E adesso per Silvio Berlusconi diventa davvero dura. Oggi la seconda sezione della corte d’appello di Milano ha confermato la condanna a 4 anni e sei mesi di reclusione per l’avvocato David Mills, il legale inglese accusato di essere stato corrotto dal premier. Tra quindici giorni verranno depositale le motivazioni della sentenza e a partire dal quel momento le difese avranno 30 giorni di tempo per presentare il loro ricorso in Cassazione. Il rischio concreto è insomma che la suprema corte renda definitiva la condanna di Mills prima che il processo bis contro il Cavaliere sia concluso.
Il nuovo dibattimento che vede imputato il capo del governo per corruzione giudiziaria riprenderà prima di dicembre. La difesa farà di tutto per allungarlo a dismisura, ma è scontato che, in caso di un’eventuale decisione della Cassazione negativa per Mills, i giudici decidano nel giro di poche udienze: finchè la legge non verrà cambiata le sentenze definitive nel nostro ordinamento hanno valore di prova. E se Mills è stato corrotto, il corruttore è Berlusconi.
Il premier, insomma, ha bisogno di tempo. Ma 20 mesi, tanti secondo alcuni calcoli lo separerebbero dall’agognata prescrizione, sono pochi per non pensare di incassare almeno un verdetto di primo grado. Per questo i deputati-avvocati del premier sono già al lavoro. Una soluzione, assicurano, la troveranno. Ma è ormai chiaro che, visto con il senno di poi, il Lodo Alfano, anche per Berlusconi, è stato un madornale errore.
da Il Fatto Quotidiano
La spudoratezza del corruttore è inqualificabile, lo sappiamo. Mentre avverte sul nuovo libro zerbino di Bruno Vespa che in cassazione David Mills sarà assolto, mette le zampe avanti: “Anche se sarò condannato non mi dimetterò“. Come non credergli visto che Mills ha già avuto due condanne?
Del resto anche il sindaco berlusconiano di Palermo Cammarata non si è dimesso dopo che due presidenti di seggio sono stati condannati per aver falsificato le schede elettorali, che lo hanno fatto vincere su Leoluca Orlando. I brogli elettorali nel capoluogo siciliano denunciati dal deputato dipietrista sono così confermati.
Anche la sindaca di Milano Letizia Moratti, dopo la condanna della corte dei conti per le assunzioni d’oro non si è dimessa.
Sono molte le recenti notizie su uomini (e donne) della politica accusati di gravi reati. Troppe notizie e troppi reati anche secondo noi. Ma non è colpa nostra se il probabile candidato del Pdl alla guida della Regione Campania (Nicola Cosentino) è coinvolto in inchieste su camorra e rifiuti, da quando una serie di pentiti hanno parlato dei suoi legami con il clan dei casalesi (quelli, per intenderci, di Gomorra). Non è colpa nostra se lady Mastella risulta indagata,con alcuni consanguinei, per reati contro la pubblica amministrazione: non proprio una sciocchezza se con provvedimento della magistratura le viene impedito di risiedere in Campania dove ricopre importanti incarichi istituzionali ( la presidenza del Consiglio regionale). Non è colpa nostra se dalla carte troppo a lungo tenute nei cassetti della giustizia emerge un’altra trattativa con Cosa Nostra, questa volta assai contigua alla fondazione di Forza Italia.
Non è colpa nostra se a Milano finiscono in cella l’industriale re delle bonifiche e la moglie di un esponente Pdl per una serie di ipotesi di reato tra cui l’associazione per delinquere. E non dove sorprenderci, infine, se l’Europa ci considera un paese ad altissimo rischio corruzione. Di fronte a una tale grandinata di accuse e di illegalità sono possibili due reazioni. Avremo i cosiddetti garantisti che ricominceranno a stracciarsi le vesti e a intonare la solita litania che attribuisce al partito delle procure (o delle toghe rosse, fate voi) il solito golpe giudiziario teso a ricattare la politica e a sovvertire il voto degli italiani.
Altri invece si porranno alcune semplici domande. E’ così assurdo pensare che in almeno tre regioni (Campania, Calabria e Sicilia) una certa politica abbia rapporti frequenti e vicendevolmente vantaggiosi con il crimine organizzato? E’ così pazzesco pensare che esiste una vasta porzione di economia reale che prospera tra mazzette bustarelle e fondi neri? E infine: corruzione e malaffare sono un’invenzione dei giustizialisti o stanno davvero soffocando l’Italia?
Vista da qualche chilometro di distanza, per esempio dai boulevard autunnali di Parigi, l’Italia appare dentro allo schermo virato al nero e al viola di un brutto film dove tutto sembra di cartapesta, tranne le lacrime. Il film procede per accumulo, come la tensione nelle centrali elettriche prima del blackout. L’economia è a pezzi, stanno per chiudere migliaia di fabbriche. Le pioggie trascinano paesi a valle. Terremotati rabbrividiscono sotto la neve.
Nel frattemppo, il premier, dopo avere trascorso una notte con una prostituta su un letto che viene direttamente dagli archivi della vecchia Mosca, sparisce per tre giorni a San Pietroburgo in compagnia dello zar di Gazprom. In patria i suoi ministri si accapigliano. Il debito pubblico va fuori controllo. Il governatore del Lazio si fa filmare da due carabinieri infedeli mentre gioca al dottore con un transessuale che si chiama Natalie e che è seriamente innamorata di lui, i due si incontrano due volte la settimana, da 7 anni. Altri carabinieri presidiano l’uscio di casa Mastella a Ceppaloni, stanno cercando lui e sua moglie che gridano al complotto. A Palermo si indaga se lo Stato, durante la stagione delle stragi, abbia trattato con la mafia oppure no. Mentre a Milano un pool di magistrati arresta un paio di imprenditori legati a un altro celebre governatore, il molto devoto Roberto Formigoni.
Si attende da un minuto all’altro che esploda un vulcano o almeno una pestilenza per ripulire l’Italia dai peccatori. Anche se non è mai detto: il finale è a sorpresa, e comunque prima passeranno i gelati e la pubblicità.
Il lodo Alfano è illegittimo, perché viola ben due norme della nostra Carta costituzionale: l’articolo 3, che stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini (anche di fronte alla legge); e l’articolo 138, che impone l’obbligo, in casi del genere, di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria. Lo hanno deciso, a maggioranza, i giudici della Corte costituzionale, riuniti in seduta plenaria dalla mattinata di ieri, a proposito del provvedimento che i processi per le prime quattro cariche dello Stato.
Una bocciatura a tutto campo, dunque, per il provvedimento fortemente voluto da Silvio Berlusconi. Una decisione attesissima; forse la più importante sul piano delle ricadute politiche, degli ultimi anni. Anche perché, sul piano pratico, sblocca i due processi a carico del premier (per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato Mills, e per reati societari nella compravendita dei diritti tv Mediaset), congelati proprio a causa del lodo.
L’effetto della decisione della Consulta sarà la riapertura di due processi a carico del premier Berlusconi: per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.
Le reazioni politiche:
Berlusconi attacca Napolitano e la Consulta (forse è questo il golpe di cui parlava…)- da Corriere
Di pietro: Berlusconi si dimetta e faccia l’imputato – da Agi
Bersani: continui a fare il suo lavoro ma si faccia processare – da AdnKronos
Sinistra e Libertà chiede le dimissioni di Berlusconi con un sit-in davanti a Palazzo Chigi – da Rassegna.it
Bonaiuti: sentenza politica, andiamo avanti – da Rassegna.it
Il Ministro Bossi invece propone la guerra… – da Rassegna.it
Silvio Berlusconi è “corresponsabile della vicenda corruttiva” alla base della sentenza con cui la Mondadori fu assegnata a Fininvest. Lo scrive il giudice Raimondo Mesiano nelle 140 pagine di motivazioni con cui condanna la holding della famiglia Berlusconi al pagamento di 750 milioni di euro a favore della Cir di Carlo De Benedetti. “E’ da ritenere – scrive il giudice -, ‘incidenter tantum’ (cioè solo ai fini di questo procedimento, ndr) e ai soli fini civilistici del presente giudizio, che Silvio Berlusconi sia corresponsabile della vicenda corruttiva per cui si procede”.
La “corresponsabilità” di Silvio Berlusconi, spiega il giudice Mesiano, comporta “come logica conseguenza” la “responsabilità della stessa Fininvest”, questo “per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell’attività gestoria della società medesima”.
In definitiva, secondo il tribunale che ha condannato la Fininvest, è impossibile che i vertici della Fininvest ignorassero l’atto di corruzione: “Vale osservare che i conti All Iberian e Ferrido erano conti correnti accesi su banche svizzere e di cui era beneficiaria economica la Fininvest. Non è quindi assolutamente pensabile – scrive Mesiano – che un bonifico dell’importo di Usd 2.732.868 (circa tre miliardi di lire) potesse essere deciso ed effettuato senza che il legale rappresentante, che era poi anche amministratore della Fininvest, lo sapesse e lo accettasse”.
“In altre parole – conclude il giudice -, il tribunale ritiene qui di poter pienamente fare uso della prova per presunzioni che nel giudizio civile ha la stessa dignità della prova diretta (rappresentazione del fatto storico). E’, come è noto, la presunzione un argomento logico, mediante il quale si risale dal fatto noto, che deve essere provato in termini di certezza, al fatto ignoto”.
La sentenza sul lodo Mondadori è stata pubblicata il 3 ottobre. La Fininvest si è messa subito al lavoro per l’appello, e per ottenere un provvedimento sospensivo della condanna, che dispone a carico della società il pagamento di 750 milioni di risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti.
Nel prossimo autunno – che si preannuncia caldissimo, soprattutto per i temi dell’economia e del lavoro ed il riemergere del conflitto sociale – il Governo tenterà – con il sostegno della sua maggioranza servile – di portare a compimento il disegno – di chiara ispirazione piduista – per il definitivo annientamento dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione. Fino a qualche anno fa il timore dei poteri forti era rappresentato, soprattutto, dai procedimenti penali della magistratura e dalla possibilità che venissero emesse sentenze di condanna nei confronti di corrotti e corruttori. La stagione delle modifiche legislative e del ridimensionamento – ad opera anche di frange di magistrati sempre più pervasi dalla correntocrazia – del ruolo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, ridotto sempre più ad organo non di autogoverno della magistratura ma di condizionamento di quei magistrati ancora liberi ed indipendenti che operano nei vari uffici giudiziari, ha reso sempre più difficile la possibilità di raggiungere la verità processuale (anche attraverso le nuove tecniche di mobilità dei magistrati scomodi). Il forte annichilimento, attraverso legislazione ordinaria, del ruolo della magistratura come previsto in Costituzione, non è sufficiente al sistema della casta per mettersi al riparo da quello che è il pericolo più serio: la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica che può produrre dissenso, massa critica e, quindi,opposizione al regime e condurre, magari, anche ad un cambiamento della classe dirigente. Ecco l’escalation legislativa che punta alla scomparsa dei fatti, attraverso il controllo totale dei mezzi di comunicazione. Taccio della televisione (di Stato – sic! – e di proprietà dell’utilizzatore finale) ormai ridotta,salvo alcune lodevoli eccezioni (che non si sa fino a quando dureranno prima di essere smantellate), a pura propaganda di regime ed a strumento teso a consolidare la sub-cultura di governo. Bisogna zittire quei giornalisti – che ancora non praticano l’auto-censura, tanto di moda in Italia – i quali ancora si ostinano a raccontare i fatti ed a spiegare al Paese quello che accade. Ecco, quindi, i provvedimenti che i berluscones cercheranno di approvare da settembre in violazione della Costituzione (vedremo che farà il Presidente della Repubblica): la legge che elimina le intercettazioni telefoniche – questo soprattutto per rendere un servigio a Papi e metterlo al riparo da quelle che appaiono corruzioni sorte attorno all’utilizzo finale dei corpi – che produrrà un aumento della criminalità con Maroni che getterà addosso ad immigrati e clochard le ronde per raffreddare le ansie da tolleranza zero, la legge che impedisce al Pubblico Ministero di prendere notizie di reato di propria iniziativa ma solo su input della polizia giudiziaria (quindi del potere esecutivo), per esemplificare non avremo più inchieste del tipo trattativa tra mafia e Stato, tangentopoli, scandalo Parmalat e furbetti del quartierino, l’eliminazione del diritto di cronaca vietando ai giornalisti – attraverso anche le salate multe agli editori – di raccontare fatti fino a quando non si celebrano i processi (che non si fanno più per le varie leggi-ostacolo create dalla casta). Un disegno organico che mette il silenziatore alla storia. Dal momento che la magistratura viene neutralizzata definitivamente e l’informazione ridotta a megafono del regime che consolida la navigazione del manovratore di turno, è chiaro che il popolo verrà narcotizzato attraverso un’iniezione letale di bromuro, tutto diventerà sempre più normale (rectius,normalizzato): la vicenda delle escort (rectius,prostitute) sarà vita privata mondana del Premier per eliminare lo stress accumulato nell’interesse del Paese, le corruzioni saranno scambi commerciali per il progresso dell’Italia, la mafia un aiuto di volontari per mantenere la quiete in territori turbolenti, il riciclaggio del denaro sporco investimenti che aiutano l’economia e creano lavoro. Non possono essere più solo i magistrati ed i giornalisti ad opporsi a questa deriva autoritaria di tipo peronista, non sono interessi corporativi, anche perché molti magistrati applicano il conformismo giudiziario o sono ammalati di quel morbo che Piero Calamandrei chiamava agorafobia (per essere graditi al potere prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle), tanti giornalisti non sono altro che la voce del padrone. Sta alla parte più sensibile della politica e della società civile mobilitarsi per difendere questi due baluardi dello Stato di Diritto – pilastri della democrazia – per evitare che il regime si consolidi e che, poi, divenga impossibile conoscere i fatti perché non ci saranno più fatti da raccontare.
Il tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia. Alla lettura della sentenza i genitori del ragazzo si sono abbracciati piangendo e in aula sono partiti applausi.
LA VICENDA – All’alba del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, 18 anni, era morto su un marciapiede di Ferrara. La ricostruzione della questura aveva sostenuto che stava tornando a casa dopo una serata con gli amici, si era sentito male e dava in escandescenze. Ammanettato dagli agenti era svenuto ed era poi deceduto prima che arrivassero i soccorsi.
Inizialmente si era parlato di droga, poi di un malore. La madre del ragazzo denunciava invece un pestaggio da parte della polizia. Nel 2006, una foto choc, pubblicata da Liberazione, mostrava i segni di percosse sul corpo del ragazzo e riapriva il caso.
50/60 miliardi di euro all’anno. Una vera e propria ‘tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini’”. Secondo la Corte, “altre e maggiori conseguenze vengono prodotte dalla corruzione serpeggiante nella P.a. sul piano della sua immagine, della moralità e della fiducia che costituiscono un ulteriore costo non monetizzabile per la collettività, che rischia di ostacolare (soprattutto in Italia meridionale) gli investimenti esteri , di distruggere la fiducia nelle istituzioni e di togliere la speranza nel futuro alle generazioni di giovani, di cittadini e di imprese”. Ma la repressione, da sola, non basta. Bisogna intervenire sul piano organizzativo “agendo sui comportamenti, sulle procedure, sulla trasparenza dell’attività amministrativa al fine di prevenire e/o limitare la probabilità che si realizzino gli eventi corruttivi descritti”.
“Gli indici relativi all’esercizio 2008 hanno purtroppo disatteso” l’auspicio della “prosecuzione di un percorso virtuoso a riduzione del debito e deluso l’aspettativa di un miglioramento dei conti pubblici”.
Gli sviluppi dell’inchiesta di Bari scatenano l’interesse, in verità mai sopito, della stampa straniera per gli scandali che lambiscono Palazzo Chigi.
“Il trionfo del Teflon Silvio: Berlusconi si gode il successo elettorale”, titola The Independent, ricorrendo all’immagine del materiale duro e resistente a tutto per spiegare la vittoria elettorale del premier italiano. “Nonostante i titoli scandalisti – sottolinea il quotidiano vicno all’opinione pubblica laburista inglese – niente sembra colpire il premier italiano, come dimostrano le ultime elezioni”. “Oltre i confini italiani potrebbe sembrare inconcepibile che un leader nazionale possa comportarsi come un antico imperatore romano, senza pagarne le gravi conseguenze politiche – prosegue il giornale – ma in Italia, la fallibilità umana di Berlusconi e il fatto che non sia cosi’ ossessionato dai giochi di potere sono visti come punti a suo favore”. The Independent pubblica quindi un commento di Antonio Polito, direttore del Riformista: “Berlusconi sopravvive perché l’opposizione è ineleggibile”.
“Silvio Berlusconi nega di aver pagato per prestazioni sessuali nella sua casa”, titola un altro quotidiano britannico, The Times. La replica del premier, sottolinea il giornale, arriva dopo che “un influente settimanale cattolico ha definito il suo comportamento ‘indifendibile’ e lo ha accusato di aver creato ‘un’emergenza morale’ nel Paese”. I sostenitori di Berlusconi temono un “calo del sostegno dei cattolici”. Anche il quotidiano dei vescovi ‘Avvenire’, evidenzia The Times, ha invitato Berlusconi “a rispondere con urgenza all’opinione pubblica”.
“Silvio Berlusconi: non ho mai pagato una donna per una prestazione sessuale”, titola anche The Guardian, ricordando che il premier italiano “è sulla difensiva da quando la moglie ha annunciato diverse settimane fa l’intenzione di divorziare”. “Nonostante scandali e critiche – conclude il quotidiano – la popolarità di Berlusconi rimane intatta, con il suo partito di centro-destra uscito vittorioso dalle elezioni europee dell’inizio del mese e dai recenti ballottaggi”.
In Spagna è un altro quotidiano progressista, vicinissimo a La Repubblica, come El Pais a inisistere sugli sviluppi della vicenda, riportando il nuovo filone di indagine emerso dalle intercettazioni eseguite dalla magistratura di Bari: “L’ombra della cocaina si addensa su Berlusconi”. L’editoriale titola:”Pendio politico”. “E’ poco probabile che Silvio Berlusconi possa prestare l’attenzione necessaria al suo ruolo di ospite del G-8, al via il prossimo mese, mentre continuano a emergere notizie sulla voragine della sua vita privata”, scrive il quotidiano. El Pais intervista anche l’attivista contro il razzismo ed ex modella Shukri Said, di origine somala: “In Italia ci sono più ‘uomini-velino’ che ‘donne-velina’”.
Anche oltreoceano, la vicenda D’Addario viene riportata oggi dal New York Times: “Berlusconi si difende di fronte al venire meno dell’indulgenza dell’Italia“. “A fronte della crescente ondata di critiche contro la sua vita personale, il premier Silvio Berlusconi si mette sulla difensiva, affermando di non ricordare alcun incontro con la donna che sostiene di essere stata pagata per la notte trascorsa nella sua residenza di Roma”, scrive il quotidiano. “L’immagine della residenza del premier come una sorta di ‘Playboy Mansion’ con falle nella sicurezza ha fatto mutare lo stato d’animo dell’opinione pubblica italiana – prosegue – sebbene Berlusconi governi virtualmente senza opposizione, a causa del crollo della sinistra del Paese e del suo sostegno popolare tra gli italiani, alcuni analisti ritengono che le domande sulla sua vita personale possano indebolire il suo capitale politico”.
La strategia dovrebbe essere ormai chiara ai più: qualsiasi accusa venga fatta a Silvio Berlusconi, dal caso Noemi al gravissimo caso Mills, dai voli di Stato alle sue ricostruzioni incongrue la replica del diretto interessato è sempre preceduta dal fuoco di sbarramento dei “berluscones” che criticano l’opposizione e cercano di confondere le acque. In seguito arriva la replica del Premier che invece di rispondere alle accuse in modo da dissipare ogni dubbio, attacca gli “accusatori”, in particolare i giornali e l’opposizione, continuando a non rispondere sul merito delle vicende.
Ecco il nuovo caso:
Il Corriere della sera intervista una ragazza, Patrizia D’Addario, che racconta (sostenendo di avere registrazioni che lo provano) di aver ottenuto denaro e una candidatura alle elezioni baresi dopo due feste a palazzo Grazioli. La D’Addario, candidato consigliere comunale per la lista “La Puglia prima di tutto”, che appoggia il candidato sindaco del Pdl Di Cagno Abbrescia, dice di poter provare la sua presenza a Palazzo Grazioli. Una delle due occasioni fu la sera dell’elezione di Barack Obama.
Dice di essere stata pagata per andare a Roma e di aver incontrato il premier insieme ad altre ragazze. “Un mio amico di Bari mi ha detto che voleva farmi parlare con una persona che conosceva, per partecipare ad una cena che si sarebbe svolta a Roma. Io gli ho spiegato che per muovermi avrebbero dovuto pagarmi e ci siamo accordati per 2.000 euro. Allora mi ha presentato un certo Giampaolo”, dice la D’Addario. Arrivata a Roma, sostiene di essere stata prelevata da un autista e portata da Giampaolo. “Con lui e altre due ragazze siamo entrati a Palazzo Grazioli in una macchina coi vetri oscurati. Mi avevano detto che il mio nome era Alessia”, racconta ancora al Corriere. Poi “siamo state portate in un grande salone e lì abbiamo trovato tante ragazze, saranno state una ventina. Come antipasto c’erano pezzi di pizza e champagne. Dopo poco è arrivato Silvio Berlusconi“. La D’Addario dice di aver ricevuto solo 1.000 euro dei 2.000 pattuiti “perché non ero rimasta”.
La seconda volta, invece, si è trattenuta. “E’ stato sempre Giampaolo a organizzare tutto… Con l’autista ci ha portato nella residenza del presidente, ma quella sera non c’erano altre ospiti. Abbiamo trovato un buffet di dolci e il solito pianista. Quando mi ha visto Berlusconi si è subito ricordato del progetto edilizio che volevo realizzare”, di cui avevano discusso la volta precedente, secondo quanto riferisce. “Poi mi ha chiesto di rimanere”, racconta. Per dimostrarlo assicura: “Ho le registrazioni dei due incontri”.
Indagini a Bari: “induzione alla prostituzione”. Intanto, fonti ufficiose della Procura di Bari confermano che è in corso un’indagine per induzione alla prostituzione in luoghi esclusivi di Roma e della Sardegna. L’inchiesta, che coinvolge i responsabili della Tecnohospital, Gianpaolo Tarantini ed il fratello Claudio, sarebbe scaturita da elementi acquisiti nell’ambito di accertamenti per presunti episodi di corruzione relativi a forniture di protesi.
Nell’inchiesta si ipotizza che l’imprenditore abbia contattato e inviato in residenze private alcune ragazze. Il titolare delle indagini è il pm Giuseppe Scelsi, che nell’inchiesta originaria ipotizza i reati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. Queste ipotesi criminose vengono contestate ai due imprenditori in concorso con Silvia Tatò, titolare di alcuni centri di riabilitazione, e a Vincenzo Patella, primario di ortopedia del Policlinico di Bari.
EVIDENTI INDIZI COLPEVOLEZZA – Il Pm potrà chiedere di intercettare solo se ci saranno evidenti indizi di colpevolezza e solo se saranno assolutamente indispensabili. Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno sufficienti indizi di reato. La richiesta dovrà essere autorizzata da un Gip collegiale (3 giudici che non ci saranno quasi mai) del capoluogo del distretto. Ma il giudice dovrà poi compiere una valutazione autonoma del caso.
OMESSO CONTROLLO – Il ddl prevede l’ammenda da 500 a 1.032 euro per pubblici ufficiali e magistrati che ometteranno di esercitare “il controllo necessario ad impedire la indebita cognizione o pubblicazione delle intercettazioni”.
DIVIETO PUBBLICAZIONE – Il testo cambia. Prima era vietato scrivere di tutto fino all’inizio del dibattimento. Ora sarà vietato pubblicare anche le intercettazioni non più coperte da segreto fino alla conclusione delle indagini preliminari. E sarà vietato pubblicare le richieste e le ordinanze emesse in materia di misure cautelari fino a quando l’indagato o il suo difensore non ne siano venuti a conoscenza. Fanno eccezione le intercettazioni riportate nelle ordinanze, che sarà vietato pubblicare.
RETTIFICHE SENZA COMMENTO – Cambia anche la norma sulle rettifiche perchè nel ddl si dice che dovranno essere pubblicate nella loro interezza, ma «senza commento». E si disciplinano anche quelle su internet.
NO A NOMI E IMMAGINI PM – Stop alla pubblicazione di nomi o immagini di magistrati “relativamente ai procedimenti penali a loro affidati“, salvo che l’immagine non sia indispensabile al diritto di cronaca.
CARCERE PER I GIORNALISTI – Torna il carcere per i cronisti, ma la pena diventa da 6 mesi a un anno (era da uno a 3 anni) quindi oblabile: cioè trasformabile in sanzione pecuniaria.
REATI INTERCETTABILI – Potranno essere intercettati tutti i reati con pene oltre i 5 anni, compresi quelli contro Pubblica Amministrazione; ingiuria; minaccia; usura; molestia; traffico-commercio di stupefacenti e armi; insider trading; aggiotaggio; contrabbando; diffusione materiale pornografico anche relativo a minori ma con LIMITI DI TEMPO. Non si potrà intercettare per più di 60 giorni: 30 più 15 più 15. Per reati di mafia, terrorismo o minaccia col mezzo del telefono si può arrivare a 40 giorni prorogabili di altri 20.
INTERCETTAZIONI AMBIENTALI – Si potranno usare le cimici solo per spiare luoghi nei quali si sa che si sta compiendo un’attività criminosa. Unica eccezione per i reati di mafia, terrorismo e per quelli più gravi.
RELAZIONE SU SPESE E TETTO – Ci sarà un tetto di spesa stabilito dal ministero della Giustizia, sentito il Csm. Entro il 31 marzo ogni procuratore trasmetterà a Via Arenula una relazione sulle spese per le intercettazioni dell’anno precedente.
PROCEDIMENTO CONTRO IGNOTI – Le intercettazioni potranno essere richieste solo dalla parte offesa e solo su sue utenze.
ARCHIVIO RISERVATO E DIVIETO DI ALLEGARE VERBALI A FASCICOLO Telefonate e verbali saranno custoditi in un archivio presso la Procura. E le registrazioni saranno fatte con impianti installati nei Centri di intercettazione istituiti presso ogni distretto di Corte d’Appello. I procuratori dovranno gestire e controllare questi Centri e avranno 5 giorni per depositare verbali e intercettazioni. Se dal loro deposito però ci sarà pregiudizio per le indagini, si potrà ritardare la consegna, ma non oltre la data dell’avviso della conclusione delle indagini preliminari. Vietato allegare le intercettazioni al fascicolo.
NO A UTILIZZO IN PROCEDIMENTI DIVERSI – Le intercettazioni non potranno essere usate in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte. Salvo i casi di mafia e terrorismo.(ANSA)
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L’attacco dell’Anm. La riforma delle intercettazioni segna nei fatti “la morte della giustizia penale in Italia”: questa la dura presa di posizione dell’associazione, contro norme che “rappresentano un oggettivo favore ai peggiori delinquenti”. E “impediranno alle forze di polizia e alla magistratura inquirente di individuare i responsabili di gravissimi reati”. In pratica, prosegue l’Anm, è come se governo e Parlamento chiedessero “alle forze dell’ordine e alla magistratura inquirente di tutelare la sicurezza dei cittadini uscendo per strada disarmati e con un braccio legato dietro la schiena”.
L’allarme sulla mafia. “Per la riconoscibilità dell’associazione mafiosa, le intercettazioni sono importanti. Bisogna stare attenti a dire ‘ma tanto per le indagini sulla mafia rimangono’, perché a volte si risale all’associazione mafiosa partendo da altri tipi di indagine, da reati minori”. Lo dice il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, nel corso della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i risultati dell’operazione sulle infiltrazioni camorristiche in Toscana, che ha portato a otto arresti, 18 denunce e sequestri di beni per 20 milioni di euro.
Le critiche di editori e giornalisti. ll ddl viola “il fondamentale diritto della libertà d’informazione, garantito dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”: è l’opinione della Federazione italiana editori giornali e della Federazione nazionale della stampa italiana, che rivolgono un appello congiunto al Parlamento e alle forze politiche affinchè vengano introdotte nel provvedimento “le correzioni necessarie”.