Archivio

Archivio per la categoria ‘Mafia’

La mafia e i doppi fini

1 Dicembre 2009 Alessandro I. 2 commenti

Adesso basta

13 Novembre 2009 Alessandro I. 1 commento

Adesso basta con la distruzione della giustizia nell’interesse di una persona,

adesso basta con la mafia e la camorra nelle istituzioni,

adesso basta con il conflitto d’interessi,

adesso basta con i servi del potere,

adesso basta con l’onnipresenza del Capo,

adesso basta con l’opposizione che non c’è,

adesso basta con il pensiero unico,

adesso basta con il razzismo legalizzato,

adesso basta con il nucleare il ponte sullo stretto e la privatizzazione dell’acqua,

adesso basta con la sottocultura e la disinformazione diffuse dalle tv di regime,

adesso basta con i cittadini relegati al ruolo di spettatori della vita pubblica,

adesso basta con una politica che ha smarrito il proprio significato originario.

Non possiamo più tollerare tutto questo.

Il popolo che dice Basta! – da IlFattoQuotidiano

Firma l’appello di Saviano a Berlusconi: presidente ritiri quella norma del privilegio

Berlusconi e Cosentino(1)dellutri_berlusconi_N


Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to FurlAdd to Newsvine

La truffa del governo sulla giustizia

Questi del Pdl ci prendono proprio per cretini. E forse hanno ragione. Avendo intuito che a parlar di “prescrizione breve” – col solito scopo di salvare Berlusconi – anche il più sprovveduto dei cittadinicapirebbe che ciò significa decine di migliaia di delinquenti fuor di galera subito e che questo, come dice l’ineffabile Fini “potrebbe far arrabbiare la gente”, si sono ora buttati sul “processo breve”. Che suona meglio.

Anche perché effettivamente il vero, gravissimo problema della giustizia italiana, è l’abnorme lunghezza delle procedure, che tiene sulla graticola per lustri gli innocenti, premia i colpevoli che possono contare, prima o poi, sulla prescrizione, non rende giustizia alle parti lese, annulla la certezza della pena e ha pesanti ricadute su un’equa durata della carcerazione preventiva e sulla possibilità di tutelare il segreto istruttorio. Ma una legge che stabilisse che i processi non possono durare più di tot anni potrebbe valere solo per il futuro, cioè per i processi che iniziano dal giorno in cui entra in vigore. In caso contrario si taglierebbe di colpo la testa a decine di migliaia di processi in corso e si otterrebbe l’esatto contrario di ciò che si dice di voler perseguire: migliaia di delinquenti uscirebbero di galera, altre migliaia sarebbero salvati da questa prescrizione mascherata, le parti lese non avrebbero giustizia, la certezza della pena andrebbe a farsi fottere.

Ma anche per il futuro una legge che stabilisse sic et sempliciter che i processi non possono durare più di tot anni, senza nel contempo snellire il Codice di procedura penale inzeppato negli ultimi anni da norme cosiddette “garantiste” proprio per allungarne i tempi e salvare così “lor signori” con la prescrizione (Berlusconi ne è l’emblema), otterrebbe l’effetto del calmiere del pane di manzoniana memoria. Poiché in questa situazione i processi non potrebbero essere celebrati nei tempi previsti finirebberotutti nel nulla, o quantomeno vi finirebbero tutti quelli che riguardano reati di complessa indagine, come i reati finanziari che sono quelli in cui sono implicati “lor signori”. Tutta una parte dei Codici penali verrebbe così annullata.

Piuttosto che arrivare a questo scempio del diritto tanto varrebbe varare una norma transitoria, sulle orme di quella che vigeva per gli esponenti di Casa Savoia, che dicesse così: “Silvio Berlusconi, i suoi discendenti, i suoi familiari e i membri, a qualsiasi titolo, della Casa di Arcore sono esentati, per il presente, il passato e il futuro, dal rispetto delle leggi penali e civili italiane”.

da Il Fatto Quotidiano

Chiesto arresto Cosentino (candidato PdL xRegione Campania): vicino ai casalesi – da Repubblica

Ci prendono per scemi? – Bruno Tinti da IlFattoQuotidiano

Caso Cosentino: spuntano i nomi di Bocchino e Landolfi – da Repubblica

Il manuale del bravo riciclatore, a cosa serve davvero lo scudo

Sarà che ormai non fa più il fiscalista da anni e di clienti in carne e ossa ne vede pochi, ma il ministro Giulio Tremonti ignora di certo che succede là fuori, oltre le mura umbertine del palazzo di Via XX settembre. Eppure qualunque commercialista vi spiegherebbe che se in una legge si lasciano abbastanza spazi indefiniti, questa forse sembra innocua, ma poi in realtà provoca effetti devastanti. E se il tutto viene peggiorato dalle “Istruzioni definitive dell’Agenzia delle Entrate”, ufficializzate sabato, l’apertura delle stalle per il rientro dei famosi buoi-evasori raggiunge estensioni mai viste. Direttamente da prateria. Ecco allora che cosa sta realmente accadendo nelle banche italiane, secondo quanto raccontano al “Fatto Quotidiano” alcuni dirigenti che hanno la responsabilità di gestire lo scudo. Ne esce la prima collezione “Total Recycling”, autunno-inverno 2009. Oppure il nuovo manuale del Bravo Riciclatore, se vogliamo girare la faccenda dal punto di vista della “dottrina dominante”. Che oggi è quella di chi rimpatria denari e fino a ieri aveva il problema di evitare la contestazione di reati.

OCCHIO ALLE SPROPORZIONI. Se il Bravo Riciclatore ha dei soldi depositati su un conto estero a nome di una società fittizia o di un prestanome, il suo denaro può essere “scudato” in Italia su un conto intestato a una persona diversa da lui e dal “mittente” estero. La banca può effettuare segnalazioni anti-riciclaggio solo se il tizio che le viene mandato avanti vuole affidarle importi “notevolmente sproporzionati al profilo economico-professionale del cliente”. Ma anche nel caso in cui la banca trovi strano che un signore che guadagna cinquantamila euro l’anno voglia rimpatriare dieci milioni, ecco che la legge aiuta il Bravo Riciclatore. Come? Da oggi non è più necessario far partire la segnalazione anti-riciclaggio se la regolarizzazione ha come “reati sottostanti” quelli tributari o il falso in bilancio. In pratica, per non essere segnalati, basta avere una qualsiasi attività economica, dalla tintoria all’autosalone alla scuola di guida (per fare esempi tratti dalle inchieste di mafia) e non dichiarare espressamente che si stanno facendo rientrare i soldi dei Corleonesi. In più, non essendoci obbligo di corrispondenza fra chi effettua il bonifico e chi lo riceve, si può finalmente riciclare su scala mondiale e non più solo da padrino a ragioniere della “mala”. Per ipotesi, se la mafia italiana volesse offrire il suo know-how a quella cinese, da oggi è tutto più facile.

RIPULIRE SOLDI MAI ESPATRIATI. Se il denaro si trova in contanti in Europa, non c’è problema. Il Bravo Riciclato-re deve solo compilare un modulo di rimpatrio e consegnarlo alla banca entro 48 ore dal deposito dei soldi sul conto scudato. Il trattato di Schengen non era stato pensato per questo, ma pazienza. Se invece i soldi si trovano in un paese extra-Ue, la dichiarazione viene consegnata all’ufficio doganale al momento del passaggio della frontiera. É inutile dire che se il denaro si trova già in Italia perché magari è frutto di estorsione, traffico di droga e affini, e non si è avuto tempo o modo di farlo uscire prima, basta che il Bravo Riciclatore si presenti in banca con l’autocertificazione che i milioni provengono da un paese Ue e il gioco è fatto. Anche se i soldi non si sono mai mossi da Gela, per dire.

LO SCUDO PER I POLITICI. Se il Bravo Riciclatore è casualmente un politico corrotto che vuole scudare le tangenti, la nuova legge viene incontro anche a lui. Che, vogliamo mica discriminarlo? La circolare sancisce espressamente che le persone “politicamente esposte” residenti in Italia possono usufruire dello scudo fiscale nello stesso regime di segretezza di tutti gli altri. All’estero, almeno in Occidente, non funziona così. Anzi! Una volta scudate le somme, per il Bravo Riciclatore i rischi sono bassissimi perchè il conto è “secretato”. All’Amministrazione finanziaria è impossibile sapere se un individuo ha un conto corrente presso una certa banca. Le imposte infatti non sono pagate dalla persona che scuda (altrimenti ne rimarrebbe traccia e addio “Bella Italy”), ma dalla banca in qualità di sostituto. E in caso di verifica fiscale sul Bravo Riciclatore, la banca non deve rilasciare informazioni né sull’esistenza né sull’entità del conto scudato. Quindi, se non si è individuati espressamente come mafiosi o riciclatori, non si può essere beccati neanche da un controllo casuale sui redditi.

SI TORNA ALLE CAYMAN! Si possono usare i soldi scudati come meglio si crede e anche questa è una bella notizia per la “libertà di intraprendere” del Bravo Riciclatore. I milioni rimpatriati più o meno fittiziamente si possono investire in titoli, azioni e strumenti finanziari. Il bello è che a questo punto si può nuovamente mandarli all’estero. Se questa meraviglia la scoprissero in Germania, dove la ‘Ndrangheta ha già dato bella prova di sè, non ne sarebbero entusiasti. Insomma, il Festival internazionale del riciclaggio all’italiana è appena iniziato. Le porte delle banche non sono aperte. Sono spalancate per legge. E se il Bravo Riciclatore avesse ancora dubbi, alcuni istituti hanno anche messo a disposizione appositi call center. Neanche la Panama del mitico Manuel Noriega era arrivata a tanto.

da Il Fatto Quotidiano

Categories: Economia, Italia, Mafia, banche

Riaperte le inchieste sugli attentati a Falcone e Borsellino

É stata ufficialmente riaperta l’inchiesta su via Mariano D’Amelio. É stata ufficialmente riaperta l’inchiesta su Capaci. É stata ufficialmente riaperta anche l’inchiesta sull’Addaura, su quei cinquantotto candelotti di dinamite piazzati nel giugno dell’89 nella scogliera davanti alla casa di Giovanni Falcone. Una trama. Una sorta di “strategia della tensione” – questa l’ipotesi dei procuratori di Caltanissetta titolari delle inchieste sulle stragi palermitane – che parte dagli anni precedenti all’estate del 1992 e finisce con i morti dei Georgofili a Firenze e quegli altri di via Palestro a Milano.

Gli elementi raccolti in questi ultimi mesi fanno prendere forma a una vicenda che non è circoscritta solo e soltanto a Totò Riina e ai suoi Corleonesi, tutti condannati all’ergastolo come esecutori e mandanti di quelle stragi. C’è qualcosa di molto più contorto e di oscuro, ci sono ricorrenti “presenze” – indagine dopo indagine – di agenti segreti sempre a contatto con i boss palermitani. Tutti a scambiarsi di volta in volta informazioni e favori, tutti insieme sui luoghi di una strage o di un omicidio, tutti a proteggersi gli uni con gli altri come in un patto di sangue. I procuratori di Caltanissetta – sono cinque che indagano, il capo Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino e Stefano Luciani – hanno già ascoltato Vincenzo Scotti (ministro degli Interni fra il 1990 e il 1992) e l’allora presidente del Consiglio (dal giugno 1992 all’aprile 1993) Giuliano Amato per avere anche informazioni che nessuno aveva mai cercato. Su alcuni 007. Primo fra tutti quell’agente con la “faccia da mostro”.

É uno dei protagonisti dell’intrigo. Un’ombra, una figura sempre vicino e intorno a tanti episodi di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui sa soltanto che ha un viso deformato. In tanti ne hanno parlato, ma nonostante quella malformazione – segno evidente per un facile riconoscimento – nessuno l’ha mai identificato. Chi è? Gli stanno dando la caccia. Sembra l’uomo chiave di molti misteri palermitani.

L’ultimo a parlare dell’agente segreto con “la faccia da mostro” è stato Massimo Ciancimino (patto fra mafia e Stato, ecco la prova), il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni ‘70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell’uomo era in contatto con suo padre da anni. Fino alla famosa “trattativa”, fino a quell’accordo che Totò Riina voleva raggiungere con lo Stato italiano per “fermare le stragi”. Un baratto. Basta bombe se aboliscono il carcere duro e cancellano la legge sui pentiti, basta bombe se salvano patrimoni mafiosi e magari decidono la revisione del maxi processo.

da Repubblica.it

Salvatore Borsellino: via D’Amelio strage di Stato

Processo Dell’Utri, la lettere di Ciancimino – da AntonioDipietro.it

La trattativa - da Chiarelettere.it

A qualcuno fa ancora paura – da Articolo21

falcone_borsellino

Paolo Borsellino era un giudice che sapeva di essere ammazzato. Sapeva che il tritolo veniva dal continente (come dicono i siciliani), sapeva che era di origine militare, sapeva che se la mafia era l’esecutrice, una parte dello Stato era il mandante. E’ andato al macello insieme alla scorta. Ogni domenica si recava a trovare sua madre in via D’Amelio. Davanti al cancello del condominio non c’era una transenna, un divieto qualunque che impedisse di parcheggiare un’autobomba. Bastava un vigile per salvarlo. Il fetore delle istituzioni di allora, in gran parte quelle di adesso, sta emergendo dalle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, dalle denunce incessanti di quel piccolo grande uomo che è il fratello di Borsellino, Salvatore, dal processo a Marcello Dell’Utri in corso a Palermo. I servizi segreti trattavano con la mafia, Totò Riina dettò le condizioni della pace tra Stato e mafia in un papello, una pace tra Stati conniventi. A ognuno il suo.

La verità verrà fuori, la luce della vita e della morte di Borsellino è troppo potente per impedirlo. Paolo Borsellino ha spiegato in una delle sue ultime interviste l’equivoco di fondo della politica italiana. Il politico colluso, amico, referente, compare di affari, testimone di nozze di un criminale non ha bisogno di una condanna per uscire dalla vita pubblica. I partiti non devono “soltanto essere onesti, ma apparire onesti”. E oggi abbiamo uno psiconano per presidente del Consiglio che proclama eroe Mangano, un mafioso che viveva a casa sua e portava a scuola i suoi figli e il fondatore di Forza Italia condannato in primo grado a nove anni per relazioni con la mafia…

da BeppeGrillo.it

Legge anti-intercettazioni

La Camera dice sì alla fiducia al ddl intercettazioni: 325 i favorevoli, 246 i contrari, due gli astenuti.

Cosa prevede la legge, al cui interno è anche contenuta un emendamento “ammazza internet” (da “Chiuso per rettifica” di Punto-Informatico) :

EVIDENTI INDIZI COLPEVOLEZZA – Il Pm potrà chiedere di intercettare solo se ci saranno evidenti indizi di colpevolezza e solo se saranno assolutamente indispensabili. Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno sufficienti indizi di reato. La richiesta dovrà essere autorizzata da un Gip collegiale (3 giudici che non ci saranno quasi mai) del capoluogo del distretto. Ma il giudice dovrà poi compiere una valutazione autonoma del caso.

OMESSO CONTROLLO – Il ddl prevede l’ammenda da 500 a 1.032 euro per pubblici ufficiali e magistrati che ometteranno di esercitare “il controllo necessario ad impedire la indebita cognizione o pubblicazione delle intercettazioni”.

DIVIETO PUBBLICAZIONE – Il testo cambia. Prima era vietato scrivere di tutto fino all’inizio del dibattimento. Ora sarà vietato pubblicare anche le intercettazioni non più coperte da segreto fino alla conclusione delle indagini preliminari. E sarà vietato pubblicare le richieste e le ordinanze emesse in materia di misure cautelari fino a quando l’indagato o il suo difensore non ne siano venuti a conoscenza. Fanno eccezione le intercettazioni riportate nelle ordinanze, che sarà vietato pubblicare.

RETTIFICHE SENZA COMMENTO – Cambia anche la norma sulle rettifiche perchè nel ddl si dice che dovranno essere pubblicate nella loro interezza, ma «senza commento». E si disciplinano anche quelle su internet.

NO A NOMI E IMMAGINI PM – Stop alla pubblicazione di nomi o immagini di magistrati “relativamente ai procedimenti penali a loro affidati“, salvo che l’immagine non sia indispensabile al diritto di cronaca.

CARCERE PER I GIORNALISTI – Torna il carcere per i cronisti, ma la pena diventa da 6 mesi a un anno (era da uno a 3 anni) quindi oblabile: cioè trasformabile in sanzione pecuniaria.

REATI INTERCETTABILI – Potranno essere intercettati tutti i reati con pene oltre i 5 anni, compresi quelli contro Pubblica Amministrazione; ingiuria; minaccia; usura; molestia; traffico-commercio di stupefacenti e armi; insider trading; aggiotaggio; contrabbando; diffusione materiale pornografico anche relativo a minori ma con LIMITI DI TEMPO. Non si potrà intercettare per più di 60 giorni: 30 più 15 più 15. Per reati di mafia, terrorismo o minaccia col mezzo del telefono si può arrivare a 40 giorni prorogabili di altri 20.

INTERCETTAZIONI AMBIENTALI – Si potranno usare le cimici solo per spiare luoghi nei quali si sa che si sta compiendo un’attività criminosa. Unica eccezione per i reati di mafia, terrorismo e per quelli più gravi.

RELAZIONE SU SPESE E TETTO – Ci sarà un tetto di spesa stabilito dal ministero della Giustizia, sentito il Csm. Entro il 31 marzo ogni procuratore trasmetterà a Via Arenula una relazione sulle spese per le intercettazioni dell’anno precedente.

PROCEDIMENTO CONTRO IGNOTI – Le intercettazioni potranno essere richieste solo dalla parte offesa e solo su sue utenze.

ARCHIVIO RISERVATO E DIVIETO DI ALLEGARE VERBALI A FASCICOLO Telefonate e verbali saranno custoditi in un archivio presso la Procura. E le registrazioni saranno fatte con impianti installati nei Centri di intercettazione istituiti presso ogni distretto di Corte d’Appello. I procuratori dovranno gestire e controllare questi Centri e avranno 5 giorni per depositare verbali e intercettazioni. Se dal loro deposito però ci sarà pregiudizio per le indagini, si potrà ritardare la consegna, ma non oltre la data dell’avviso della conclusione delle indagini preliminari. Vietato allegare le intercettazioni al fascicolo.

NO A UTILIZZO IN PROCEDIMENTI DIVERSI – Le intercettazioni non potranno essere usate in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte. Salvo i casi di mafia e terrorismo.(ANSA)

*********

L’attacco dell’Anm. La riforma delle intercettazioni segna nei fatti “la morte della giustizia penale in Italia”: questa la dura presa di posizione dell’associazione, contro norme che “rappresentano un oggettivo favore ai peggiori delinquenti”. E “impediranno alle forze di polizia e alla magistratura inquirente di individuare i responsabili di gravissimi reati”. In pratica, prosegue l’Anm, è come se governo e Parlamento chiedessero “alle forze dell’ordine e alla magistratura inquirente di tutelare la sicurezza dei cittadini uscendo per strada disarmati e con un braccio legato dietro la schiena”.

L’allarme sulla mafia. “Per la riconoscibilità dell’associazione mafiosa, le intercettazioni sono importanti. Bisogna stare attenti a dire ‘ma tanto per le indagini sulla mafia rimangono’, perché a volte si risale all’associazione mafiosa partendo da altri tipi di indagine, da reati minori”. Lo dice il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, nel corso della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i risultati dell’operazione sulle infiltrazioni camorristiche in Toscana, che ha portato a otto arresti, 18 denunce e sequestri di beni per 20 milioni di euro.

Le critiche di editori e giornalisti. ll ddl viola “il fondamentale diritto della libertà d’informazione, garantito dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”: è l’opinione della Federazione italiana editori giornali e della Federazione nazionale della stampa italiana, che rivolgono un appello congiunto al Parlamento e alle forze politiche affinchè vengano introdotte nel provvedimento “le correzioni necessarie”.

La legge del bavaglio da Repubblica.it

Con il ddl intercettazioni a rischoi le nostre libertà fondamentali da Articolo21.info

Quello che sui giornali non leggerete più da Repubblica.it

censura

Saviano condannato a morte dai Casalesi lascia l’Italia

Sarebbe tutto pronto per far accendere la miccia e uccidere lo scrittore Roberto Saviano. Secondo quanto riportato oggi dai maggiori quotidiani italiani, i clan della camorra di Casal di Principe potrebbero aver preparato un piano per assassinare l’autore del libro ‘Gomorra’ che ha aperto un varco nell’informazione e nelle coscienze su come e dove operano i gruppi criminali camorristici. Tanto che i clan avrebbero così decretato la condanna a morte di Saviano dandosi anche la data di Natale per accendere la miccia.

A rivelare tempi e progetto dell’attentato per uccidere Saviano e la sua scorta sarebbero stati rivelati da un pentito dei casalesi, Carmine Schiavone, secondo quanto scrive ‘La Stampa’, che, appresa la notizia, l’avrebbe riferita poi all’autorità di polizia giudiziaria. La Procura di Napoli ha aperto un fascicolo. Da quanto riferisce poi ‘La Repubblica’, “l’ultima minaccia contro Roberto Saviano è ritenuta ‘attendibile’ e sono in corso ulteriori accertamenti” da parte della Dda e della Procura di Napoli.

A far muovere i clan contro Saviano, secondo gli inquirenti, il “troppo clamore” che ha scosso le cosciente provocato dal libro “Gomorra”. Il “Corriere della Sera”, inoltre, riferisce che l’attentato doveva verificarsi sull’autostrada Roma-Napoli, “durante uno dei frequenti spostamenti di Saviano e degli uomini che lo proteggono”. Proprio nei giorni scorsi, il pentito Oreste Spagnuolo, uno dei killer degli immigrati ghanesi uccisi a Castel Volturno, aveva raccontato che il boss Giuseppe Setola “cercava di procurarsi dell’esplosivo con un detonatore e un telecomando: non mi ha spiegato cosa voleva farci, ma diceva che era un modo facile per uccidere”. “Continuo tutto come prima. Non ho altra strada che resistere, resistere, resistere” è stato il commento di Roberto Saviano.

Il giorno dopo annuncio choc di Roberto Saviano:Lascio l’Italia. «Andrò via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà. Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido, oltre che indecente, rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. ‘Fanculo il successo».

Saviano vive sotto scorta da due anni ormai. È minacciato dalla Camorra in seguito al successo del suo libro in tutto il mondo.

Un video per non dimenticare come Umilio Fede parlò di Roberto Saviano:

«Processo Spartacus»: 16 ergastoli. Saviano in aula

Mezzogiorno di fuoco contro i Casalesi. Alle 12 e 30 nell’aula bunker cala la parola fine sul processo d’appello contro la feroce camorra di Casal di Principe dopo quattro giorni di camera di consiglio. Colpiti tutti i ras del clan: da Francesco «Sandokan» Schiavone a Francesco Bidognetti ai due latitanti «eccellenti» Antonio Iovane e Pasquale Zagaria. Per loro, per i capi storici e attuali dei Casalesi, ergastolo confermato. Così come ai loro luogotenenti e sicari. In totale sedici provvedimenti di carcere a vita, come chiesto dai pm.
Uniche attenuanti per alcuni collaboratori come Luigi Diana. In aula ad ascoltare la «resa» dei Casalesi c’è anche lui, lo scrittore Roberto Saviano, l’uomo che con il suo best-seller «Gomorra» ha messo organicamente in luce la camorra-imprenditrice di Casal di Principe, mettendo a nudo le «icone del male» come Francesco «Sandokan» Schiavone, Francesco Bidognetti, Pasquale Zagaria e Antonio Iovane. «Questa sentenza è solo l’inizio di un percorso di lotta ai poteri criminali, di una svolta che ha un significato culturale. In questo momento il mio pensiero va ai magistrati che hanno lavorato in queste inchieste, a giornalisti coraggiosi e anche ai caduti di camorra di cui spesso non si parla sui media».
Primo e secondo grado è durato in tutto dieci anni. Dieci lunghi anni di processi nel corso dei quali i Casalesi hanno continuato a spadroneggiare, uccidere, intimidire. Sette anni il primo grado (sentenza il 15 settembre 2005) con 21 eragastoli inflitti e 95 condanne complessive: un totale di otto secoli e mezzo di condanne. Dei 21 ergastoli, nel secondo grado, durato «solo» tre anni ne erano stati chiesti 16. Confermati in aula. Sedici gli omicidi oggetti di valutazione e revisione commessi tra il gennaio 1988 e la fine del 1991: tra questi il più importante, quello di Antonio Bardellino, capo indiscusso della camorra casertana, ucciso in Brasile.
Un processo-simbolo, il processo a «Gomorra», non a caso chiamato «Spartacus», quasi si dovesse – come lo schiavo Spartaco – liberare un intero territorio dal gioco della camorra più sanguinaria e potente. Un giorno del giudizio scandito da minacce a giornalisti (la reporter del «Mattino», Rosaria Capacchione), giudici (Rosario Cantelmo) e finanche a una star del calibro di Saviano,

Così la vigilia della sentenza contro un clan che, secondo calacoli approssimativi (per difetto), ha un giro d’affari di 30 miliardi di euro e ramificazioni in mezzo mondo, è stata scandita da paura e tensione. Timore di un atto eclatante, di un gesto di sfida allo Stato dopo le minacce rivolte in aula e anche dopo l’ironia sferzante di «Sandokan» che da dietro le sbarre dell’aula bunker aveva ammonito giornalisti e operatori televisivi: «Non sono un animale in gabbia, non voglio essere ripreso da Telekabul».
E mentre i capi minacciavano in aula, i gregari sparavano nelle strade, terrorizzando pentiti e collaboratori di giustizia. Una lunga scia di sangue con l’eliminazione fisica di chi aveva intenzione di rompere l’omertà e collaborare con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia. Sotto le bifilari dei sicari sono così caduti Domenico Noviello, imprenditore che si era ribellato al «pizzo> e doveva testimoniare (proprio ieri è stato arrestato il suo estorsore), Michele Orsi, imprenditore del settore ecologico che aveva rotto il sodalizio di affari con i Casalesi e voleva collaborare con la giustizia. E ancora, ferita la nipote di Anna Carrino, compagna di Francesco Bidognetti «Cicciotto ‘e mezzanotte», che aveva scisso i suoi legami con il clan e sollecitava anche il suo uomo in carcere a fare lo stesso.

I 2 super-latitanti del clan dei Casalesi

In memoria di Peppino Impastato

Il 9 maggio 1978 uno dei giornalisti più scomodi d’Italia viene fatto saltare in aria dalla Mafia con una carica di esplosivo sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani. Il 9 maggio 2008 sono trent’anni che Peppino Impastato ha smesso di denunciare le connivenze tra mafia e politica nella sua Radio Aut.

Piero Ricca vs Marcello Dell’Utri

L’incredibile incontro-scontro tra il gionalista di Qui Milano Libera, Piero Ricca, e il candidato PdL in Lombardia al Senato – condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa – Marcello Dell’Utri:

 

qui la lista dei candidati inpresentabili per le prossime elezioni italiane del 13 e 14 aprile 2008 ovviamente inpresentabili in base alle loro condanne. Non in base alla propria coscienza, nè di fronte al popolo. Punite chi si ricandida.