Barack will die. Dall’Obama-mania all’Obama-paranoia


Tutto è cominciato con la dichiarazione del premio Nobel Doris Lessing . La novantenne scrittrice dichiarò qualche settimana fa di essere sicura che, una volta eletto presidente, Obama sarà assassinato.
Vecchie nonne che non escono più di casa, in isterica attesa della fatale notizia dell’assassinio del leader democratico di colore (Time).
Bambine che pregano tutto il giorno Dio affinché protegga Barack Obama dai cattivi che vorrebbero ucciderlo (New York Times).
Proclami altisonanti di esponenti della comunità black pronti a schierare i loro stessi corpi in difesa del futuro primo presidente nero degli Stati Uniti d’America. L’anima profonda dell’America esprime ormai quotidianamente una crescente e folkloristika apprensione per la sorte del senatore dell’Illinois, amplificata puntualmente dai reportage morbosi dei mass media.

Effetto collaterale dell’Obamamania, l’Obama-paranoia dilaga in questa seconda fase delle primarie USA. Il dibattito sulla possibilità che Obama venga ucciso infiamma i giornali. Mentre Obama dichiara fiducioso di aver “il miglior servizio di sicurezza del mondo”, fioccano le critiche sulle mancanze degli 007 addetti alla sua persona. E la paura sembra aver contagiato anche i servizi segreti americani, che hanno schierato un apparato di sicurezza imponente, bruciando ogni record di tempestività (nessun candidato alle primarie aveva avuto una scorta federale a così grande distanza dalle nomination ufficiali).
Eppure tutto questo non basta.

L’assassinio di JFK a Dallas, Texas, il 23 novembre 1963. C’è chi teme la storia possa ripetersi con Obama.

La moglie di Obama, cuore di donna, dice: “la scorta non mi rassicura, perché il giorno che ce l’hanno assegnata ho capito che mio marito rischiava seriamente di morire”.
Le voci razionali soffrono di asfissia. Ormai è dato per certo: Obama sarà ucciso dalla Spectre o da qualche organizzazione simile. Un pamphlet molto in voga parla addirittura di una sorta di congiura nata dall’eccezionale accordo tra i Clinton e i Bush. Ed è inutile ogni rassicurazione. Come dicono molti analisti politici, Obama è il leader di una sorta di nuova religione, ormai. Per una sorta di “cristomimesi” operata dai suoi sostenitori, è l’agnello sacrificale. Morirà come un martire. La domanda non è “sé”, ma solo “quando” verrà ucciso.

Man mano che si avvicina l’appuntamento cruciale con la tornata texana del 4 marzo, fioccano le analogie con la morte di John Fiztgerald Kennedy, che trovò la morte a Dallas nel 1963. Obama non smentisce, ma nemmeno alimenta le voci. Non gli conviene. Alcuni afroamericani, intervistati dalla stampa, hanno dichiarato che non lo voteranno: che senso ha, se tanto poi verrà assassinato? Sono voti persi.

Non c’è nulla di razionale nell’Obamamania, sindrome che scuote le viscere emozionali dell’America. Intanto, finora, l’unica vera vittima della campagna elettorale americana è un supporter di Obama accoltellato dal cognato clintoniano per divergenze di vedute. Un incidente figlio dell’eccesso consumo di alcool, più che della politica. Ma un altro sassolino nello stagno della tensione.

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