Pane e camorra

L’indagine del comando provinciale dei carabinieri di Napoli ha portato alla luce oltre 400 forni, nella provincia e nel capoluogo partenopeo, usati per la produzione di pane ‘made in camorra’. Ne parliamo con Arturo Scotto, candidato capolista alla Camera in Campania 1 della Sinistra Arcobaleno
Si torna a parlare di camorra. Di una camorra pericolosa non solo nelle strade, e che imbraccia armi diverse dalle solite pistole. E’ una camorra che si siede a tavola con i cittadini, sotto forma di pagnotte velenose. L’indagine del comando provinciale dei carabinieri di Napoli, raccontata da un’inchiesta dell’Espresso in edicola venerdì, ha portato alla luce oltre 400 forni, nella provincia e nel capoluogo partenopeo, usati per la produzione di pane ‘made in camorra’. Un grande affare, che porta nelle tasche dei clan un miliardo di euro l’anno, e che permette anche ai commercianti di guadagnare, dando vita a un mercato parallelo sottocosto. Filoni cotto con ogni genere di scarto: lievito avariato, vecchi infissi verniciati, cortecce di nocciole trattate con antiparassitari e in un caso perfino bare dissotterrate e bruciate.

Prelibatezze tossiche prodotte in ambienti non a norma, con materiali sporchi, arrugginiti, che andavano a finire poi sui ‘bancarielli’ e sempre più spesso in negozi e supermercati.
Le persone denunciate sono in tutto ottanta. Più della metà di questi forni sono stati sequestrati, agli altri sono arrivate multe per plurime irregolarità. Si tratta per la maggior parte di laboratori clandestini, ma anche quelli con una licenza non rispettavano né l’igiene né la sicurezza dei dipendenti, quasi tutti in nero e spesso con precedenti penali.

Da quanto si legge su ‘L’Espresso, né i vigili urbani né gli ispettori della Asl, hanno mai segnalato i forni clandestini, ma pare davvero strano che nessuno si sia mai accorto di nulla. Come si può spiegare questo comportamento omissivo?
Spesso c’è una difficoltà materiale ad approntare controlli, però non è vero che fino ad ora non è stato fatto nulla. Negli ultimi anni ci sono state delle denunce alla commissione antimafia, come quella di un nostro parlamentare candidato in Campania nella lista della Sinistra Arcobaleno, Tommaso Pellegrino, il quale ha dato il via ad una battaglia proprio sul tema dei forni della camorra.

Questo pane finisce non solo sui banchetti, ma nei negozi e nei supermercati. Si tratta di un mero calcolo di convenienza economica da parte dei commercianti, dato il costo più basso di questo prodotto, di connivenza o di paura?
Su questo non posso dare una risposta certa, ma di sicuro vi è una grande responsabilità dei commercianti. In alcuni casi è possibile che la paura abbia un grande peso: soprattutto nei piccoli centri conta molto il ricatto sulla vendita al dettaglio.

E’ sottovalutata la presenza della camorra nel piccolo quotidiano?
Sì, e questa scarsa attenzione è dovuta al fatto che si immagina la camorra soltanto rispetto agli omicidi, alla grande mole di affari. Ma la camorra, come si è visto, è anche quello che arriva sulle nostre tavole.

Persiste l’idea della mafia come organizzazione che aiuta là dove lo Stato non arriva. Come sconfiggere questa mentalità?
Dire che un’attività di questo genere sia “Meglio che rubare”- come ha fatto la suocera del titolare di un forno, ex affiliato al clan Moccia che dopo 20 anni di carcere si è riciclato panettiere- è un ossimoro, perché chi non paga le tasse, chi ricicla i soldi attraverso il pane ruba e compie un crimine. Questa mentalità va combattuta con l’educazione, con il rispetto delle leggi e con la repressione.

Quanta parte e quanta responsabilità ha la politica in questa vicenda?
Le responsabilità della politica sono enormi. Basta pensare al caso di Afragola, cittadina in cui sono stati scoperti 60 forni clandestini e il cui municipio è stato sciolto due volte consecutive per infiltrazioni camorristiche. E’ un chiaro segno della connessione negativa che negli ultimi anni si è determinata tra mafia e politica. Quest’ultima ha abbassato la guardia: bisogna tornare a parlare di antimafia e di anticamorra, superare l’impossibilità e l’incapacità di sradicare il fenomeno, che va combattuto sia attraverso la repressione che con politiche sociali e di formazione.

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