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Archivio per la categoria ‘Guerra’

La missione di pace, i morti di guerra (e i milioni dell’Afghanistan)

21 Settembre 2009 Alessandro I. Lascia un commento

Oggi l’Italia piange i 6 parà caduti in Afghanistan a causa dell’attentato dei talebani durante la loro missione NATO, missione iniziata alla fine del 2001 in seguito all’attentato dell’11 settembre a New York. Missione “Enduring freedom” lanciata da George W.Bush e supportata sin dal primo momento dalla fedele alleanza italiana. Personalmente tendo a non chiamare eroi questi soldati, non per mancanza di rispetto per il loro estremo sacrificio, ma perchè sono propenso a considerare eroe chi si batte per il proprio stato, chi lo difende dall’interno e dall’esterno da attacchi, militari, politici, mafiosi, economici che siano; purchè queste minacce siano reali. Io preferisco considerare questi poveri ragazzi vittime (anche se uno di loro risultava iscritto al partito Nazional-fascista), vittime delle bugie e della retorica giustificatrice di guerra, vittime delle scellerate e inconsapevoli scelte dei politici, vittime di interessi più grandi di loro, vittime della povertà che li costringe a intraprendere la carriera militare per avere un reddito sicuro (la maggior parte dei militari italiani caduti in Afghanistan è del sud).

E’ per questo che il fronte politico italiano, salvo alcune dichiarazioni ipocrite della Lega anch’essa responsabile di aver appoggiato la missione e copertone la vera natura belligerante, durante questi momenti di lutto si ricompatta consapevole  che ciò vuole il popolo è la pace, non la guerra in luoghi percepiti come troppo lontani e i cui reali interessi sono ignoti (o di pochi). E’ per questo che durante la celebrazione dei funerali oggi, nella Basilica di San Paolo, nel preciso istante in cui i generali, i familiari e i politici si scambiavano il segno di pace,  un uomo si è avvicinato al microfono e ha gridato “Pace subito” causando allarmismo e il pronto intervento della sicurezza che lo ha allontanato. Per non turbare la  pantomima di regime. Ma le proteste della gente che chiedeva PACE  sono proseguite anche all’esterno della Chiesa al termine della messinscena dei rappresentanti politici (Berlusconi, Fini, Bossi, D’Alema, Casini etc…), i veri responsabili di queste morti. All’uscita delle bare dei caduti dalla chiesa, le richieste e le frasi rivolte ai responsabili sono state: “Quanti morti ancora?”, oppure, “Rimandateli a casa”.

Concludo con un pensiero dedicato a tutte le vittime civili afghane di questa guerra, uccise in casa loro dalle truppe di occupazione militare.

Il business dell’oppio e gli imbarazzi NATO - da Corriere della sera

Bugie di guerra – da Altrenotizie.org

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Saakashvili e i media occidentali

Un piccolo estratto dell’intervista al presidente georgiano Saakashvili che analizza, dal suo punto di vista, il conflitto tra Georgia e Russia dell’agosto 2008. Le conseguenze, il ruolo dei media e la questione energetica.

Messaggio dei talebani al Papa: “Fermi il proselitismo cristiano”

No ai tentativi di proselitismo cristiano in Afghanistan. L’appello, seguito da minacce, arriva dai talebani, che hanno chiesto a papa Benedetto XVI di impedire il proselitismo religioso in Afghanistan, minacciando “gravi conseguenze” in caso contrario. Una minaccia che suona particolarmente grave alla vigilia della partenza del Pontefice per il Medioriente. L’avvertimento è comparso oggi su un sito web vicino agli studenti coranici, alemarah1.org, e fa seguito alle immagini trasmesse da Al Jazeera, nelle quali si vedevano soldati statunitensi con bibbie tradotte in lingua locale.

Nel comunicato gli estremisti islamici esortano anche i musulmani afgani a “resistere” ai tentativi di conversione. “Rivolgiamo un appello alla massima autorità religiosa cristiana, papa Benedetto XVI, – si legge nel comunicato, pubblicato sul sito vicino ai talebani – affinché impedisca concretamente le azioni stupide e irresponsabili di missionari crociati insensibili; chiediamo che non aspetti le gravi conseguenze di una reazione, dovuta alla sensibilità islamica in rivolta dei musulmani afgani”.

Il comunicato accusa in particolare “gli occupanti crociati americani” di avere permesso a decine di

associazioni e gruppi cristiani di fare proselitismo nel paese “con il pretesto di attività umanitarie”.

L’Esercito statunitense ha ribadito che è “proibita alle truppe qualunque attività di proselitismo religioso”, e che le bibbie tradotte nelle due lingue principali lingue parlate in Afghanistan, l’arabo e il pashtun, e mostrate nel servizio di Al Jazeera, “sono state confiscate e distrutte”. I militari mostrati nel video, girato da un ex soldato un anno fa, mostra militari evangelici cristiani discutere anche di come utilizzare le bibbie senza infrangere ufficialmente le regole, magari distribuendole come “doni” o usandole come mezzo per imparare la lingua locale. Il proselitismo religioso nei confronti dei musulmani è un crimine in Afghanistan e in altri Paesi islamici.

da Repubblica.it

Il fardello dell’uomo israeliano

Non molto tempo prima dell’offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud Olmert pose a se stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza precedenti. Una domanda non concernente i valori e la morale, ma la pura utilità.

Era il 29 settembre, e in un’intervista a Yedioth Ahronoth denunciò quarant’anni di cecità: quella d’Israele e la propria. Disse che era arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva mutare natura e scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o cercando la pace coi vicini.

Non negò le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invitò i connazionali a concentrarsi sul «proprio fardello di colpa». Il fardello consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: «Gli sforzi di un primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere il paese più forte, più forte, più forte, con l’obiettivo di vincere una guerra?».
Aggiunse che personalmente non ne poteva più di leggere i rapporti dei propri generali: «Possibile che non abbiano imparato assolutamente nulla? Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il controllo dei territori e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte cose senza valore». L’unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a un’unica condizione: liquidando le colonie, restituendo «quasi tutti se non tutti i territori», dando ai palestinesi «l’equivalente di quel che Israele terrà per sé». (…)

Nemmeno tre mesi dopo, la guerra è decretata «senza alternative». Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su La Stampa, ha invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il pensiero militarizzato si riaccende e il dissenso si dirada. (…)

La domanda gelida di Olmert, a settembre, era la seguente e resta valida: «Che faremo, dopo aver vinto una guerra? Pagheremo prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire all’avversario: cominciamo un negoziato».

Secondo Olmert, Israele era a un bivio: «Per quarant’anni abbiamo rifiutato di guardare la realtà con occhi aperti (…). Abbiamo perso il senso delle proporzioni».
Non poche cose s’intuiscono, anche se ai giornalisti è vietato il teatro di guerra. Quel paesaggio che da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei reporter, è praticamente tutta Gaza: non più di 40 chilometri di lunghezza, 9,7 chilometri di profondità. Con 360 chilometri quadrati, Gaza è più piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi. (…)

Inevitabile che in un lembo sì minuscolo i civili abbattuti siano tanti (metà degli uccisi, secondo alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti israeliani non persistano nella cecità, quando negano che la loro guerra sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle città del Sud, da anni e malgrado il ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005, generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti non sono molti. Ma ci sono cose non dette, in chi giustamente s’indigna: cose che questi ultimi nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non è vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler penalizzare i civili.
Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito Hamas e i missili si sposteranno altrove, e che in quei luoghi non resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo dicono essi stessi, ai giornalisti: «Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole, moschee, sappiamo che non Hamas sarà colpito, ma noi». (…)

Dice il governo d’Israele che dal 2005 Gaza appartiene ai palestinesi, ma che non è servito a nulla. È falso anche questo, perché Gaza essendo priva di autonomia non è messa alla prova. Non le manca solo il controllo dell’aria, del mare. Ci sono sei punti di passaggio che dovrebbero consentire il transito di cibo, acqua, elettricità, uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord, i valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l’Egitto il valico Rafah) e tutti sono chiusi. Per una briciola come Gaza è impossibile vivere senza rapporti coll’esterno, ed essi sono bloccati da quando Hamas ha vinto le elezioni e rotto con Fatah.
I tunnel servono a contrabbandare armi, è vero. Ma anche a trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo è lì perché cacciatovi dall’esercito israeliano nel ‘48. (…)

In un libro di Idith Zertal e Akiva Eldar (Lords of the Land, New York 2007) è scritto che la pace è irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non solo i cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si spoglia dell’ossessione delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert stesso ha denunciato poche settimane fa.

L’inferno di Gaza

Chiunque con un minimo di umanità che guarda questo video e ascolta questo dottore di un ospedale a Gaza potrà dire di conoscere l’intento della barbarie di Israele e perchè tutto questo deve finire adesso.

“Questo è l’inferno di Dante. Ci sono feriti qui che voi nel mondo non volete vedere. Bambini che arrivano con i vestiti stracciati e gambe tagliate. Abbiamo ricevuto un bambino al quale abbiamo dovuto amputare entrambe le gambe e un braccio. Il loro unico crimine è quello di essere civili, Palestinesi, che vivono a Gaza. I bombardamenti devono terminare subito. Tutto questo non può continuare. Chiunque supporti questa come una chiara guerra contro un altro esercito sta mentendo.  E’ solamente una guerra contro la popolazione civile di Gaza. Loro non possono fuggire come altre popolazioni durante le guerre, perchè Israele li ha intrappolati in una gabbia. Israele sta bombardando un milione e mezzo di persone in gabbia!”

Anyone with a semblance of humanity who watches this video and hears what this doctor in a Gaza hospital says will know the extent of Israel’s barbarity and why this has to stop now.

“This is Dante’s Inferno, hell. There are injuries here you just don’t want to see in this world. Children coming in with their abdomens open and legs cut off. We just had a child and we had to amputate both legs and an arm. Their only crime is that they are civilians, Palestinians, living in Gaza. The bombing has to stop immediately. This cannot go on. Anyone who portrays this as a clean war against another army is lying. This is an all out war against the civilian population in Gaza. They cannot flee as other populations can in war time because Israel has them trapped in a cage. Israel is bombing one and a half million people trapped in a cage.”

Israele utilizza armi non convenzionali a Gaza

Israele starebbe facendo ricorso ad armi non convenzionali come le bombe al fosforo per coprire l’assalto dei suoi soldati nella Striscia di Gaza.
A rendere attendibile una notizia che potrebbe apparire tendenziosa è il quotidiano britannico Times: “Israel rains fire on Gaza with phosphorus shells” titola un articolo apparso nell’edizione odierna; un’informazione subito smentita dallo Stato Maggiore di Israele.
“Queste bombe, che causano orrende ustioni, venivano usate in Iraq dalle truppe americane ed inglesi – scrive il Times – il Trattato di Ginevra del 1980 le aveva dichiarate illegali ma gli eserciti che ne fanno uso sanno di poter aggirare l’ostacolo adducendendo un “utilizzo a mo’ di schermo fumogeno.”

Guida al boicottaggio di Israele, dopo l’invito dell’ONU

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testimonianza da Israele: “Molto prima delle 18 la Cineteca è circondata da tutti i lati, polizia regolare in tenuta antisommossa, reparti a cavallo e un mucchio di macchine di pattuglia che scaricano agenti in continuazione. «Guardate, questi non hanno pistole, hanno fucili automatici. Vogliono portare la guerra anche qui?»..I cartelli dicono: «Fermate il massacro», «La guerra è di Olmert, le vittime sono nostre», «No all’omicidio degli innocenti», «Noi israeliani diciamo: il governo di Israele commette crimini di guerra», «Intervento internazionale ora», «Europa ferma la guerra», «Livni, l’omicidio non è femminista», «Il comandamento dice: non uccidere».
Uno slogan ripetuto di frequente, «Questa non è la mia guerra», è scritto in arabo, ebraico, inglese..In piazza ci sono più di mille persone, più di quante ci si potrebbe aspettare in Israele durante le prime ore di una guerra, con la febbre bellica di cui sono responsabili i media .. i manifestanti gridano: «Ebrei e arabi si rifiutano di essere nemici», «A Gaza e Sderot i bambini vogliono vivere», «La guerra è un disastro, la pace è la soluzione», «Fermiamo la guerra, torniamo alla tregua», «Facciamo tacere i fucili, salviamo la gente», «Barak, Barak, quanti ne hai uccisi oggi?», «Le stragi non ti daranno il potere», «Il sangue scorre per il prestigio dei ministri», «Il sangue scorre per i sondaggi dei partiti corrotti», «No alla guerra, torniamo alle trattative». Persino «No alla guerra, sì alla pace» che di solito suonerebbe come un truismo naif, oggi suona come un messaggio netto e radicale.

«Signore e signori della stampa, il nostro attacco di oggi su Gaza è stato chirurgico e precisamente mirato», la voce di Olmert alla radio che alcuni attivisti hanno acceso viene trasmessa dalle torri dall’altra parte della strada. «Bugiardo, criminale di guerra», sale un urlo in risposta, e molti giovani cercano di sfondare i blocchi della polizia.

La sicurezza di Israele, eterna bugia

Il 2007 ha segnato il quarantesimo anniversario della guerra dei sei giorni, che portò alla tuttora perdurante occupazione israeliana di Gerusalemme orientale, della Cisgiordania, di Gaza e delle alture siriane del Golan. Nelle pagine dei giornali israeliani, americani e britannici più seri dedicate alla commemorazione di quell’evento sarebbe stato difficile, in tale occasione, trovare articoli che avvalorassero la tesi di una guerra iniziata da Israele per motivi di sicurezza preventiva. Una giustificazione del genere è ormai morta e sepolta, uccisa dagli stessi generali israeliani che nel 1968 smantellarono interamente l’ideologia del pericolo mortale per Israele.
Basta ricordare questo fatto storico per capire come nessuna delle azioni israeliane nei territori occupati dal 1967 abbia una qualsiasi legittimità legata alla sicurezza. Invece sono tutte passibili di incriminazione per la violazione delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti della popolazione civile. È infatti un crimine distruggere le case e trasformarne gli abitanti in profughi, così come è un crimine popolare forzatamente un territorio.
In tale contesto storico si capisce anche come il concetto di tregua sia stato interpretato ed usato dai governi di Israele sin dalla fondazione dello Stato, quando le «tregue» del biennio 47/49 venivano usate per espellere la popolazione civile palestinese dai suoi villaggi radendoli poi al suolo. Negli avvenimenti di questi giorni la tregua tra Tel Aviv e Hamas mediata dall’Egitto circa sei mesi fa è stata formalmente rotta da un raid israeliano il 4 novembre scorso proprio perché la tregua teneva e perché Hamas aveva accentuato l’avvicinamento alla soluzione fondata su due stati originariamente formulata da Arafat. Su questo punto le analisi apparse negli ultimi due anni su Haaretz sono cruciali: ne discende che è volutamente errato presentare Hamas come un’organizzazione che non intende negoziare con Israele.
Tuttavia anche all’indomani della tregua mediata dall’Egitto, Israele non ha mai rinunciato alle sue prerogative di strangolare Gaza allentando e stringendo il nodo, ogni volta in maniera più stretta, a sua discrezione. Questo gioco mortale per la popolazione civile di Gaza non si è mai interrotto rappresentando quindi una violazione sistematica dell’impegno di por termine sia alle incursioni che all’assedio
Perché Israele fa tutto ciò? Ci troviamo di fronte ad una riedizione della stessa logica della guerra del Libano del 2006 e come nel 2006 il governo Olmert conta sull’appoggio attivo degli Usa e sul sostegno europeo. Allora Tel Aviv voleva ridefinire la mappa politica del Medio Oriente in rapporto alla Siria. Oggi, come osserva Tom Segev su Haaretz del 29 dicembre, «Israele colpisce i palestinesi per impartir loro una lezione». Quindi, continua Segev, «il bombardamento di Gaza dovrebbe liquidare il regime di Hamas in linea con un altro assunto che ha guidato il movimento sionista sin dalla sua nascita: che sia possibile imporre ai palestinesi una leadership ‘moderata’, una leadership disposta ad abbandonare le loro aspirazioni nazionali». Esatto. Quando Olmert e Sharon cominciarono a parlare di un ritiro unilaterale da Gaza, scrivemmo sul manifesto che non si trattava di una operazione di pace. Doveva essere invece vista come una decisione volta a trasformare Gaza e la sua popolazione civile in un campo di battaglia permanente dando il via a ciò che Tanya Reinhart – già editorialista di Yedyot Ahronot e allieva di Noam Chomsky, purtroppo scomparsa recentemente, – chiamò la «strategia del lento genocidio a Gaza».
Di fronte alla sua odierna materializzazione, la sofferenza dei palestinesi sottolinea la crisi della coscienza europea e di quella di sinistra in particolare: colpevole, quanto meno, di omertà.

da il Manifesto

Firma la petizione contro attacco Israele a Gaza

L’Onu invita al boicottaggio di Israele

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Ipocrisia Bush: il budget militare 2009 costa più del piano di salvataggio

«Tre giorni dopo l’approvazione, il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari, che avrebbe dovuto calmare il sistema finanziario globale, appare come un sasso gettato in un mare in tempesta». Questa sconfortante conclusione, tratta ieri dal New York Times, non stupisce. Per comprendere quale siano le dimensioni e implicazioni della bolla speculativa esplosa nel sistema finanziario globale basti pensare che nelle borse di New York e Parigi, gestite dal gruppo finanziario Nyse Euronext, operano 4mila società le cui azioni sono lievitate (spesso attraverso meccanismi speculativi) a un valore complessivo di oltre 50mila miliardi di dollari, equivalente a quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo.
Il «piano di salvataggio» varato negli Stati uniti con un massiccio esborso di denaro pubblico dimostra che, contrariamente a quanto alcuni sostengono, la globalizzazione non comporta la scomparsa degli stati, i quali continuano a svolgere un ruolo importante a sostegno delle rispettive élite economiche e finanziarie e dei loro gruppi multinazionali. Pur possedendo ancora la maggiore economia del mondo, gli Stati uniti stanno perdendo terreno rispetto all’Unione europea, al Giappone e alla Cina. Da qui la necessità di sostenere i propri interessi con la forza militare, per mantenere la supremazia.
Ciò comporta una crescente spesa militare. Mentre l’attenzione mondiale era concentrata sul «piano di salvataggio», è passato pressoché inosservato il fatto che il Congresso degli Stati uniti ha approvato a schiacciante maggioranza bipartisan, per l’anno fiscale 2009 (iniziato il 1° ottobre 2008), una spesa militare di 612 miliardi di dollari. Essa comprende il budget del Pentagono, aumentato del 74% da quando l’amministrazione è entrata in carica nel 2001, e 70 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan. Ma non è tutto. Il budget del Pentagono sicuramente raggiungerà o supererà, nel corso dell’anno fiscale, la cifra di 515 miliardi richiesta dall’amministrazione Bush, e i 70 miliardi per le guerre sono solo un acconto. A questi si aggiungono 10 miliardi per le armi nucleari (iscritti nel bilancio del dipartimento dell’energia), almeno 50 per il «programma nazionale di intelligence» e altre voci che portano la spesa militare annua degli Stati uniti ben oltre quella del «piano di salvataggio».
Questa colossale spesa militare, equivalente a circa la metà di quella mondiale, viene pagata con il denaro pubblico. Contribuisce così in modo sostanziale ad accrescere il deficit del bilancio federale, previsto in 407 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2009. A sua volta, il deficit accresce il debito pubblico. Un’altra notizia oscurata dall’attenzione verso il «piano di salvataggio», e passata inosservata al pari dell’approvazione del budget militare, è il fatto che il debito pubblico statunitense ha superato i 10mila miliardi di dollari, equivalenti a oltre il 70% del Pil. Da quando l’amministrazione Bush è entrata in carica nel 2001, esso è cresciuto di oltre il 70%. Un vero e proprio record.
Chi paga tutto questo? Nei media si parla solo degli investitori che stanno perdendo denaro in seguito alla crisi finanziaria. Non si parla invece delle conseguenze sugli strati più disagiati della popolazione statunitense, aggravate dai crescenti tagli alle spese sociali. E’ quindi passata inosservata, come le spese militari e il superdeficit, anche la notizia che i cittadini statunitensi costretti quindi a ricorrere ai food stamps (buoni per la fornitura di cibo) sono aumentati in tre mesi da 28 a 29 milioni. Si possono consolare pensando che ogni mese gli Usa spendono per le guerre in Iraq e Afghanistan 16 miliardi di dollari. Ciò – sottolinea il Pentagono – permette di «catturare o uccidere i terroristi che minacciano gli Stati uniti, il loro popolo e i loro interessi nel mondo».

Medvedev accusa gli Usa per l’attacco Georgiano

20 Settembre 2008 Alessandro I. 3 commenti

Nuovo durissimo attacco del presidente russo Dmitri Medvedev alla Nato e all’occidente. Il leader del Cremlino ha accusato l’Alleanza atlantica di aver povocato il conflitto georgiano e ha avvertito che Mosca non si farà ricacciare nell’autoritarismo né richiudere dietro una nuova cortina di ferro.

Parlando a un incontro con rapresentanti di organizzazioni non governative, il presidente russo dice che “i colleghi europei mi dicevano che la Nato avrebbe provveduto alla sicurezza europea. E cosa ha deciso la Nato? Non ha fatto altro che provocare il conflitto“. Quindi invita a firmare un “grande trattato europeo” perché “l’attuale sistema di sicurezza mondiale risulta ormai scassato”.

“Noi siamo sospinti dietro la cortina di ferro. Ma voglio sottolineare ancora che non è questo il nostro percorso. Noi abbiamo fatto la nostra scelta. Non è possibile un ritorno al passato” dice Medvedev indicando che il “tracciato scelto” non è basato “su uno sviluppo autonomo dietro a muri spessi e a una nuova cortina di ferro”.

Sarah Palin incarna la follia Repubblicana illuminata

12 Settembre 2008 Alessandro I. Lascia un commento

Sarah Palin va alla guerra. Nel suo debutto in tv da candidata alla vicepresidenza, manda un avvertimento a Mosca: l’America vuole l’estensione della Nato ad altri paesi ex sovietici e se la Russia facesse un bis dell’invasione della Georgia, è pronta anche a un conflitto armato.

“Ucraina e Georgia meritano di entrare nella Nato”, dice Palin a Charles Gibson, il giornalista della Abc che ha avuto l’esclusiva dell’intervista più attesa in questi giorni negli Usa. Se Tbilisi fosse stata già parte dell’Alleanza o se la Russia invadesse uno stato membro, aggiunge, gli Usa potrebbero entrare in guerra con Mosca, “perché questo è l’accordo che prendi quando sei un alleato della Nato: se un altro paese viene attaccato, devi aspettarti di venir chiamato in aiuto”.

Palin ci tiene a chiarire che non ha “battuto ciglio” quando John McCain le ha offerto la candidatura alla vicepresidenza: “Non puoi avere esitazioni, ho la sicurezza e la preparazione che servono”. All’intervistatore che le chiede se si sente pronta anche a subentrare al presidente, se al 72enne McCain accadesse qualcosa, la governatrice risponde di sì senza esitazioni.

La governatrice dell’Alaska, che in passato ha definito la guerra in Iraq “un compito indicato da Dio”, si dice poi “convinta che vi è un progetto per questo mondo e che questo progetto sia per il bene”. “Penso che vi sia grande speranza e grande potenziale per ogni paese – afferma – per vivere e veder protetti i suoi diritti inalienabili che sono dati da Dio. Credo che questi siano i diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Questo, a mio giudizio, è il grande piano del mondo“. Si tratta dei tre diritti affermati nella Dichiarazione d’Indipendenza americana.

Analisi della corsa alla Casa Bianca di Matt Browne