Quelli che seguono sono brani di interviste agli esclusi del Grande Fratello 10, riuniti in un video della Gialappa’s che impazza su YouTube.
Progetti per il futuro? «Vorrei aprirmi una serie di locali, stare nell’ambito del commercialismo». Personaggi storici preferiti? «A me mi piace Bud Spencer e Terence Hill».
La tua passione? «Di solito faccio viaggi incontinentali. Messico, questi viaggi qua». Se fossi un personaggio storico, chi vorresti essere? «Maldini».
Il tuo motto? «Otto?» Motto. «Morto?». Motto! «Ah, motto. Il mio motto? Normale, come sempre».
Sai chi è il presidente francese? «No. Saccio solo quello italiano. Berlusconi». Sì, ma il presidente della Repubblica chi è? «C’è Berlusconi che è il presidente della Repubblica. Poi c’è il presidente del Consiglio che è Carlo Azeglio Ciampi».
Chi è il presidente della Repubblica Italiana? «Piersilvio Berlusconi». Silvio o Piersilvio? «No, Piersilvio».
Cosa porteresti in un’isola deserta? «I profilattici». In un’isola deserta? «Sì, e poi la compagnia che posso dare agli altri».
Che mestiere fai? «Il barrista». Con quante erre? «Due». Qual è la tua passione? «Faccio bodibidink: sollevo anche sessanta pesi».
Il viaggio più interessante? «L’ondra». Come si scrive in inglese? «L – apostrofo – ONDHON».
Se questi sono gli esclusi, non oso immaginare quelli che hanno preso.
La Brambilla creerà una task force “anti-detrattori” che avrà come obiettivo monitorare i media stranieri e diffondere notizie positive sul Paese.
Sta nascendo una squadra che si occuperà di riparare alla denigrazione internazionale evocata dal Cavaliere. Funzionerà così: «Un gruppo di giovani giornalisti ed esperti di comunicazione», spiega la Brambilla. «Con un doppio compito. Primo: monitorare tutta la stampa straniera, quotidiani, periodici e tv, ad ogni latitudine, dal Giappone al Perù». Seconda missione: «Bombardare quelle stesse redazioni con comunicazioni veritiere e positive». Una velina mondiale? «Non sarà un bollettino governativo. Racconteremo fatti concreti. Verranno segnalate anche iniziative dell’esecutivo, se sarà il caso. Ma soprattutto faremo conoscere l’Italia generosa, vera, audace. Quella delle imprese, dell’arte, delle manifestazioni culturali, dei nostri prodotti». Ai contenuti provvederà una sezione speciale della task force, con materiale cartaceo, Internet e audiovisivo. (da Corriere.it)
Possiamo facilmente già immaginare i contenuti dei comunicati governativi che saranno inviati dalla task-force alle redazioni dei mass-media mondiali…Ma forse è più utile ricordare cos’era il Ministero della Cultura Popolare, noto con l’acronimo Minculpop, ai tempi del Fascismo:
Il dicastero venne istituito dal regime fascista il 22 maggio 1937, ma in realtà tale organo politico era già operativo dal 1925, con l’istituzione di un primo “Ufficio Stampa”; nel 1937 si ebbe l’ampliamento dei poteri con conseguente cambio di nome, fino a farlo diventare un vero e proprio ministero.
Il ministero aveva l’incarico di controllare ogni pubblicazione, sequestrando tutti quei documenti ritenuti pericolosi o contrari al regime e diffondendo i cosiddetti ordini di stampa (o veline) con i quali s’impartivano precise disposizioni circa il contenuto degli articoli, l’importanza dei titoli e la loro grandezza. Più in generale, questo ufficio, si occupava della propaganda, quindi non solo controllo della stampa.
A rifletterci fa spavento la coincidenza temporale non casuale con la quale capitano alcuni eventi.
Proprio nei giorni in cui alla Mostra del Cinema di Venezia veniva presentato il tanto discusso e censurato “Videocracy” di Erik Gandini, un’analisi sul ruolo giocato dalla televisione nell’influenzare la società e la cultura italiana, moriva il presentatore che, dopo gli esordi in Rai, più di tutti ha rappresentato l’anima della tv commerciale: Mike Bongiorno.
Della nostra tv ne era il simbolo, con le sue battute, con il suo leit-motiv “allegria” che ha contribuito a consolidarne il personaggio nell’immaginario popolar-televisivo, ma che tanto somigliava alle maschere di tristi o cattivi clown, con la sua superficialità. E’ lui che ha tenuto la gente unita, davanti alla tv, rassicurandola, ed è sempre lui che ha iniziato ad abbassare il livello culturale degli italiani, bombardandoli (insieme ad altri colleghi) di giochi a premi importati dall’America che promettevano sogni e facili guadagni. Un venditore di false speranze. Mentre ad arricchirsi in maniera sproporzionata sono stati, e continuano ad esserlo, solo quei personaggi che la tv la fanno, e che in tv appaiono di continuo.
Per non dimenticare i doppi sensi e i modi in cui trattava il genere femminile: in perfetto stile berlusconiano. Mike Bongiorno sarà anche stato un bravo presentatore, e di questo gliene va dato atto, ma non si può tralasciare che mentre lui si affermava sui canali Fininvest recitando la sua parte attraverso un linguaggio povero, da terza media, in Italia si stava costruendo un nuovo format culturale, degradato e svuotato delle idee.
Così come non possiamo dimenticare che ogni tanto da quella bocca servile usciva qualche indicazione elettorale, qualche consiglio dato per lo più a persone anziane bisognose di suggerimenti di persone fidate, su chi scegliere alla prossima tornata elettorale (ricordate la discesa in campo di Berlusconi del 1994?). Di lui la gente si fidava e lo ha dimostrato nel corso del tempo fino al giorno dei funerali: le sconcertanti folle oceaniche (oltre 20 mila persone) in piazza Duomo accorse oggi per dare l’ultimo saluto ad un personaggio televisivo, come se l’avessero tutti conosciuto di persona, sembrano tutte indottrinate nel recitare l’ultimo atto di uno show, tutti sorridenti e salutanti dinanzi alle telecamere. Non possiamo negare che con lui sia morta una parte della tv, e indirettamente una parte della storia d’Italia degli ultimi 30 anni dominata dalla videocrazia costruita a sua immagine e somiglianza dal magnate dei media nostrani; prima sfruttando il mezzo televisivo, diventato strumento di potere, a sua disposizione per imbambolare le masse facendo credere a qualsiasi messaggio passasse attraverso il tubo catodico, anche grazie a personaggi come Bongiorno, e poi facendo diventare la sua realtà la realtà di tutti. Adesso che è morto questo personaggio simbolo del berlusconismo potremmo chiederci che cosa ci ha lasciato? Eccola mia risposta è: un bel nulla, il vuoto culturale che ha contribuito a creare. E che a qualcun altro è già stato dato il compito di riempire. E proprio quel vuoto ha consentito a Berlusconi di raggiungere in pochi mesi un consenso elettorale di massa dal nulla, nel 1994, e poi ripetersi in altre tre sfide elettorali. Ed è sempre da quel vuoto, da quel nulla, che la televisione permette di creare personaggi, falsi miti, star. In quel nulla adesso si stanno creando nuovi disvalori, ancora più bassi di quelli demoliti nel corso di questi decenni. E’ solo per questo che rimpiangerò questo presentatore, perché la sua scomparsa segna la fine di un’era fatta di modelli televisivi “per famiglie”, consapevole che lo spazio vuoto lasciato sarà riempito da qualcosa di peggio, basato su valori corrotti e pericolosi. Il ritratto di Fabrizio Corona fatto da Erik Gandini in “Videocracy” ne è un esempio.
Per concludere sono pronto a scommettere che tra le persone presenti ai funerali di Bongiorno la maggioranza di quelle avrà partecipato almeno una volta a un qualche suo programma come pubblico attivo e applaudente, e sono altrettanto certo che il 90% di quel pubblico sia lo stesso pubblico che ogni giorno si sintonizza sul canale Berlusconi, comprando i suoi prodotti e marcando, senza pensare ma sentendosi rassicurata, il simbolo giusto all’occorrenza. Per questo pubblico è come se oggi fosse morto il loro Pier Paolo Pasolini. Fermamente convinti dell’autonomia di pensiero e della genuinità del loro idolo televisivo. Ma il pericolo per il futuro è che quelle stesse persone continuino a fidarsi, senza interrogarsi su nulla, di qualsiasi personaggio e di qualsiasi messaggio venga loro proposto sugli schermi della videocrazia.
La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Hugo Chavez, per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perché.
La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo.
Questa informazione è, infatti, così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola nel raccontare le persone e riferire i fatti che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi, per esempio, perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, cioè un regista aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo che lo circonda, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Hugo Chavez appunto, al brasiliano Lula da Silva, all’argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor , all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguayano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti in qualche modo protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento che, secondo tutti gli indicatori internazionali, sta spingendo l’America latina verso un riscatto, storicamente atteso dal tempo delle conquiste coloniali di Spagna e Portogallo, e non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.
Oliver Stone compie questa traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano.
Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito “Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come ’non democratici’, perché le loro nuove scelte economiche e politiche nuocciono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo”.
Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione.
Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo, della battuta, insomma del niente.
Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.
In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare, per esempio, che i leaders progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone e che sono sembrati tutti dialetticamente più preparati dei nostri saccenti politici, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti, distratti da due guerre inventate in Oriente, hanno perso di vista il “cortile di casa”. Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leaders democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dai governi degli Stati uniti.
Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione.
Il Giornale di Berlusconi aveva per esempio un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava: ”Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime”. Una simile dizione che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili, con l’appoggio degli Stati uniti, della tragedia dei desaparecidos, è infatti fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché oltretutto Chavez, come sa chi fa un giornalismo onesto, è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. E’ un dato, questo, che per chiarezza dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono.(…)
A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente degli Stati uniti Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.
A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia, per esempio, veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. “Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio” – ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione. “Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati uniti?”.
Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti, ignari di quello che succede nel mondo, si addentrino su questi argomenti quando incrociano Chavez, ma mi aspetterei più correttezza almeno quando si affrontano problemi come quello dell’informazione in Venezuela.
Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e perfino parte della Chiesa tentò il colpo di stato contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento le tv, per il 95% in mano all’imprenditoria privata ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati.
Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente il permesso non è stato rinnovato.
Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.
Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.
“La Segreteria della Federazione nazionale della Stampa Italiana ha deliberato oggi di proporre alle forze sindacali e sociali di tenere sabato 19 settembre prossimo a Roma una “manifestazione civica” per la libertà dell’informazione, difendendola da ogni tentativo di depotenziarne la funzione costituzionalmente garantita e di indurre silenzi non dovuti. C’è un allarme che sta diventando molto alto nel Paese. Non è la prima volta che è stata necessaria la mobilitazione anche contro governanti di segno diverso da quello attuale, ma oggi si sta vivendo una fase di grande delicatezza con attacchi senza precedenti.
Non solo disegni di legge bavaglio ma anche azioni forti in sedi giudiziarie e manifestazioni pubbliche che hanno l’oggettivo risultato di costituire una minaccia per chi fa informazione ritenuta non gradita. L’informazione non si farà mettere il guinzaglio. Il mondo dell’informazione, assieme al mondo del lavoro ed alla società civile, è chiamato a scongiurare questo pericolo.
C’è bisogno urgente di riassumere e promuovere la consapevolezza piena della funzione dell’informazione quale pilastro di ogni democrazia; una funzione che è anche politica ma che non appartiene alla disponibilità del potere. E’ una materia che va sottratta, prima che sia troppo tardi, alle contingenze dei virulenti contrasti politici e che impone pertanto il rispetto dei principi legali e sociali di convivenza di cui è parte integrante.
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana ritiene che sia necessaria, quindi, una reattività civile nella considerazione che l’informazione è libertà; ogni ferita che essa subisce determina una attenuazione della libertà di tutti. E’ indispensabile che l’informazione possa dare una rappresentazione permanente della vita del Paese, nella pluralità dei punti di vista e di tutte le rappresentanze sociali e culturali e ne racconti liberamente i successi e i problemi. Nei prossimi giorni la Fnsi definirà il programma della manifestazione con le organizzazioni copromotrici dell’iniziativa. Giovedì della prossima settimana si riunirà a Roma la Giunta esecutiva federale”.
“Nessun cittadino, sia esso conservatore, liberale, progressista, può considerare ingiuste delle domande. In tutto il mondo democratico i governi sono chiamati a dare risposte: è la garanzia che non nascondono ciò che fanno e ne rendono conto all’opinione pubblica. Spero che tutti gli elettori, anche coloro che hanno votato Berlusconi, abbiano il desidero e la voglia di pretendere che nessuna domanda possa essere inevasa o peggio tacitata con un’azione giudiziaria. E’ proprio attraverso le domande che si può arrivare a costruire una società in grado di dare risposte”
Videocracy – Basta apparire è un documentario in uscita nelle sale cinematografiche il 4 settembre 2009 che descrive la storia delle televisioni commerciali italiane degli ultimi 30 anni, il loro percorso e il loro effetto sulla nostra società. Il regista, Erik Gandini, torna nel suo paese d’origine dalla Svezia per raccontare dall’interno le conseguenze di un esperimento televisivo che gli italiani subiscono da trenta anni e che ha come punta dell’iceberg il dominio berlusconiano sulla società. Gandini riesce a ottenere l’accesso esclusivo alle sfere più potenti, rivelando una storia significativa, derivata dalla spaventosa realtà della televisione italiana, un paese in cui il passaggio da showgirl a Ministro per le Pari Opportunità è puramente naturale. E’ di oggi la notizia che Rai e ovviamente Mediaset, nella nuova versione convergente, hanno entrambe rifiutato di dare spazio al trailer di questo documentario sociologicamente interessante giustificando il diniego con un “è un messaggio politico. Un video che critica il governo“. Innocenti ammissioni. Nella piccola Italia berlusconiana non si può nemmeno analizzare il fenomeno. Tutto deve essere nascosto. Questo è il trailer di Videocracy:
State notando anche voi, da parte dell’informazione italiana, spesso aiutata e foraggiata dalle stesse Istituzioni, uno strano pompaggio di notizie Finto-Catastrofiche / Guerriglio-Internazionali / Sensazionalistico-Sportive?
No non parlo delle solite Latrine, di Studio Aperto, il Tg4, la dissenteria informativa condotta dall’Unico Fedele che vi invito ad abbandonare, il Giornale o Libero, mai così puritani come in queste settimane. Feltri, Giordano, Facci e salivare compagnia mi sembrano Mormoni sbarcati direttamente dallo Utah, rido mentre li leggo ed immagino quale trattamento avrebbero riservato ad un Prodi “pedotelefonista-di-minorenni-mignottaro-intercettato-corruttore-immunizzato-e-tanto-altro”. Uh Uh Uh, ridiamo va, milza e fegato vanno preservati. No, non parlo di loro, o meglio, non solo. Lo sguardo va leggermente allargato.
Dicevo: vi sembra normale, giusto per dirne una, che il ViceMinistro della Salute Ferruccio Fazio, ci infetti con un “E’ probabile che anche da noi, entro 20 giorni o un mese al massimo, scoppi una vera e propria Epidemia. Non è escluso un rinvio dell’apertura delle scuole. Secondo le nostre proiezioni si potrebbero ammalare 4 milioni di persone”.
Il Cialtrone Iettatore è ovviamente un Berlusconiano Fidelizzato, e dopo poche ore, incentivato da qualche lieve tirata d’orecchie mediatica, è ritornato sui suoi passi. Parola d’ordine negare ciò che è stato detto, rimangiarselo senza pudore. In Italia funziona così, ricordate l’ultimo caso? Ecco che dopo sole 24 ore la versione FazioideFecale si deforma in un “Non bisogna drammatizzare”, e tanti saluti. A noi lo dice!, ci aggiungerei anche un bel “Grazie al Cazzen”. Stiamo parlando di un Virus che uccide tanto quanto l’influenza tradizionale, ovvero pochissimo, ovvero solo le persone già affette da altre patologie. In Italia si contano manco 300 casi, 1 persona ogni 200.000. Secondo lo specialista di malattie contagiose Bisoffi, che è schifato per questo ingiustificato allarme, faremmo molto meglio ad occuparci dei 3.000 bambini africani (demagogia bla bla bla) che ogni santo giorno muoiono di malaria e che sarebbero perfettamente curabili.
Ma non solo Influescion. I Tg, i programmi di “approfondimento”, tubi catodici e papellari sono pieni zeppi di LaRussi Talebani, Fini Cerimoniali, Concussori Lampedusani, Narcotrafficanti Calcettari, Piani Casa Esplosivi, Bambini Alcolizzati, Vucumprà Jesolani, Tuffatori Medagliati e/o Improvvisati, Eto’o Morattiani, insomma, di tutto e di più.
Ecco, non sarà mica che si voglia spostare l’attenzione da Qualcuno o Qualcosa?
Superate le indecisioni e la non informazione del primo momento il prossimo 14 ottobre prenderà il via lo switch off in 252 comuni campani con lo spegnimento di Rai Due e Rete Quattro che saranno visibili, da quel momento, solo sul digitale. Lo switch off è la prima fase a cui seguirà, dal 1 al 16 dicembre prossimi, lo switch off, il passaggio, cioè di tutti i canali al digitale. Modalità, progetti per la conversione al digitale di emittenze locali, campagne di informazione e formazione, sono state illustrate oggi a Napoli. «Il passaggio significa migliorare la qualità del segnale, e consentirà di mettere in ordine quello che impropriamente è stato chiamato il ‘Far West delle Tv’ – ha detto il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani – È un fatto molto importante per la Campania, dove abbiamo una straordinaria collaborazione con Antonio Bassolino». Romani ha ricordato che, per l’acquisto del decoder, sono a disposizione contributi statali per le famiglie con un reddito fino ai 10 mila euro e di età pari o superiore a 65 anni, purchè siano in regola con il pagamento del canone Rai. «Attraverso l’Agenzia delle Entrate – ha aggiunto il viceministro – abbiamo individuato circa 150 mila cittadini campani che hanno diritto a questo contributo».
«Napoli è tra le città più informatizzate d’Italia – sottolinea il governatore della Campania – Ci siamo attivati, come Regioni su tre diversi fronti: innovazione tecnologica, formazione e campagne di comunicazione». Nel primo caso, la Regione ha stanziato fondi strutturali per 10 milioni di euro che, attraverso un bando, sono destinati alle emittenze locali per sostituire le attrezzature. Il bando è atteso per i prossimi giorni e consentirà finanziamenti fino a 200 mila euro per ogni emittente. Sul versante della formazione, sono 600 mila euro le risorse messe a disposizione che serviranno per formare il personale tecnico e giornalistico. Per la campagna di comunicazione si parla di 800 mila euro che serviranno per informare i cittadini del passaggio al digitale.