Pubblicità nelle scuole

Si possono preservare gli adolescenti e i bambini dalla pubblicità, almeno all’interno delle scuole? L’attuale autonomia di cui godono le scuole pubbliche, le quali per motivi economici sotto quest’aspetto sono molto fragili, consente di ipotizzare contratti stipulati con gli inserzionisti per la vendita di spazi pubblicitari all’interno degli istituti. Le necessità economiche di cassa possono spingere i dirigenti scolastici a inserire nel campo delle entrate gli introiti da pubblicità, ma questa scelta sarà esclusivamente dettata dall’etica dei presidi e dei consigli d’istituto, e gli studenti si dovranno adeguare. All’estero questa pratica è già molto diffusa nelle scuola pubbliche: in Svizzera ad esempio i dirigenti scolastici non disdegnano sponsor come la società petrolifera Bp o lezioni sponsorizzate dalla Coca Cola mentre negli Stati Uniti gli sponsor nelle scuole sono di casa dal 1990, da quando la rete televisiva “Channel One” introdusse in 400 scuole secondarie il telegiornale per adolescenti, anche se già molti anni prima i manifesti pubblicitari di Coca Cola e Pepsi facevano compagnia tra le mura scolastiche ai giovani studenti americani,target: conquistare il mercato degli adolescenti! A Napoli i dirigenti scolastici fanno le barricate davanti all’utilizzo indiscriminato di pubblicità per finanziarsi, e assicurano l’utilizzo esclusivo di sponsor con finalità educative e propedeutiche alla formazione degli studenti. Ma troppo spesso accade che gli sponsor per entrare negli istituti studino forme sempre più sottili dei manifesti pubblicitari affissi nelle bacheche scolastiche. E’ il caso delle sponsorizzazioni dei viaggi scolastici da parte di imprese, oppure nei bar – vere isole felici delle sponsorizzazioni – ma il caso più diffuso è sicuramente il proliferare di distributori automatici di merendine e bevande su cui compaiono i loghi pubblicitari. La dimostrazione chiara del fatto che la pubblicità è oramai arrivata alle porte delle scuole napoletane, nonostante la resistenza che oppongono nei confronti degli sponsor, è simbolicamente visibile a via Manzoni dove, di fronte all’Istituto scientifico Tito Lucrezio Caro, già da un anno si alternano giganteschi manifesti pubblicitari, spesso di marche di vestiario, impossibili da ignorare per gli studenti. Tornando agli Stati Uniti ovviamente lì il dibattito è ad uno stadio più avanzato, sono infatti nate associazioni quali Commercial alert il cui direttore, Gary Ruskin, è diventato uno dei più forti oppositori all’ingresso delle pubblicità nelle scuole. “I bambini, e soprattutto gli adolescenti, sono spesso un obiettivo difficile per gli inserzionisti – constata Gary Ruskin – per questo i venditori di prodotti vanno là dove si trovano i ragazzi, dove sono costretti a stare: a scuola”. In Italia durante l’anno scolastico 2006/07 si sono sollevati forti dibattiti con proposte e critiche relative alla pubblicità all’interno degli spazi scolastici, in particolare a Genova e nel Veneto dove si era creato un forte senso di indignazione da parte dei genitori. Il pericolo è che le scuole, da sempre off limits per l’arroganza e la violenza degli sponsor, diventino senza che ce ne accorgiamo sempre più simili alle strade delle città deturpate dai messaggi pubblicitari che troppo spesso ci impediscono di cogliere e di soffermarci sulla nostra storia, l’arte e la cultura. Conoscenze fondamentali per sapere chi siamo e quindi dove stiamo andando.
E allora come sostiene il filosofo John Condry, co-autore con Karl Popper del libro Cattiva maestra televisione, occorre che “la scuola insegni ai bambini la televisione e la pubblicità. E’ necessario insegnare ai ragazzi che l’acquisizione di beni materiali non è lo scopo supremo della vita e che molti dei valori che si trasmettono nelle pubblicità contraddicono ciò che si insegna a scuola”.

Alessandro Ingegno

da “Cosmoggi”

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