni faccio il custode qui e non ho mai visto niente di simile, nemmeno ai tempi del colera”.
Il proprietario del bar accanto è Giovanni Battaglia: “Mio padre faceva il netturbino, mi racconta che Napoli così in basso non era arrivata mai”. Il nipotino di Giovanni si chiama anche lui Giovanni: “A mio fratello dirò di non mandarlo più a scuola, adesso abbiamo paure per le epidemie”.

Sui motorini sfrecciano ragazzi e ragazze con il volto coperto da un fazzoletto, mascherine, foulard. Si coprono. Ma il fetore entra lo stesso nelle narici, ti si appiccica addosso, sui vestiti, sulla pelle. Dall’altra parte di Fuorigrotta c’è via Giulio Cesare. I grandi manifesti che qualche settimana fa avevano paralizzato gli automobilisti napoletani oggi non fanno fermare più nessuno, la monnezza copre anche i grandi seni della bella ragazza che pubblicizza una compagnia di navigazione che collega Napoli e Catania. “Vesuvio ed Etna mai stati così vicini”, allusione visiva che aveva mandato in tilt il traffico e che ora la spazzatura ha oscurato.

Alle dieci del mattino eravamo a Mergellina. Via Giordano Bruno, dal civico 182 al civico 204 è un serpentone che copre due negozi di scarpe, tre bar, una profumeria, un panificio e una bottega di pesce surgelato. Dietro un curvone i vigili urbani fermano motocicli e automobili a caccia di chi non ha il “bollino blu”. In via Sannazzaro la municipalità di Napoli mostra i suoi muscoli contro l’inquinamento. Ecco i moli dove partono gli aliscafi per Capri e Ischia e Procida. Deserti. Ecco più su l’albergo a quattro stelle che un mese fa ha spedito lettere di licenziamento a tre suoi dipendenti “causa crisi provocata dall’emergenza rifiuti”, ecco ancora sbarrato il portone del roof garden “Caruso”, il ristorante dell’hotel Vesuvio che ha chiuso per mancanza di clienti.

Turisti soprattutto. Come quelli che di prima mattina arrancano sulla piazza Dante. Sono appena usciti dal caffè “Duello”, lui con in mano un cono di pistacchio, lei alla nocciola. Americani di Washington. Tre giorni fa sono venuti a trovare la figlia Bell Cartew, moglie di un soldato della flotta Usa di stanza a Bagnoli. Racconta Bell: “I miei genitori sono appena arrivati, ma non ce la fanno più con questa immondizia, domani se ne vanno, prima a Roma e poi di corsa tornano a casa”. Suo padre Steve è allibito: “Noi, a Washington, i nostri politici li avremmo già impiccati da un pezzo se ci avessero fatto vivere così come voi a Napoli”. È una barriera nauseabonda quella di piazza Cavour. Uno scolo che scivola fino all’entrata di una libreria, il “percolato” che scorre giù verso il mare.

Napoli l’avevamo vista anche subito dopo l’alba, avvolta in una fetida nebbia azzurrina. Ci avevano portato subito a Chiaia, il suo salotto. In largo Duca della Ferrandina, davanti alle mure annerite della “Tito Livio”, una delle grandi scuole pubbliche di Napoli. Un incendio sabato notte, i soliti ultrà della disperazione.

Sono arrivati due giorni dopo sul camion numero 1024 Pasquale Catania e Vincenzo Uccello, autista il primo e raccoglitore il secondo per portare via la monnezza che era alta fino alla cima dei segnali stradali. I ragazzini della media “Tito Livio” non si erano ancora rincorsi per i corridoi con le loro magliette tutte bianche, che già Pasquale e Vincenzo avevano raccattato qualche tonnellata di rifiuti. A mano. E con una piccola ruspa di un’impresa privata. Un prestito per ripulire un pezzo di strada. Almeno per un po’. Fino a domani. O fino a quando Berlusconi resterà in questa Napoli dannata.

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