Share space, l’abolizione di semafori e cartelli stradali

Tempi duri per gli automobilisti campani. Il traffico e l’inquinamento, specie in città, sono fenomeni entrambe in espansione, e la qualità della vita dei napoletani è insostenibile: Napoli è tra le peggiori città d’Italia se si considerano i dati di una ricerca nazionale sulla mobilità sostenibile che vedono il capoluogo campano al 35esimo posto. Il rapporto “Mobilità sostenibile in Italia” elaborato da Euromobility e Kyoto Club in collaborazione con Assogasliquidi e Consorzio Ecogas, ha passato al setaccio le 50 principali città italiane per monitorare tutte le iniziative prese in fatto di eco-mobilità,  premiando la città di Bologna che si conferma tra le prime d’Europa in questa speciale classifica. La soluzione al problema mobilità di Napoli non è minimamente all’orizzonte, attualmente non ci sono proposte concrete in grado di interpretare soluzioni di lungo termine. Allora perché non guardare ad un cambiamento radicale della concezione di mobilità cittadina? Ad esempio prendendo come modello la proposta di un ingegnere del traffico olandese, Hans Monderman, che varie città europee hanno già adottato o stanno prendendo in considerazione. La filosofia, perché di questo si tratta, si chiama Shared space – spazio condiviso – e consiste nell’abolizione di un gran numero di cartelli stradali, di semafori e perfino dei marciapiedi: in questo modo automobilisti e pedoni dovranno abituarsi a condividere lo stesso spazio, e questo costringerebbe chi è al volante a responsabilizzarsi maggiormente. Come dichiarò Hans Monderman, prima di morire, al quotidiano tedesco “Der Spiegel”:“Stiamo perdendo la nostra capacità di comportamento responsabile nei confronti della società, a causa delle troppe regole, e quindi sostengo che la soluzione per regolare il traffico sulle strade è insegnare che il pericolo è buona cosa, che l’insicurezza rende più attenti. Perchè se non sai esattamente chi ha diritto di circolare quando ci si trova in una strada senza cartelli e strisce, tendi a cercare lo sguardo d’intesa con gli altri utenti della strada, riduci automaticamente la velocità e tendi a prestare più attenzione”. In Olanda pioniere di questa rivoluzione è la provincia di Frisia: a Makkinga e Drachten i semafori i cartelli e i marciapiedi sono spariti, e l’unica regola è la precedenza a destra. Ma l’Olanda ha fatto scuola e dopo il successo che ha riscosso anche l’Unione Europea si sta interessando allo Shared space. Secondo uno studio dello stesso Hans Monderman  mentre i segnali proliferano nessuno gli presta più attenzione. Da molto tempo gli psicologi parlano dell’assurdità di questo eccesso: circa il 70per cento della segnaletica non è nemmeno percepita, e l’automobilista è diventato insensibile. Tutto questo non fa altro che favorire il suo imbarbarimento. L’automobilista si ferma, forse, davanti alle strisce pedonali, ma per il resto si sente autorizzato a tagliare la strada a qualsiasi pedone, e ogni semaforo è una sfida per riuscire a passare ancora con il giallo. Il risultato è che nella morsa delle regole l’automobilista diventa egoista dimenticando le buone maniere. Secondo i fautori del nuovo concetto, solo più libertà e più responsabilità individuale possono aiutare ad uscire dal circolo vizioso. In una città come Napoli, che ha nel suo Dna una buona dose di anarchia, sarebbe una concezione che andrebbe incontro agli automobilisti, responsabilizzandoli. Una filosofia opposta a quella del “chi sbaglia paga”, del controllo e della videosorveglianza agli incroci. Quante volte ci è capitato di passare decine di minuti ad un incrocio con semafori funzionanti o vigili urbani che dirigono il traffico, mentre lo stesso incrocio con i semafori spenti è risultato molto più scorrevole? Immaginare Napoli come se le macchine fossero tutt’uno con il resto della città, i cittadini i cassonetti ricolmi e le bancarelle abusive, non è difficile. Al momento attuale le automobili la fanno da padrona, ma proprio perché sovrastano tutto ciò che le circonda all’interno dello spazio urbano, creando il caos, tanto vale eliminare questi i confini e provare a responsabilizzare le persone al volante, causando il caos.

Alessandro Ingegno

da “Corriere del Mezzogiorno”

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