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Archivio per la categoria ‘Storia’

Pompei rinasce in chiave green, con l’archeo-agricoltura sostenibile

Dopo le difficoltà riscontrate nella stagione turistica appena conclusa, Pompei ha deciso di puntare sul proprio territorio a 360 gradi, in chiave green, per il rilancio dell’immagine dell’intero sito archeologico. Nei primi sei mesi dell’anno gli Scavi Archeologici di Pompei hanno infatti registrato bilanci in rosso con un 12% in meno di visitatori, che significa oltre 110.000 ingressi rispetto allo stesso periodo del 2008.

Ma in cosa consiste il piano di rilancio della nuova Pompei sostenibile? La soprintendenza e la Regione hanno siglato un’intesa che prevede un ampliamento dell’offerta turistica pompeiana anche all’agricoltura biologica, in particolare al vino prodotto proprio nell’area archeologica oltre ad altri prodotti tipici locali dell’area vesuviana. Il vino locale rappresenterà il cuore del progetto di rilancio: l’Aglianico, il Sciacinoso e il Piedirosso a Pompei verranno coltivati negli stessi luoghi dove sorgevano gli antichi vigneti. Agricoltura sostenibile, vino e storia, un mix che promette un roseo futuro per Pompei.

L’area archeologica pompeiana si estende infatti per 66 ettari: 44 sono scavati e i rimanenti sono gestiti dai contadini secondo regole precise come, per esempio, non utilizzare mezzi pesanti o effettuare vangature profonde, e non utilizzare presidi fitosanitari aggressivi a tutela dei resti archeologici. Questo per tutelare una biodiversità che si conserva da 250 anni. Insieme con il vino prodotto negli Scavi come duemila anni fa ci sarà anche spazio per colture che preservano la biodiversità dell’area archeologica, oltre che per la valorizzazione dei prodotti tipici che verranno coltivati.

Il modello pompeiano, definito di “Archeo agricoltura sostenibile”, coniugherà la storia dell’antica Roma, ben rappresentata dai reperti, alla naturalezza dei luoghi e dei prodotti della terra, grazie al vino, trait d’union tra antichità e presente.

Il vino era infatti già apprezzatissimo dagli antichi romani e nell’area vesuviana si trovavano già allora terreni adatti per la coltivazione della vite, c’era la possibilità di lavare le anfore per la conservazione del vino con l’acqua di mare salata, e sul delta del fiume Sarno crescevano le canne per reggere le piante di vite.

Per promuovere l’Archeo agricoltura sostenibile Pompei ha inoltre intenzione di destinare ogni bottiglia prodotta all’interno degli Scavi ad un’ambasciata italiana nel mondo, accompagnata da una serie di eventi e promozioni studiate appositamente per ogni destinazione. L’idea innovativa è stata lanciata dal commissario all’area archeologica di Pompei, Marcello Fiori, in occasione della vendemmia; occasione che ha permesso anche di illustrare in anteprima alle scuole primarie giunte a Pompei per visitare il sito archeologico la mostra “Vinum Nostrum”, un percorso che narra il lungo cammino della vite e della sua diffusione dalla Grecia a Roma antica, grazie anche alle testimonianze uniche che gli scavi di Pompei conservano.

Storia e natura a Pompei si fonderanno permettendo ai visitatori di camminare per quelle strade che oltre 2000 anni fa erano solcate dai Romani, e nel frattempo provare le sensazioni provocate dagli intensi sapori dei vini frutto di quella stessa terra, creando un esperienza sicuramente unica al mondo nel suo genere.

Alessandro Ingegno

da Yeslife.it

pompeilogo

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Colpo di stato e rivolta in Iran

16 Giugno 2009 Alessandro I. 1 commento

In Iran si è avuto un vero e proprio colpo di Stato che ha scippato Mir Hossein Moussavi della vittoria. A sostenerlo sono due noti cineasti iraniani, Mohsen Makhmalbaf, rappresentante ‘ad honorem’ di Moussavi e regista di ‘Viaggio a Kandahar’, e Marjani Satrapi, l’autrice della pellicola cinematografica ‘Persepolis’. I due hanno parlato alla stampa dalla sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, nel corso di una conferenza del leader verde Daniel Cohn-Bendit. I due cineasti hanno presentato la fotocopia di un documento che sarebbe la certificazione del risultato del voto della Commissione elettorale iraniana, nella quale a Moussavi erano assegnati 19.075.423 voti, 13.387.103 quelli di Mehdi Kroubi, ex presidente del Parlamento, e soltanto 5.498.217 ad Ahmadinejad, dichiarato invece vincitore. Non vi sono certezze sull’autenticità del documento ma, secondo la denuncia di Satrapi, “Ahmadinejad ha avuto solo il 12%, non il 65% dei voti”. “Moussavi – ha riferito dal canto suo Makhmalbaf – alla fine dello spoglio dei voti fu chiamato dalla Commissione elettorale che gli comunicava la vittoria e gli diceva di prepararsi per il discorso”. Poi il colpo di scena. “Poco dopo – ha raccontato ancora il cineasta – alcuni militari sono entrati nel suo ufficio, gli hanno detto che non avrebbero consentito una rivoluzione verde. Poi la televisione di Stato ha annunciato la ‘vittoria’ di Ahmadinejad”. Makhmalbaf ha esortato dunque “la comunità internazionale a non riconoscere ufficialmente la vittoria di Ahmadinejad. Quello che è successo non sono brogli elettorali, è un vero e proprio colpo di Stato”.

Intanto oggi è stata un’altra giornata di manifestazioni e proteste in Iran, sempre seguite da violenze e arresti. A causa del blocco imposto ai giornalisti stranieri, a cui è stato vietato di lasciare i propri uffici, è impossibile fare un bilancio preciso: alcune fonti però parlano di oltre venti vittime della repressione.

Una cifra che potrebbe ancora aumentare, secondo la Cnn: i sostenitori del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad hanno infatti indetto una manifestazione negli stessi luoghi di Teheran in cui si sarebbero riuniti i sostenitori del suo sfidante Mir Hossein Mousavi, e le strade della capitale iraniana continuano a traboccare di persone.

Intanto è di oggi la decisione di procedere ad un parziale riconteggio dei voti annunciato dall’ayatollah Khamenei.

L’Iran inatteso – da Altrenotizie.org

Buongiorno Iran, buongiorno Italia – da L’89

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25 APRILE 1945 – 25 APRILE 2009

24 Aprile 2009 Alessandro I. 1 commento

25 APRILE 1945 – 25 APRILE 2009

Difendiamo la Costituzione della Repubblica italiana nata dalla Resistenza
contro ogni tentativo di snaturarla, di svuotarla, di svilirla.

“La Costituzione è un testamento, un testamento di 100mila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”

Queste parole di Piero Calamandrei, uno dei Padri della Patria sono tremendamente attuali. La Costituzione è minacciata sempre più da pericolosi segnali di ostilità ignorando così la storia con assurde proposte di parificazione tra chi ha combattuto ed è stato ucciso per la libertà e chi ha collaborato con l’occupante. Da qui la necessità di respingere con fermezza tutti i tentativi di chi vuole reciderne le radici che la legano alla Resistenza, alla lotta partigiana, alla guerra di Liberazione nazionale.

Gli Italiani tutti hanno pagato un prezzo altissimo per la conquista della libertà che oggi 25 aprile celebriamo. In questo dolore, in questa lotta e in questo sacrificio affondano le loro radici la nostra Repubblica e la nostra Costituzione che la storia chiama tutti a riconoscere come matrice della nostra comunità nazionale.

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L’onda di Obama travolgerà Berlusconi

24 Gennaio 2009 Alessandro I. 1 commento

Per quanto si affanni a seminare ottimismo e a ingiungere consumismo, a promettere sfracelli sulla giustizia e a costruirsi pioli per il Quirinale, a tenersi incollati Fini e Bossi e a emettere decreti legge, Silvio Berlusconi appare ormai un uomo di governo e un capo politico fuori dal tempo e dalla storia. E per quanto possa sembrare una fantasticheria dirlo a fronte della nuda realtà dei numeri del parlamento e dei sondaggi, il suo astro appare destinato a tramontare nella svolta politica, geopolitica e culturale provocata dall’elezione di Barack Obama.
Berlusconi è stato un fenomeno prettamente italiano, radicato nella modernizzazione degli anni 80, concimato da una più lunga storia di cittadinanza debole e di «uomini forti» al comando, sbocciato nella crisi del sistema politico degli anni 90, alimentato dal consenso di un immaginario sociale ricalcato su di lui dalle sue tv. Tuttavia, non è stato solo un fenomeno italiano: ha anticipato tendenze più larghe, o le ha imitate o ne ha risentito.
Leadership mediatica, personalizzazione della politica, svuotamento e deformazione della democrazia (attacco allo stato di diritto, de-costituzionalizzazione, rafforzamento dell’esecutivo e indebolimento del parlamento e della rappresentanza), retorica dell’antipolitica, concezione imprenditoriale dello stato, della società e della «riuscita» individuale, alleanza con i teo-con e con le ossessioni identitarie a sfondo razzista: questi ingredienti della ricetta berlusconiana sono stati gli stessi dell’era ispirata, negli Usa e dagli Usa in tutto il mondo, dal neoliberismo e dal neoconservatorismo.

Con l’elezione di Obama questo contesto internazionale, questa onda che ha disegnato il profilo di un’epoca, sono finiti. Ed è questa fine che consegna alla sua fine anche Silvio Berlusconi e la sua «impresa» politica, come se una nuova reazione chimica rivelasse improvvisamente l’obolescenza e le rughe del materiale plastico di cui è fatto. Non si tratta di attribuire alla nuova presidenza americana un effetto immediato di trascinamento dei nostri equilibri politici, e di immaginare per domani mattina un impossibile ribaltone della maggioranza di governo qui in Italia. Una fine può essere lenta, travestirsi di livida potenza, combinare molti guai. E nemmeno la prevedibile erosione di consensi che a Berlusconi verrà dal dispiegarsi nei prossimi mesi della crisi economica autorizza l’opposizione a mettersi nella passiva attesa di una automatica alternanza di governo. Si tratta di percepire, registrare e interpretare questo cambiamento dell’epoca, questo smottamento di egemonia, questa nuova energia. E di reinventarsi un’alternativa politica, sociale e etica in questo «dopo» in cui siamo già sospinti. Quando un’epoca finisce, travolge nella sua fine i vincenti, ma anche i perdenti se restano attaccati a ciò che in quell’epoca sono stati. Ne può derivare una catastrofe o una rinascita. Prima l’immaginazione che non è al potere comincerà a realizzerà che l’incubo è finito, a smettere di tenere in vita i propri spettri o più banalmente di continuare a occuparsi del caso Villari, a far vivere nelle maglie di un presente ancora afferrato dal passato le possibilità del futuro, prima si chiarirà se c’è una catastrofe o una rinascita ad aspettarci dietro l’angolo.

da ilManifesto.it

Barack Obama è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America!

obamapresidenteIl 4 novembre 2008 l’America sceglie di entrare nella storia e cambiarla, dando la fiducia totale al candidato presidente democratico Barack Obama. Un cambiamento epocale che è stato reso possibile da tutti i cittadini che hanno creduto in un America migliore, in un mondo migliore, affidando la presidenza più importante a colui che fino a poco tempo fa era un outsider con poche credenziali ma di buone speranze. L’America ha fortemente sospinto il candidato afro-americano alla Casa Bianca con un’affluenza alle urne da record e con numeri a valanga in favore del democratico, che ha anche conquistato Stati storicamente in mano ai repubblicani. Solo in questo modo i cittadini americani hanno potuto affossare la politica Repubblicana guerrafondaia di George W.Bush e del suo successore, il candidato John McCain, superando 8 anni vissuti nella paura del terrorismo e nella bolla mediatica creata ad arte per pilotare il consenso. Il voto del 4 novembre 2008 è una speranza di cambiamento per gli Stati Uniti d’America, ma è una speranza per tutti i popoli del mondo.

Il discorso di Obama a Chicago

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Olimpiadi di Pechino 2008: i giochi verdi

Pechino si è dimostrata una padrona di casa brillante, dal punto di vista sportivo, organizzativo e anche ambientale! Il Villaggio Olimpico è infatti diventato un modello esemplare di architettura ecosostenibile per tutta la Cina.

Siamo arrivati alla fine delle Olimpiadi. Per chi non avesse ancora sbirciato sui giornali, l’Italia si è posizionata al nono posto, superando la Francia, con cui ha combattuto testa a testa fino all’ultimo giorno. Grazie a Cammarelle, che nel pugilato regala all’Italia l’ottavo oro! Cliccate qui per la classifica finale.

Dobbiamo ammettere che, nonostante tutti i problemi e le discussioni pre olimpiadi sulle condizioni della Cina, i padroni di casa hanno dimostrato di essere una super potenza sportiva, portando a casa 100 medaglie, di cui 51 d’oro. Anche sul piano organizzativo Pechino ha offerto un’impressionante dimostrazione di forza.
Lo spettacolo conclusivo di ieri pomeriggio, con un’altra cerimonia sfavillante di luci nel meraviglioso nido del National Stadium, è stato dello stesso livello artistico di quello dell’8 agosto. Se vi siete persi lo spettacolo ecco qui sotto la cerimonia di chiusura.
Va insomma agli archivi un’edizione perfetta, organizzata splendidamente e gestita con altrettanta bravura e cura dei particolari. Le olimpiadi XXIX saranno da ricordare!

Attraverso questi Giochi sicuramente abbiamo imparato qualcosa in più sulla Cina e la Cina ha conosciuto qualcosa in più sul mondo.
Una Cina che ha centrato tutti i suoi obiettivi. In primis in ambito sportivo. Ha dominato il medagliere (51 ori, staccatissimi gli Usa – secondi – a 36) conquistando il proprio scontato record di medaglie (100). Ma anche sul piano organizzativo l’Olimpiade cinese è stata un’impressionante dimostrazione di forza. Sfruttando una massa lavorativa praticamente sterminata, con decine di volontari a disposizione di ogni ospite, ha creato un contesto operativo ideale per chi ha partecipato all’evento.
Ma vittoria della Cina anche e soprattutto in ambito ambientale. Abbiamo anche scoperto una Cina sostenibile.
La scorsa settimana è infatti stato assegnato a Pechino un importante riconoscimento per il design eco sostenibile del Villaggio Olimpico, il premio Leadership in Energy and Environmental Design (LEED). Se vi ricordate abbiamo parlato della certificazione americana LEED nell’articolo dedicato alla città di Greensburg, in Kansas. In pratica la certificazione LEED assomiglia alla nostra certificazione energetica, ma con delle implicazioni ambientali molto più importanti. Per ottenere il certificato, infatti, non basta dimostrare l’efficienza energetica della struttura, ma bisogna dimostrare che tutta la sua costruzione sia stata effettuata senza impattare sull’ambiente (ovvero tutto il ciclo di vita a basso impatto ambientale).
Il villaggio olimpico è stato realizzato con caratteristiche eco sostenibili, tra cui pannelli solari, tetti verdi, e un esteso sistema di riciclo delle acque piovane.
Il villaggio olimpico ha ospitato 16.000 atleti, è sviluppato su un’area di 160 acri e contiene 42 edifici residenziali che vanno dai 6 ai 9 piani, sette centri comunitari, tre edifici commerciali, un centro benessere, librerie, palestre, piscine, campi da tennis e un asilo. Con un ottimo livello di isolamento, finestre ad alta efficienza energetica, e un sistema che recupera e riutilizza la pioggia per riscaldamento e raffreddamento, questi edifici sono il 50% più efficienti energeticamente rispetto alla maggior parte degli edifici di Pechino.
I tetti verdi inoltre costituiscono più del 60% delle superfici dei palazzi e il 95% dei parcheggi è costruita sotto terra. In questo modo viene liberato spazio per una superficie verde all’aperto e per una rete di piste ciclabili e pedonali.
Al termine delle Olimpiadi il villaggio olimpico verrà convertito in appartamenti di lusso all’inizio del 2009. Pensate che l’80% degli appartamenti è già stato venduto!

Le Olimpiadi hanno portato quindi aria di cambiamenti, e la Pechino conosciuta come città grigia, oppressa dall’inquinamento, culla di una società spietata in cui conta fare soldi e vincere la concorrenza, si è trasformata in realtà positiva, gioiosa, aperta al mondo. Un modello esemplare per il futuro sviluppo della Cina ma anche per il mondo intero.
Certo, le Olimpiadi non cancellano le questioni dei diritti umani, della libertà di espressione, del lavoro minorile. Noi in primis non dimentichiamocene, e speriamo che il mondo non smetta di parlarne finita la cerimonia di chiusura dei giochi.

da Yeslife.it

Bolzaneto, G8: ingiustizia è fatta

A sette anni dalle violente nel “carcere provvisorio” di Bolzaneto, i giudici di Genova pronunciano la sentenza contro i 44 ufficiali, guardie carcerarie e medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento no global. Dopo dieci ore di camera di consiglio, il verdetto cancella l’ipotesi di crudeltà e tortura sostenuta dalla Procura. Assolve trenta imputati, ne condanna solo 15. Contro una richiesta di poco meno di 80 anni di reclusione, i giudici ne hanno inflitto solo 24 e, grazie alla prescrizione e all’indulto, nessuno dei condannati finirà in galera. Lo Stato si è assolto.

La Procura: “Qualcosa di grave è successo”. Laconico e imbarazzato il commento della Procura alla sentenza shock: “E’ stato riconosciuto che qualcosa di grave nella caserma di Bolzaneto è successo”, ha detto il pm Vittorio Ranieri Miniati che, insieme a Patrizia Petruzziello, ha sostenuto l’accusa. “Il tribunale – ha proseguito il magistrato – ha ritenuto di assolvere diversi imputati. Leggeremo la sentenza e valuteremo se fare appello. E’ stata comunque riconosciuta l’accusa di abuso d’autorità“.

Ma la sinistra, o quello che resta della sinistra, è sulle barricate. La sentenza su Bolzaneto è «scandalosa», dice Paolo Ferrero. «Si perpetua – denuncia in un’intervista al Corriere della sera – la tradizione italiana da Piazza Fontana a oggi: la volontà di non fare chiarezza sugli episodi realmente accaduti». E Paolo Cento affonda: «La sentenza per i fatti di Bolzaneto ci consegna una verità dimezzata dall’arrivo della prescrizione per le pene, comunque troppo miti e limitate, e lascia del tutto impunite le responsabilità politiche della gestione dei fatti del G8 di Genova».

Ventitre anni e nove mesi di reclusione per 15 imputati e assoluzione per 30: la sentenza lascia perplesso Vittorio Agnoletto, ex leader dei movimenti. «Sono stati condannati, e con pene miti, solo coloro che avevano delle responsabilità di direzione a Bolzaneto. Questo è anche il risultato dell’omertà e del tentativo di ostacolare in qualunque modo la ricerca della verità attuata in questi anni dalle diverse forze dell’ordine».

Alessandro Perugini, l’ex numero 2 della Digos genovese, imputato in un altro procedimento perchè sorpreso dall’obiettivo di un fotografo mentre tirava un calcio in faccio ad un adolescente, la Procura aveva chiesto tre anni e mezzo. E’ stato condannato a 2 anni e 4 mesi. Un altro vice-questore genovese, Anna Poggi, è stato condannato a 2 anni e 4 mesi contro i 3 anni e mezzo richiesti dal pm. Giacomo Toccafondi, il medico coordinatore del servizio sanitario a Bolzaneto, ha subito una condanna ad un anno e 2 mesi contro i 3 anni e mezzo richiesti dall’accusa. La sentenza più pesante è stata inflitta a Antonio Gugliotta, l’ispettore di polizia penitenziaria responsabile della sicurezza nella caserma: cinque anni, come richiesto dall’accusa, per aver picchiato con il manganello i giovani no global. Accolta la richiesta della Procura anche per Massimo Pigozzi l’agente accusato di aver lacerato la mano ad uno degli arrestati: 3 anni e 2 mesi contro i 3 anni e 11 mesi richiesti dai pm.

Risarcimenti per quindici milioni. Tra gli assolti, l’attuale generale della polizia penitenziaria, Oronzo Doria, all’epoca dei fatti colonnello, che la Procura voleva condannato a 3 anni e mezzo. Condannato il ministero degli Interni e quello della Giustizia a pagare i danni materiali e morali subito dalle parti civili. In media, settantamila euro per ognuno delle 209 vittime accertate. In totale circa quindici milioni di euro.

La beffa nella beffa, più crudele delle condanne fortemente ridimensionate, è proprio questa. L’incapacità della giustizia italiana di riconoscere che quel che accadde a Bolzaneto era tortura ha fatto in modo che i responsabili della caserma che accoglieva i detenuti fermati durante i cortei fossero accusati di abuso d’ufficio (art. 323 del codice penale, pena massima 3 anni), solo in alcuni casi di lesione personale (art. 582, 3 anni) o di falso (art. 479, 6 anni) perché nel nostro paese il reato di tortura non esiste. E non c’è norma che riconosca i calci, i pugni, l’attesa per ore in piedi, il passare tra due ali di agenti che picchiano, il dover cantare «Uno due tre, viva Pinochet» o «duce duce». E nei prossimi mesi prescrizione e indulto cancelleranno tutto il resto. Con l’incubo lasciato appena dietro l’angolo di un decreto «blocca processi» che poteva fermare persino questa sentenza.
Serve a poco pensare che i giudici abbiano riconosciuto anche le responsabilità dell’ex numero due della Digos genovese, Alessandro Perugini, vicequestore e dirigente più alto in grado presente a Bolzaneto, condannato a due anni e quattro mesi (invece di tre e mezzo) insieme ad Anna Poggi, vice di Canterini all’interno della struttura.
E le parole del pm Vittorio Ranieri Miniati, «nella sostanza l’accusa di abuso d’autorità (e dunque di tortura, ndr) è stato riconosciuta», lasciano l’amaro in bocca.

La rabbia dei giovani picchiati

Le richieste dell’accusa, e le condanne.

ASSASSINI

Ustica: Cossiga parla e si riaprono le indagini. Quando parlerà del “caso Moro”?

26 Giugno 2008 Alessandro I. 1 commento

Una pista francese per la strage di Ustica
Le dichiarazioni dell’ex presidente Cossiga riaprono l’inchiesta Ma la procura dubita che Parigi sia davvero disposta a collaborare.

Ventotto anni dopo la strage di Ustica, si riparte dalla Francia. Potrebbero essere stati infatti dei Mirage appartenenti all’aviazione della Marina francese a provocare, la sera del 27 giugno 1980, l’abbattimento del Dc9 Itavia in volo da Bologna a Palermo. Una tragedia che sarebbe stata l’atto finale di un fallito attentato al leader libico Muhammar Gheddafi e in cui sarebbe rimasto coinvolto l’aereo italiano. Ad essere convinto delle responsabilità di Parigi nella strage è l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che è stato ascoltato dai pubblici ministri Erminio Amelio e Maria Monteleone della procura di Roma che hanno riaperto le indagini sulla strage costata la vita a 81 persone. E ai due magistrati Cossiga ha ripetuto quanto affermato in alcune interviste, vale a dire di aver saputo delle presunte responsabilità francesi dall’ex capo del Sismi Fulvio Martini che avrebbe trasmesso le stesse informazioni anche a Giuliano Amato, all’epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Craxi.
Secondo la ricostruzione dell’ex presidente, Parigi avrebbe saputo che il 27 giugno di 28 anni fa Gheddafi avrebbe attraversato il Tirreno a bordo di un aereo, e avrebbe organizzato l’operazione militare per ucciderlo. «La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l’informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi videro un aereo (probabilmente di scorta a quello di Gheddafi, ndr) nascondersi dietro il Dc9 per non farsi prendere dai radar». In quell’occasione, ha spiegato ancora Cossiga, sarebbe stato utilizzato un missile a risonanza e non a impatto perché «se fosse stato a impatto non ci sarebbe stato nulla dell’aereo». Amelio e Monteleone hanno ascoltato anche Amato, che però, come in passato, ha ribadito di non essere mai stato a conoscenza delle informazioni di cui parla l’ex presidente.
Rimasto in silenzio per anni, Francesco Cossiga ha dunque deciso di rivelare quanto saprebbe sulla strage di Ustica. Una decisione che arriva dopo che, il 10 gennaio del 2007, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal governo italiano contro l’assoluzione dall’accusa di alto tradimento dei generali dell’Aeronautica Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, mettendo così la parola fine all’inchiesta sulla strage. Le parole dell’ex presidente potrebbero ora far ripartire le indagini, indirizzandole con decisione verso la Francia. «Servirebbe una nuova rogatoria internazionale», spiega Rosario Priore, il giudice che per nove anni ha indagato sulla strage. «A Parigi bisognerebbe chiedere di nuovo non solo la dislocazione delle sue portaerei quella notte, ma anche di farci sapere chi erano i piloti in volo e dove si trovavano. Ma per far questo – aggiunge il giudice, oggi consigliere della Corte di Cassazione – il governo dovrebbe far sentire pesantemente la sua voce, e non lasciare da soli i magistrati».
Non è certo la prima volta che nell’inchiesta spunta un possibile ruolo della Francia. Lo stesso Priore nel 1993 fece una rogatoria per chiedere informazioni sulla posizione delle sue navi la sera della sciagura, ma soprattutto sull’attività della base di Solenzara, in Corsica. Le risposte ricevute furono a dir poco evasive.

Il 27 giugno, dunque, i francesi erano dunque impegnati in un’esercitazione militare che avrebbe coinvolto anche la base di Solenzara. E quella stessa sera Gheddafi è decollato con una aereo militare da Tripoli diretto in Polonia. Il leader libico è atteso a Varsavia dal generale Jaruzelski per la firma di un importante trattato commerciale che prevede petrolio libico in cambio del grano polacco. Qualcuno, però, lo avverte del pericolo che starebbe correndo. I tracciati radar mostrano chiaramente l’aereo che probabilmente trasporta il leader libico che, partito dalla Libia, all’altezza di Malta torna cambia rotta e torna indietro.
Ad avvertire Gheddafi, secondo Cossiga, sarebbe stato l’allora capo del Sismi Santovito. Fu davvero lui? L’inchiesta di Priore ha appurato che il giorno successivo alla strage lo steso Santovito si recò a Parigi. Più certa, invece, la divisione presente all’epoca all’interno dei nostri servizi, con una parte più filo-araba, guidata proprio da Santovito, e una più filo-israeliana. Ed è proprio a Parigi che, 28 anni dopo, potrebbe tornare l’inchiesta su Ustica se la procura di Roma deciderà per la rogatoria. Con la speranza che questa volta qualcuno si decida a parlare.

19 anni dopo piazza Tienanmen

Corre oggi l’anniversario della tragedia di Piazza Tienanmen a Pechino. Qui un breve riassunto di questa tragica storia cinese conclusa con la repressione di migliaia di studenti pacifici.

Ahmadinejad: “Israele criminale da 60 anni”

Domani sarà a Roma, dove lo attendono il vertice Fao e le polemiche sulla condotta internazionale del suo Paese. Ma il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad non placa la sua furia oratoria e torna all’attacco di Israele: “E’ alla fine e verrà presto eliminato dalle carte geografiche”.

Il regime sionista criminale e terrorista – continua Ahmadinejad – ha una storia di 60 anni di saccheggi, aggressioni e crimini”. Poi, nello stesso discorso, profetizza la fine della potenza americana: “Il tempo delle potenze tiranniche è finito e con la vigilanza e la solidarietà tra i popoli, gli Usa e tutte le potenze sataniche se ne andranno e la giustizia arriverà“.