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Archivio per la categoria ‘Politica’

Sottoprodotti dell’era berlusconiana

Quelli che seguono sono brani di interviste agli esclusi del Grande Fratello 10, riuniti in un video della Gialappa’s che impazza su YouTube.

Progetti per il futuro? «Vorrei aprirmi una serie di locali, stare nell’ambito del commercialismo». Personaggi storici preferiti? «A me mi piace Bud Spencer e Terence Hill».

La tua passione? «Di solito faccio viaggi incontinentali. Messico, questi viaggi qua». Se fossi un personaggio storico, chi vorresti essere? «Maldini».

Il tuo motto? «Otto?» Motto. «Morto?». Motto! «Ah, motto. Il mio motto? Normale, come sempre».

Sai chi è il presidente francese? «No. Saccio solo quello italiano. Berlusconi». Sì, ma il presidente della Repubblica chi è? «C’è Berlusconi che è il presidente della Repubblica. Poi c’è il presidente del Consiglio che è Carlo Azeglio Ciampi».

Chi è il presidente della Repubblica Italiana? «Piersilvio Berlusconi». Silvio o Piersilvio? «No, Piersilvio».

Cosa porteresti in un’isola deserta? «I profilattici». In un’isola deserta? «Sì, e poi la compagnia che posso dare agli altri».

Che mestiere fai? «Il barrista». Con quante erre? «Due». Qual è la tua passione? «Faccio bodibidink: sollevo anche sessanta pesi».

Il viaggio più interessante? «L’ondra». Come si scrive in inglese? «L – apostrofo – ONDHON».

Se questi sono gli esclusi, non oso immaginare quelli che hanno preso.

da Il bello della democrazia – Lastampa

Un anno ‘ricco’ di politica in Rete, ma l’Italia taglia i fondi

Tutto è iniziato ufficialmente nel 2008 con la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. E per merito di Barack Obama, che ha sbaragliato i concorrenti (anche quelli interni al Partito Democratico) grazie a Internet. Una svolta non da poco, visto che fino alla precedente tornata elettorale la proiezione in Rete della campagna era vissuta soltanto come una doverosa copertura mediatica: c’erano i discorsi dei candidati (in inglese e spagnolo, per accattivarsi il consenso della numerosa comunità ispanica), le tappe dei comizi e poco altro.

I sostenitori di Obama invece, fin dalla sua discesa in campo, hanno attivato – come movimento politico dal basso – una batteria di siti dove l’obiettivo era quello di raccogliere i finanziamenti alla campagna e coinvolgere i cittadini su temi specifici di discussione: lavoro, economia, politica militare, ecc. Un’azione trasversale che ha permesso al candidato di intercettare allo stesso tempo il voto di protesta (legato più che altro alla crisi) e il determinante consenso della classe media. Cosa è successo invece nel resto mondo?

Dopo le celebrazioni, gli inviti ai convegni, gli incarichi e perfino i premi ai cyberguru del neo presidente americano, l’onda lunga del fenomeno Obama si è manifestata a marzo 2009. In India. Dove per ottimizzare la diffusione on line delle elezioni politiche è intervenuto Google. Un banco di prova davvero impegnativo, visti i numeri sviluppati per il rinnovo della Camera bassa del Parlamento indiano: due mesi di durata, quattro giorni per votare (e almeno altrettanti per lo spoglio), 543 parlamentari da eleggere in 35 stati e territori confederati. E soprattutto settecento milioni di cittadini aventi diritto al voto, che poteva essere espresso on line. (…)

Tra aprile e maggio 2009 il connubio tra Internet e politica sbarca in Argentina, dove la presidente Cristina Kirchner anticipa al 28 giugno le elezioni legislative che avrebbero dovuto tenersi a ottobre. A Buenos Aires arriva Frank Greer, uno degli strateghi di Obama (e in passato consulente di Bill Clinton, Nelson Mandela e Vaclav Havel), per tenere un seminario di marketing politico. Altri guru nordamericani sono assoldati da singoli candidati o partiti.

A organizzarsi in proprio è invece il tycoon emergente Francisco de Narváez detto “el colorado”, ricco per le cospicue eredità commerciali dei genitori e soprattutto proprietario di una televisione molto seguita, América 24, e grande azionista di due quotidiani, l’economico Ambito Financiero e il famoso Clarin. De Narváez puntava alla riconferma del suo posto in parlamento nel collegio della provincia di Buenos Aires e ha aperto due siti: uno per la raccolta fondi (meayudas.com) e l’altro per discutere con gli elettori in suo programma politico incentrato sulla sicurezza, unidosenlaweb.com. Risultato: ha vinto le elezioni battendo l’ex presidente argentino (e marito dell’attuale) Néstor Kirchner.

Intanto negli States Obama continua a manovrare sulla leva del Web: pubblica discorsi su YouTube e lancia siti per sostenere le sue iniziative politiche, come quello aperto a favore della riforma sanitaria. Anche se, secondo una ricerca del Pew Research Center’s Internet & America Life Project, il coinvolgimento politico on line stenta a fare breccia tra gli strati meno agiati della popolazione, mentre fa proseliti nella middle-class. Quella fascia sociale composta da persone che hanno l’assicurazione sanitaria, un’istruzione elevata e un solido conto in banca.

da Cultur-e.it

Nonostante l’importanza giocata al giorno d’oggi da internet e dalla rete nella creazione di aree di discussione e confronto, così come nello scambio d’informazioni in real time l’Italia resta indietro. E’ di oggi la decisione del governo di tagliare i già pochi 800 milioni di euro di investimenti atanziati per cancellare il cosiddetto Digital-divide, quel gap che fa del nostro Paese uno degli ultimi in Europa per copertura e informativizzazione. Ogni volta che c’è da tagliare o da risparmiare, il governo si applica con insensato accanimento terapeutico sui pochi settori nei quali bisognerebbe investire con forza: ricerca, innovazione, le reti, il Web. Nell’Italia dominata dall’informazione diffusa dalle Tv di regime non ci si può aspettare diversamente.

Ottimisti, ma senza banda larga – da Repubblica

In Italia il governo congela i fondi per la banda larga – da LaStampa

Il tappo della democrazia – da Byoblu

Governati dal malaffare

23 Ottobre 2009 Alessandro I. 1 commento

Sono molte le recenti notizie su uomini (e donne) della politica accusati di gravi reati. Troppe notizie e troppi reati anche secondo noi. Ma non è colpa nostra se il probabile candidato del Pdl alla guida della Regione Campania (Nicola Cosentino) è coinvolto in inchieste su camorra e rifiuti, da quando una serie di pentiti hanno parlato dei suoi legami con il clan dei casalesi (quelli, per intenderci, di Gomorra). Non è colpa nostra se lady Mastella risulta indagata,con alcuni consanguinei, per reati contro la pubblica amministrazione: non proprio una sciocchezza se con provvedimento della magistratura le viene impedito di risiedere in Campania dove ricopre importanti incarichi istituzionali ( la presidenza del Consiglio regionale). Non è colpa nostra se dalla carte troppo a lungo tenute nei cassetti della giustizia emerge un’altra trattativa con Cosa Nostra, questa volta assai contigua alla fondazione di Forza Italia.

Non è colpa nostra se a Milano finiscono in cella l’industriale re delle bonifiche e la moglie di un esponente Pdl per una serie di ipotesi di reato tra cui l’associazione per delinquere. E non dove sorprenderci, infine, se l’Europa ci considera un paese ad altissimo rischio corruzione. Di fronte a una tale grandinata di accuse e di illegalità sono possibili due reazioni. Avremo i cosiddetti garantisti che ricominceranno a stracciarsi le vesti e a intonare la solita litania che attribuisce al partito delle procure (o delle toghe rosse, fate voi) il solito golpe giudiziario teso a ricattare la politica e a sovvertire il voto degli italiani.

Altri invece si porranno alcune semplici domande. E’ così assurdo pensare che in almeno tre regioni (Campania, Calabria e Sicilia) una certa politica abbia rapporti frequenti e vicendevolmente vantaggiosi con il crimine organizzato? E’ così pazzesco pensare che esiste una vasta porzione di economia reale che prospera tra mazzette bustarelle e fondi neri? E infine: corruzione e malaffare sono un’invenzione dei giustizialisti o stanno davvero soffocando l’Italia?

da Il Fatto Quotidiano

Vista da qualche chilometro di distanza, per esempio dai boulevard autunnali di Parigi, l’Italia appare dentro allo schermo virato al nero e al viola di un brutto film dove tutto sembra di cartapesta, tranne le lacrime. Il film procede per accumulo, come la tensione nelle centrali elettriche prima del blackout. L’economia è a pezzi, stanno per chiudere migliaia di fabbriche. Le pioggie trascinano paesi a valle. Terremotati rabbrividiscono sotto la neve.

Nel frattemppo, il premier, dopo avere trascorso una notte con una prostituta su un letto che viene direttamente dagli archivi della vecchia Mosca, sparisce per tre giorni a San Pietroburgo in compagnia dello zar di Gazprom. In patria i suoi ministri si accapigliano. Il debito pubblico va fuori controllo. Il governatore del Lazio si fa filmare da due carabinieri infedeli mentre gioca al dottore con un transessuale che si chiama Natalie e che è seriamente innamorata di lui, i due si incontrano due volte la settimana, da 7 anni. Altri carabinieri presidiano l’uscio di casa Mastella a Ceppaloni, stanno cercando lui e sua moglie che gridano al complotto. A Palermo si indaga se lo Stato, durante la stagione delle stragi, abbia trattato con la mafia oppure no. Mentre a Milano un pool di magistrati arresta un paio di imprenditori legati a un altro celebre governatore, il molto devoto Roberto Formigoni.

Si attende da un minuto all’altro che esploda un vulcano o almeno una pestilenza per ripulire l’Italia dai peccatori. Anche se non è mai detto: il finale è a sorpresa, e comunque prima passeranno i gelati e la pubblicità.

da Voglioscendere

Chiesto arresto senatore PdL De Gregorio – da IlMattino

Tangentopoli è ancora qui – di Curzio Maltese

La Camera omofobica

15 Ottobre 2009 Alessandro I. 2 commenti

Non sono bastati i 50.000 in piazza a Roma lo scorso sabato. Non sono bastati i continui episodi di violenza omofoba. Non è bastata nemmeno l’apertura di uno come Gianni Alemanno. La Camera è riuscita a spazzar via mesi di mobilitazione, rigettando il disegno di legge sull’omofobia elaborato dalla deputata Pd Anna Paola Concia e controfirmato dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro.

Nonostante il testo fosse già passato in Commissione Giustizia lo scorso 2 ottobre, l’assemblea di Montecitorio ha votato l’incostituzionalità del provvedimento, approvando la mozione pregiudiziale dell’Udc secondo cui il provvedimento andrebbe a violare l’articolo 3 della Costituzione, quello che per intenderci rende tutti gli italiani uguali di fronte alla legge.

Con 285 voti a favore, 222 contrari e 13 astenuti, il testo che andava a modificare l’articolo 61 del codice penale, inserendo tra le aggravanti dei reati i fatti commessi “per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”, è stato definitivamente cancellato. Se quindi un nuovo provvedimento contro l’omofobia sarà mai riscritto, dovrà essere un disegno di legge nuovo di zecca e dovrà ricominciare da zero il suo lento e faticoso iter parlamentare.

La querelle sulla proposta era cominciata tempo addietro, con le solite prese di posizione teodem che volevano fuori dalla rosa dei beneficiari di questa legge i transessuali e i transgender ma, nonostante le limature che la firmataria era stata costretta a compiere per il quieto vivere istituzionale, un gruppo di otto parlamentari del Pdl (Alfredo Mantovano, Maurizio Lupi, Isabella Bertolini, Maurizio Bianconi, Barbara Saltamartini, Alessandro Pagano, Raffaello Vignali e l’agente betulla Renato Farina*) consegnava alla stampa un documento in cui spiegava le ragioni del “no” sulla base del principio di uguaglianza.

Secondo costoro, infatti, “attribuire una specifica e più energica tutela penale all’orientamento sessuale della persona offesa dal reato significa attribuire all’orientamento omosessuale (l’unico orientamento sessuale che lamenta discriminazioni) non un valore in sé positivo, ma un valore maggiormente positivo rispetto ad altri motivi discriminatori, non previsti dall’ordinamento”. Da queste mosse lo spunto dell’Udc, appoggiato da Lega e Pdl, per chiedere il rinvio del testo – con conseguente ritocco – in Commissione Giustizia e, una volta bocciata la mozione (con Pd e Idv che votano affinché la legge rimanga alla Camera), per intentare la pregiudiziale d’incostituzionalità al testo.

La votazione che ne è conseguita ha spaccato in due sia maggioranza che opposizione. Se nel Pd ci mette lo zampino la solita Paola Binetti, per il Pdl le defezioni sono illustri e riguardano quell’ala di influenza finiana – vedi Bocchino, la Moroni e Urso – che ancora prova a dialogare con l’opposizione. Secondo “Farefuturo”, l’associazione presieduta dal presidente della Camera, la legge sull’omofobia si sarebbe dovuta infatti approvare all’unanimità in quanto “poteva essere una bella occasione per una legge condivisa e necessaria”.

Ma questa legge, più che una splendida occasione di conciliazione politica, doveva rappresentare un salto di qualità giuridica rispetto alle convinzioni ataviche e pregiudizievoli che ancora oggi attanagliano la legislazione italiana. In più di una circostanza l’Unione Europea ha ammonito l’Italia sul fatto che non esistessero tutele legali consone alla condizione di emarginazione e intolleranza cui sono quotidianamente sottoposti gli appartenenti al mondo lgbt (lesbo-gay-bi-trans), invitando così le Camere a sopperire al vuoto legislativo e ad allinearsi con tutti gli altri Paesi aderenti all’unione.

Gli episodi di violenza intimidatoria che nei giorni scorsi si sono susseguiti all’interno della capitale, come l’attentato incendiario alla discoteca queer “Qube” o i continui pestaggi perpetrati ai frequentatori di quella che viene impropriamente chiamata Gay street, avevano poi contribuito in modo positivo al dibattito sulle ragioni della deputata Concia e dell’universo che lei, in quanto lesbica dichiarata, rappresenta al meglio.

L’annientamento del disegno di legge mono-comma, oltre a buttare a mare 13 mesi di discussioni parlamentari e 21 riunioni tra Commissione Giustizia e Affari Costituzionali, esautora quindi ufficialmente dalla responsabilità sociale per quella che a tutti gli effetti è una minoranza a rischio. Gli omologhi di Svastichella sentitamente ringraziano.

da Altrenotizie.org

L’Onu critica l’Italia per l’affossamento della legge anti-omofobia – da Asca

Cosa prevede il Parlamento Europeo in materia? - da Arcigay

*autore di questa dichiarazione: “Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere gradazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?” da Il fatto quotidiano

Il re dei tranelli

15 Ottobre 2009 Alessandro I. 1 commento

Il Corriere e la Repubblica di oggi parlano entusiasti di un incontro “casuale” però “favorito da Gianni Letta” tra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. Oggetto del breve colloquio: una proposta del Premier a favorire più incontri tra le parti, nell’interesse del Paese. Lui lo dice sempre

Eccolo lì il nuovo tentativo del serpente di offrire la mela avvelenata all’opposizione. Guardacaso Berlusconi cerca una sponda nell’opposizione nel momento in cui si sente accerchiato dai vari scandali, dalla giustizia, dalla stampa estera e perfino dai suoi stessi alleati. E così il Premier si ripropone nelle vesti di vittima, consapevole che l’operazione possa aver buone probabilità di riuscita tra quegli stessi leader della “sinistra” che non hanno mai fatto una legge sul conflitto d’interessi e che nei suoi momenti più critici gli sono sempre venuti incontro evitandone il collasso.  Come non ricordare la Bicamerale che nel 1994, su ammissione dello stesso D’Alema, fu fatta fallire dallo stesso Berlusconi che l’aveva promossa con l’Ulivo dalemiano per poi trarne egli stesso vantaggio facendo una campagna di ritorsione mediatica sulla base dell’inciucio tra i due leader.

Non possiamo poi dimenticare l’ultima vittima della stretta di mano disonorevole poi tradita da Berlusconi: Walter Veltroni. Era il dicembre 2007 e il segretario del PD si fidò della proposta pacifica di riforme condivise fatta da Berlusconi (in primis per cambiare la legge elettorale porcata) salvo poi contribuire lui stesso alla caduta del governo Prodi con lo strappo del “noi correremo da soli” favorendo le nuove elezioni, vinte dal PdL, dopo aver ricevuto un netto no da Berlusconi alla proposta di creazione di un governo tecnico con il solo obiettivo di modificare la legge elettorale. Sono ormai 15 anni che va avanti così.

Ci vuole memoria.

Berlusconi eletto direttamente dal popolo? Balle! – da Micromega

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Chi è anti-italiano?

Il neologismo come manganello:

Fino a sei mesi fa, la parola “anti-italiano” non esisteva proprio, come oltraggio politico. Non la usava nessuno, né a destra né a sinistra. Non si usava nemmeno per attaccare quelli che forse anti italiani parevano essere quasi con orgoglio, invitando pubblicamente a usare il tricolore come carta igienica. Perfino il reato di “associazione antinazionale” – un cascame fascista – è stato cancellato dalla Consulta: in relazione agli ultras leghisti che avevano dato l’assalto al campanile di San Marco.

Adesso non passa giorno senza che la parola venga utilizzata: dal premier, dai suoi scherani, dal suo giornale di famiglia.  E’ la delegittimazione ultima dell’avversario, la più radicale e violenta: “il tuo pensiero va contro il Paese”. Quindi sei un nemico, un nemico del tuo stesso Paese. Più che un disertore, proprio un traditore.

Non a caso era un parola molto usata in Urss – “attività antisovietica” era il reato con cui venivano messi in galera i dissidenti; e la usano ancora moltissimo i generali birmani, secondo i quali Aung San Suu Kyi svolge “propaganda anti-Myanmar”, in combutta con la stampa estera.

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. Direi di più: le parole fanno la realtà, la plasmano, la modificano. E “anti-italiano” è la parola peggiore di tutte, molto peggio di “coglioni”, “farabutti” e di tutte le altre con cui il premier ha definito chi gli si oppone.

“Anti-italiano” è già entrato nel vocabolario della politica. E costringe ogni giorno chi ne viene colpito alla più ovvia ma mortificante delle difese: spiegare che opporsi al governo non vuol dire opporsi al proprio Paese, ma al contrario desiderare un governo migliore perché il paese sia migliore. L’opposto esatto dell’anti-italianità. Ma esige un ragionamento, appunto, ed è comunque un ragionamento in difesa.

Il fatto stesso che oggi chi si oppone al governo sia costretto a difendersi dall’accusa di essere anti-italiano è un segnale forte – forse il più forte – di una democrazia malata che sta diventando regime.

da Piovono rane blog

L’Italia e l’ascensore sociale bloccato

Se la domanda viene fatta a chi ha superato la boa dei cin­quanta il risultato è, tutto som­mato, positivo: il 41 per cento dice di aver migliorato il proprio stato sociale rispetto alla famiglia d’origi­ne. Quasi la metà. Se la stessa do­manda piomba sui loro figli ecco che il cielo si copre di nuvole: solo il 6 per cento dei giovani di 20 anni dice di trovarsi in condizioni miglio­ri. Mentre uno su cinque sostiene che il proprio stato sociale è addirit­tura peggiorato. Sembra passato un secolo da quell’Italia che alla vigilia del boom economico aveva fiducia nel futuro, sentiva sulla pelle il sen­so della possibilità e giorno dopo giorno si costruiva un domani mi­gliore. Sembra passato ancora più tempo da quando nel nostro Paese i figli degli operai, studiando, diven­tavano medici, avvocati e commer­cialisti.

Oggi non è più così. E non soltanto perché il 44 per cento degli architetti è figlio di architetto, il 42 per cento di avvocati e notai è figlio di avvocati e notai, il 40 per cento dei farmacisti è figlio di farmacisti. Ma perché chi nasce in una fami­glia ricca rimane ricco e chi nasce in una famiglia povera rimane pove­ro. Siamo un Paese bloccato. E que­sto non è solo un problema per chi rimane indietro ma un guaio serio per tutti. È proprio la possibilità di un futuro migliore per noi e per i nostri figli che ci spinge ad investi­re nello studio, nel lavoro, nel sacri­ficio, in tutto ciò che aiuta a cresce­re. E se questa molla si scarica, pri­ma o poi i guai arrivano anche per i pochi fortunati che campano di ren­dita. È dedicato proprio alla mobili­tà sociale il primo lavoro di Italia Fu­tura, l’associazione creata da Luca Cordero di Montezemolo con l’obiettivo di promuovere il dibatti­to sul futuro del Paese «andando fi­nalmente oltre le patologie di una transizione politica infinita e ripeti­tiva». Il rapporto — «L’Italia è un Paese bloccato. Muoviamoci!» non si limita all’analisi dei problemi, al racconto dell’involuzione italiana degli ultimi 50 anni. Ma indica an­che tre possibili soluzioni, offrendo­le al dibattito pubblico.

La prima, e più importante, è il fondo opportunità. Ad ogni bambi­no che nasce viene intestato un con­to in banca al quale solo lui avrà ac­cesso dopo aver superato l’esame di maturità. La somma iniziale (1.000 euro) è uguale per tutti. Uguale per tutti è anche il contributo (600 eu­ro) versato per ogni anno della scuola elementare. Dalle medie in poi, invece, la somma diventa lega­ta al merito e può andare da zero a 1.400 euro l’anno. In questo modo i più bravi accumuleranno alle fine delle superiori un tesoretto di 20 mi­la euro. Chi si ferma alla maturità potrà incassare il 40 per cento della somma. Chi prosegue gli studi e si iscrive all’università incasserà il re­sto dei soldi sotto forma di mini sti­pendio mensile per un massimo di tre anni. L’obiettivo è spingere i gio­vani italiani a studiare. Oggi il 20 per cento dei ragazzi italiani tra 18 e 24 anni ha abbandonato le scuole superiori e non si è iscritto a nes­sun programma di formazione, con­tro una media europea del 14,8 per cento. In molti casi a lasciare sono i più bravi, con l’unica colpa di esse­re nati in una famiglia che un figlio all’università non se lo può permet­tere. Un esempio? L’Osservatorio sui talenti dell’Istituto Cattaneo ha seguito le scelte fatte dai 700 diplo­mati più bravi d’Italia, ragazzi che dalla terza media in poi hanno avu­to sempre il massimo dei voti. Ses­santa di loro non si sono iscritti al­l’università, quasi tutti per motivi economici. Il fondo opportunità vuole impedire che questi talenti vengano sprecati. Il modello è il Chi­ld trust fund inglese che, però, pre­vede un contributo fisso, non lega­to al merito. Ecco, ma il merito co­me si misura? «La soluzione miglio­re — spiega Irene Tinagli, autrice del rapporto e docente all’Universi­tà Carlo III di Madrid — sarebbe l’in­troduzione di un test standard per tutto il territorio nazionale».

La seconda proposta di Italia Fu­tura è l’affitto d’emancipazione. Ogni lavoratore fra i 22 e i 30 anni che ha lasciato la casa dei genitori ed ha un reddito annuale al di sotto dei 23 mila euro lordi riceve un as­segno mensile di 200 euro. Allo stes­so tempo viene introdotta una forte agevolazione fiscale per i proprieta­ri di casa che affittano a chi ha me­no di 35 anni. La proposta è ispirata direttamente alla renta d’emancipa­ción introdotta in Spagna poco più di un anno fa. Ed ha come obiettivo sostenere la mobilità dei giovani, stavolta quella fisica. Affitto e bollet­te pesano specie nei primi anni di lavoro e non è solo per colpa dei mammoni o dei bamboccioni se un giovane su tre dice che non accette­rebbe un lavoro fuori dal proprio co­mune. O se negli ultimi 25 anni è aumentata la percentuale dei ragaz­zi che vivono ancora a casa dei geni­tori.

La terza proposta è il pacchetto per le giovani famiglie, quelle dove tutti e due i genitori lavorano e ci sono figli sotto i sei anni. Oltre alla cumulabilità dell’affitto di emanci­pazione, viene previsto il rimborso parziale della baby sitter e l’abbatti­mento dalla base imponibile dei pri­mi 10 mila euro per il reddito delle mamme che lavorano. «Spesso la cura di un figlio — spiega l’autrice del rapporto, Irene Tinagli — costa così tanto che le donne preferisco­no rinunciare al lavoro e restare a casa. Una scelta che ha ricadute ne­gative non solo sul reddito della fa­miglia e sulle scelte future per i fi­gli. Ma anche sulla crescita del Pae­se ».

da Corriere.it

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Nasce il Movimento a 5 Stelle (di Liberazione Nazionale)

Milano. Teatro Smeraldo. Inviti selezionati. Sala piena. De Magistris seduto in prima fila. Nel posto accanto sta per raggiungerlo Sonia Alfano. Nell’aria carica di attesa, improvvisamente un boato. Non si capisce cosa stia succedendo, finchè le luci non illuminano una piccola loggia a fondo sala: Adriano Celentano e Claudia Mori ringraziano la platea che li ha riconosciuti. Poi arriva Beppe Grillo.

“Questo non è uno show”. Ma quando parla lui, è sempre uno show. In fondo è un comico, e in quest’Italia triste la gente ha bisogno di ridere. Anche Berlusconi ama intrattenere il suo pubblico raccontando barzellette. Curioso: non avrei mai pensato di trovare un trait d’union tra i due, e invece c’è. Con una risata ci seppelliranno tutti…

E di risate, nel corso di un’ora di performance, se ne fanno davvero tante. Grillo tira fuori i suoi cavalli di battaglia, da Morfeo Napolitano – per l’occasione ribattezzato Ponzio Pelato – allo psico-pedo-porno-nano, da Obama che esiste solo grazie alla rete a Repubblica che manifesta per la libertà di stampa con un anno e mezzo di ritardo rispetto al V2-Day. Stranamente, proprio Repubblica è uno dei pochi quotidiani online che, alle undici di sera, non hanno ancora parlato dell’evento di oggi, mentre ne hanno parlato il Corriere e perfino Il Giornale. Sarà un caso?

Poi è il momento della presentazione del programma. Dalla scuola all’informazione, dall’energia alla rete, Grillo snocciola l’agenda politica del Movimento di Liberazione Nazionale, già ampiamente nota ai lettori del suo blog. Dice che è un movimento che nasce dal basso. Dice che lui non ha fatto niente, che hanno fatto tutto i cittadini, dice che lui è solo un tramite della volontà popolare: la rete non ha bisogno di leader.

Splendido, sul serio, anche se non tutti sono d’accordo. A fine comizio mi raggiungono i rappresentanti di un comitato di protesta, videocamera alla mano, e mi fanno vedere un documento firmato da decine di interi meetup, nonché da un elenco fitto di grillini in ordine sparso, provenienti da ogni parte d’Italia. Sono i firmatari di una lettera dove – ironia della sorte – viene chiesta più trasparenza nella gestione interna del movimento. Sostengono di non capire chi prenda realmente le decisioni, visto che si sono ritrovati la Carta di Firenze in mano senza che nessuno – pare – abbia espresso una qualche sorta di preferenza o votazione. Dicono di essersi accordati per la lettura della lettera, sul palco, ma che al momento buono Beppe abbia disatteso gli accordi. Non sarebbe poi così strano, se conveniamo tutti che sia spiacevole rovinare una così bella festa. In fondo, basta ricevere i dimostranti con tutti gli onori, promettere loro un adeguato spazio in modo che non facciano baccano e poi lasciarli attendere fuori dalla porta. Quando si rendono conto che la festa è finita e la gente sta andando via, ormai è tardi. Anche la democrazia dal basso ha i suoi inconvenienti, ma non fa niente: the show must go on. E poi, comunque, i punti del programma sono in fondo condivisibili. Si solleva solo un eccezione sul metodo.

Grillo dice di non voler ricoprire cariche significative all’interno del neonato movimento, ma per ora è fuor di dubbio che il leader carismatico sia lui, lui e nessun altro. Un po’ come Antonio Di Pietro per l’Italia Dei Valori e Silvio Berlusconi per il PdL. Tutti, alti e bassi, belli e brutti, con una discreta allergia alle domande. Berlusconi a quelle di Repubblica, Grillo a quelle della rete.

Comunque sia, è nato il Movimento di Liberazione Nazionale! Siete tutti invitati al battesimo, che si terrà in Emilia Romagna e in Piemonte nella prossima primavera. A celebrare: don Paolo Farinella, il prete dall’omelia più selvaggia del west.

Oggi hanno dovuto chiamare i buttafuori per farlo scendere dal palco. Per fortuna ho registrato tutto! Preparatevi perché nei prossimi giorni investiremo la blogosfera con un sisma di intensità senza pari, e questa volta non c’è bisogno di Giuliani per anticipare quale sarà l’epicentro.

da Byoblu

Nasce il Movimento di Grillo: obiettivo 4 per cento – da Il Fatto quotidiano

Scarica il programma del Movimento 5 Stelle

La sinistra europea riparte da Atene

Dopo sei anni di governo di centrodestra, gli elettori hanno dato la maggioranza assoluta al leader socialista Giorgio Papandreou in cambio della promessa di far uscire il paese dalla crisi senza nuovi sacrifici. E con la sua vittoria il Pasok lancia anche un messaggio di speranza al centrosinistra europeo in crisi. Lo scarto tra i due principali partiti è di quasi l’8%.  Sconfitto il premier uscente Karamanlis, su di lui pesano le accuse di cattiva gestione della crisi economica, di essere il colpevole del disastro incendi di fine agosto alle porte di Atene(la zona di verde andata bruciata era destinata a diventare una discarica) e di corruzione a favore della lobby dei costruttori. All’ex presidente di destra Karamanlis va riconosciuto il merito e di aver saputo lasciare la poltrona, annunciando elezioni anticipate a soli 2 anni dalle votazioni, in seguito a queste critiche pesantissime che giungevano dall’opinione pubblica. Un gesto sconosciuto ai politici nostrani incollati alla poltrona e al giro d’affari che ruota attorno alla politica italiana.

Tornando alla Grecia il neo premier greco Papandreou ha promesso ai greci un piano da tre miliardi di dollari per risanare l’economia senza nuove tasse per i lavoratori e la classe media, garantendo al tempo stesso salari e pensioni. Il leader socialista assicura di poter rilanciare i consumi e l’economia attraverso uno ’sviluppo verde’ finanziato con la lotta all’evasione fiscale, una redistribuzione delle imposte volta a colpire i grandi proprietari, Chiesa inclusa, e con una riduzione delle spese statali.

Papandreou in campagna elettorale ha parafrasato Barack Obama, dicendo “insieme ce la faremo: lo vogliamo, lo possiamo, ci riusciremo”. Ed ha annunciato un governo “basato sui principi e sui valori” e la formazione di quattro nuovi ministeri, fra uno dell’Ambiente e dell’energia. E soprattutto ha detto di voler affrontare la “questione morale”, senza la quale qualsiasi riforma economica o sociale sarebbe inadeguata ai bisogni del Paese. Un messaggio che dovrebbe ridare speranza non solo ai greci, ma anche alle forze europee di centrosinistra uscite ulteriormente ridimensionate dalla disfatta dei socialdemocratici in Germania.

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La libertà d’isInformazione secondo Minzolini

Siamo arrivati all’incredibile. Il direttore del tg del canale televisivo italiano più importante decide di fare un intervento con la sua faccia per dire che non solo la manifestazione per la libertà di stampa è incomprensibile, ma che non andava fatta e che i giornali (di sinistra ovviamente) vogliono instaurare un regime mediatico. E’ un atto gravissimo, soprattutto perchè parliamo di televisione pubblica. Il direttore Minzolini non può pensare di esprimere la propria opinione come un libero cittadino qualsiasi, ha dei doveri per il ruolo che copre.

Che poi parli di regime mediatico è paradossale. Abbiamo un premier proprietario di 3 canali nazionali, ed essendo presidente del consiglio, cioè controlla il governo in questo momento, ha anche facoltà di influenzare le decisioni in Rai. Detiene poi giornali e numerose riviste, ed è incredibile che tutto questo perda di senso sottolineando la forza mediatica di un giornale, Repubblica.

A Minzolini andrebbero chieste le dimissioni, perchè sta cercando di influenzare l’opinione pubblica invece di informarla adeguatamente, e questo è uno dei problemi della libertà di stampa in Italia. I giornalisti scondinzolano sempre più davanti al potere invece di combatterlo informando la gente, perchè i giornali sono di proprietà di grandi gruppi, e perchè essere compiacente con imprenditori e politici può aprire le porte del paradiso. Per fortuna non sono tutti così, e per fortuna ogni tanto apre qualche giornale pronto ad informarci(…).

Infine, e lo dico a chi vota centrodestra, è ovvio che non siamo in dittatura. Ma è altrettanto ovvio che non siamo nemmeno in democrazia. Siamo in un sistema formalmente parademocratico, che negli ultimi 20 anni è peggiorato, diventando di fatto un sistema parafeudale di fatto.

da blog libero

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L’editoriale del direttore del Tg1 Minzolini è l’ennesima prova del paradosso informativo in cui vive il nostro Paese. A conferma di ciò ieri si è dato spazio alla manifestazione in maniera ambigua, evidenziando i leader politici che erano del tutto marginali e non sono nemmeno intervenuti sul palco, mentre è stata chiarissima la replica del governo, per bocca di quello che dovrebbe essere un dipendente della tv pubblica pagata con il nostro canone, che ha per l’ennesima volta cercato di ribaltare la realtà. Come se rivendicare il diritto di informare liberamente ed essere informati liberamente sia una questione di destra o di sinistra. Piuttosto è una contrapposizione tra l’indipendenza e il servilismo, del quale Minzolini ieri ci ha dato un’ottima rappresentazione.

E nel contempo, per fare un esempio, nulla ci è stato per l’ennesima volta spiegato riguardo l’approvazione irlandese dell’importantissimo Trattato di Lisbona che cambierà le nostre vite in quanti cittadini europei e modificherà i poteri, riducendoli, del nostro Stato nazionale.

minzolini

Chi è Minzolini – da Scheggedivetro

Il primo editoriale di Minzolini a difesa dell’omissione dell’inchiesta di Bari

La scheda di Minzolini – da Repubblica

Il cdr del Tg1 protesta contro Minzolini