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Archivio per la categoria ‘Europa’

Alcuni eventi della settimana di riduzione dei rifiuti italiana

Dal 21 al 29 novembre si è svolta la prima settimana europea di riduzione dei rifiuti. L’Italia ha partecipato attivamente con centinaia di iniziative di sensibilizzazione, informazione ed educazione sparse su tutto il territorio.

L’edizione pilota del 2008 era stata la prova generale dell’ufficiale prima edizione della “Settimana europea della riduzione dei rifiuti”.

In concreto si tratta di una manifestazione che nasce con l’obiettivo di educare, sensibilizzare ed informare il più possibile, attraverso attività creative e didattiche, i cittadini europei alla riduzione della produzione di rifiuti, uno dei grandi problemi che affliggono e accomunano le società occidentali, e che si propone con modalità ancora più drammatiche negli impreparati paesi in via di sviluppo.

Il nostro Paese si è contraddistinto quest’anno per le l’elevato numero di iniziative locali, per questo abbiamo deciso di segnalare alcuni tra i progetti più interessanti.

La Campania, punto nevralgico del nostro Paese per l’altissima produzione di rifiuti, si è contraddistinta per l’altissimo tasso di adesioni (comprensibile visti i recenti trascorsi emergenziali) soprattutto da parte di istituti scolastici, all’attività “Io mi differenzio”: una sensibilizzazione effettuata attraverso esempi pratici di buone prassi per la riduzione dei rifiuti, comportamenti eco-sostenibili, esempi sul riutilizzo dei beni, distinzione tra riduzione e raccolta differenziata.

In Abruzzo invece, nonostante gli abitanti si trovino ancora nel pieno dell’emergenza causata dal terremoto dell’aprile scorso, sono stati lodevoli alcuni progetti portati avanti dalle Cooperative Paterno, Il Borgo, Capistrello e Tornione: qui si è deciso di puntare sulla promozione di acquisto di prodotti senza imballaggi secondari, sull’utilizzo di borse per la spesa riutilizzabili e sul prolungamento della vita di oggetti utilizzati attraverso il riciclo e il riuso.

Tra i progetti organizzati in giro per l’Italia un’iniziativa molto utile è stata “Ufficio ecologico”, nata da un’idea del Comune di Riccione: consisteva nella produzione e presentazione ai dipendenti comunali della guida all’ufficio ecologico, inerenti i comportamenti da tenersi nel luogo di lavoro per prevenire la produzione di rifiuti, dall’avvio di azioni di dematerializzazione delle procedure amministrative all’abolizione della stampa cartacea della busta paga dei dipendenti.

In Liguria invece, nel Parco Nazionale delle Cinque Terre, il Comune di Riomaggiore ha deciso di coniugare il Natale, periodo in cui si concentra un’altissima produzione di rifiuti per ovvi motivi consumistici, con il riciclo di questi ultimi. “Natale fatto a mano”, nome dell’iniziativa, ha difatti coinvolto i bambini delle scuole primarie nella creazione di addobbi natalizi attraverso materiale di uso e consumo comune generalmente destinato ai rifiuti (bottigliette di plastica, sacchetti di plastica, vecchi CD rom, tappi di plastica, cannucce, ecc.) con dimostrazioni pratiche di creazione di addobbi.

Queste sono solo alcune delle centinaia di progetti portati avanti durante la settimana europea della riduzione dei rifiuti la cui organizzazione in Italia è stata affidata ad un Comitato Nazionale formato da Federambiente, Commissione nazionale italiana Unesco, AICA (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale), Osservatorio Nazionale Rifiuti, Legambiente, Rifiuti 21 Network, Provincia di Torino ERICA Soc. Coop. (Educazione Ricerca Informazione Comunicazione Ambientale), Eco dalle Città. Il tutto supportato e coordinato a livello comunitario dal programma della Commissione Europea LIFE+.

Insomma se volessimo riassumere la settimana europea contro i rifiuti appena conclusasi in una sola parola quella è senza dubbio ridurre!

Alessandro Ingegno

da Yeslife.it


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Via libera alla Ru486

L’Agenzia italiana del farmaco ha dato il via libera alla pillola abortiva senza aspettare l’esito dell’indagine conoscitiva in corso al Senato. Oggi il Consiglio di amministrazione dell’Aifa ha dato mandato al direttore generale Guido Rasi per la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio del Farmaco Mifegyne (Mifeprostone), prodotto dalla ditta Exelgyne, la pillola abortiva Ru486, “dopo aver espletato gli adempimenti previsti”.

L’Aifa ha sottolineato che il percorso seguito “è stato assolutamente rispettoso dell’iter procedurale previsto dall’Emea (l’Ente regolatorio europeo) per il mutuo riconoscimento di un farmaco, verificandone efficacia, sicurezza e compatibilità con le leggi nazionali nel rispetto e a tutela della salute della donna“. Dopo uno scrupoloso iter di verifiche scientifiche, tecniche e legislative che, ha sottolineato l’agenzia, “ha richiesto molto tempo, sono state disposte restrizioni importanti all’utilizzo del farmaco, al solo fine della massima tutela della salute del cittadino, compito primario dell’Agenzia”.

La pillola abortiva, tra i paesi europei, è in commercio: in Francia (dal 1988), Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Lettonia, Norvegia, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria. E’ in via d’approvazione in Italia, Portogallo e Romania.

Si può essere favorevoli o contrari alla pratica dell’aborto ma, in virtù di una realtà che esiste da sempre, sta per concludersi una vera e propria battaglia civile per il riconoscimento di un diritto per le donne.

Purtroppo già immaginiamo le delicate e rispettose dichiarazioni di guerra dei paladini delle libertà (proprie).

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La Camera omofobica

15 Ottobre 2009 Alessandro I. 3 commenti

Non sono bastati i 50.000 in piazza a Roma lo scorso sabato. Non sono bastati i continui episodi di violenza omofoba. Non è bastata nemmeno l’apertura di uno come Gianni Alemanno. La Camera è riuscita a spazzar via mesi di mobilitazione, rigettando il disegno di legge sull’omofobia elaborato dalla deputata Pd Anna Paola Concia e controfirmato dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro.

Nonostante il testo fosse già passato in Commissione Giustizia lo scorso 2 ottobre, l’assemblea di Montecitorio ha votato l’incostituzionalità del provvedimento, approvando la mozione pregiudiziale dell’Udc secondo cui il provvedimento andrebbe a violare l’articolo 3 della Costituzione, quello che per intenderci rende tutti gli italiani uguali di fronte alla legge.

Con 285 voti a favore, 222 contrari e 13 astenuti, il testo che andava a modificare l’articolo 61 del codice penale, inserendo tra le aggravanti dei reati i fatti commessi “per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”, è stato definitivamente cancellato. Se quindi un nuovo provvedimento contro l’omofobia sarà mai riscritto, dovrà essere un disegno di legge nuovo di zecca e dovrà ricominciare da zero il suo lento e faticoso iter parlamentare.

La querelle sulla proposta era cominciata tempo addietro, con le solite prese di posizione teodem che volevano fuori dalla rosa dei beneficiari di questa legge i transessuali e i transgender ma, nonostante le limature che la firmataria era stata costretta a compiere per il quieto vivere istituzionale, un gruppo di otto parlamentari del Pdl (Alfredo Mantovano, Maurizio Lupi, Isabella Bertolini, Maurizio Bianconi, Barbara Saltamartini, Alessandro Pagano, Raffaello Vignali e l’agente betulla Renato Farina*) consegnava alla stampa un documento in cui spiegava le ragioni del “no” sulla base del principio di uguaglianza.

Secondo costoro, infatti, “attribuire una specifica e più energica tutela penale all’orientamento sessuale della persona offesa dal reato significa attribuire all’orientamento omosessuale (l’unico orientamento sessuale che lamenta discriminazioni) non un valore in sé positivo, ma un valore maggiormente positivo rispetto ad altri motivi discriminatori, non previsti dall’ordinamento”. Da queste mosse lo spunto dell’Udc, appoggiato da Lega e Pdl, per chiedere il rinvio del testo – con conseguente ritocco – in Commissione Giustizia e, una volta bocciata la mozione (con Pd e Idv che votano affinché la legge rimanga alla Camera), per intentare la pregiudiziale d’incostituzionalità al testo.

La votazione che ne è conseguita ha spaccato in due sia maggioranza che opposizione. Se nel Pd ci mette lo zampino la solita Paola Binetti, per il Pdl le defezioni sono illustri e riguardano quell’ala di influenza finiana – vedi Bocchino, la Moroni e Urso – che ancora prova a dialogare con l’opposizione. Secondo “Farefuturo”, l’associazione presieduta dal presidente della Camera, la legge sull’omofobia si sarebbe dovuta infatti approvare all’unanimità in quanto “poteva essere una bella occasione per una legge condivisa e necessaria”.

Ma questa legge, più che una splendida occasione di conciliazione politica, doveva rappresentare un salto di qualità giuridica rispetto alle convinzioni ataviche e pregiudizievoli che ancora oggi attanagliano la legislazione italiana. In più di una circostanza l’Unione Europea ha ammonito l’Italia sul fatto che non esistessero tutele legali consone alla condizione di emarginazione e intolleranza cui sono quotidianamente sottoposti gli appartenenti al mondo lgbt (lesbo-gay-bi-trans), invitando così le Camere a sopperire al vuoto legislativo e ad allinearsi con tutti gli altri Paesi aderenti all’unione.

Gli episodi di violenza intimidatoria che nei giorni scorsi si sono susseguiti all’interno della capitale, come l’attentato incendiario alla discoteca queer “Qube” o i continui pestaggi perpetrati ai frequentatori di quella che viene impropriamente chiamata Gay street, avevano poi contribuito in modo positivo al dibattito sulle ragioni della deputata Concia e dell’universo che lei, in quanto lesbica dichiarata, rappresenta al meglio.

L’annientamento del disegno di legge mono-comma, oltre a buttare a mare 13 mesi di discussioni parlamentari e 21 riunioni tra Commissione Giustizia e Affari Costituzionali, esautora quindi ufficialmente dalla responsabilità sociale per quella che a tutti gli effetti è una minoranza a rischio. Gli omologhi di Svastichella sentitamente ringraziano.

da Altrenotizie.org

L’Onu critica l’Italia per l’affossamento della legge anti-omofobia – da Asca

Cosa prevede il Parlamento Europeo in materia? - da Arcigay

*autore di questa dichiarazione: “Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere gradazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?” da Il fatto quotidiano

La sinistra europea riparte da Atene

Dopo sei anni di governo di centrodestra, gli elettori hanno dato la maggioranza assoluta al leader socialista Giorgio Papandreou in cambio della promessa di far uscire il paese dalla crisi senza nuovi sacrifici. E con la sua vittoria il Pasok lancia anche un messaggio di speranza al centrosinistra europeo in crisi. Lo scarto tra i due principali partiti è di quasi l’8%.  Sconfitto il premier uscente Karamanlis, su di lui pesano le accuse di cattiva gestione della crisi economica, di essere il colpevole del disastro incendi di fine agosto alle porte di Atene(la zona di verde andata bruciata era destinata a diventare una discarica) e di corruzione a favore della lobby dei costruttori. All’ex presidente di destra Karamanlis va riconosciuto il merito e di aver saputo lasciare la poltrona, annunciando elezioni anticipate a soli 2 anni dalle votazioni, in seguito a queste critiche pesantissime che giungevano dall’opinione pubblica. Un gesto sconosciuto ai politici nostrani incollati alla poltrona e al giro d’affari che ruota attorno alla politica italiana.

Tornando alla Grecia il neo premier greco Papandreou ha promesso ai greci un piano da tre miliardi di dollari per risanare l’economia senza nuove tasse per i lavoratori e la classe media, garantendo al tempo stesso salari e pensioni. Il leader socialista assicura di poter rilanciare i consumi e l’economia attraverso uno ’sviluppo verde’ finanziato con la lotta all’evasione fiscale, una redistribuzione delle imposte volta a colpire i grandi proprietari, Chiesa inclusa, e con una riduzione delle spese statali.

Papandreou in campagna elettorale ha parafrasato Barack Obama, dicendo “insieme ce la faremo: lo vogliamo, lo possiamo, ci riusciremo”. Ed ha annunciato un governo “basato sui principi e sui valori” e la formazione di quattro nuovi ministeri, fra uno dell’Ambiente e dell’energia. E soprattutto ha detto di voler affrontare la “questione morale”, senza la quale qualsiasi riforma economica o sociale sarebbe inadeguata ai bisogni del Paese. Un messaggio che dovrebbe ridare speranza non solo ai greci, ma anche alle forze europee di centrosinistra uscite ulteriormente ridimensionate dalla disfatta dei socialdemocratici in Germania.

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L’Irlanda approva il Trattato di Lisbona

Ultima tappa (se Polonia e Repubblica Ceca non si metteranno di mezzo) di un tortuoso e tormentato processo di ratifica, il voto irlandese è una vittoria per i burocrati dell’Unione. Il ‘no’ irlandese del giugno scorso, quando una analogo referendum bocciò il Trattato, è stato spazzato via anche da alcune garanzie promesse all’Irlanda dagli euro-burocrati: non verrà obbligata a legalizzare l’aborto, non perderà controllo sulla fiscalità, non vedrà minacciata la propria neutralità. Oggi sembra che l’integrazione europea, che avrà nel Trattato il suo pilastro, rappresenti la garanzia più sicura contro l’isolamento. E in un mercato economico-finanziario fortemente globalizzato, dove le crisi, sempre più frequenti, provocano incontrollati e devastanti effetti-domino, isolarsi significa morire.

Il trattato non è che la riproposizione di una ‘Costituzione europea’ che, al momento della sua elaborazione, rivelò l’impossibilità di conciliare le esigenze di tutti i Paesi che avrebbero in futuro dovuto ratificarla. Così, nel 2007, una gruppo di lavoro capeggiato da Giuliano Amato, si mise al lavoro per proporre una versione ‘emendata’ della Costituzione in perfetto stile gattopardesco.

Il Trattato è oggi l’integrazione di altri trattati dell’Unione, un monstrum di regole e leggi lungo 2.800 pagine. Incomprensibile ai cittadini europei, se non ai suoi stessi estensori, il Trattato ha la finalità di assicurare, su questioni chiave, maggiore controllo agli organi dell’Unione Europea a scapito di quelli degli Stati nazionali. Garantirà enormi poteri a istituzioni che nessun cittadino elegge direttamente (il Consiglio Europeo, che assumerà il ruolo di presidenza, la Commissione Europea e il Consiglio dei ministri, che sarà l’esecutivo, la Corte europea di giustizia, che sarà il sistema giudiziario). Sancirà con forza i principi del libero mercato e la necessità di una difesa comune europea, con la conseguente erosione dei diritti dei lavoratori e del social welfare e la progressiva militarizzazione del continente.

Spesso i poteri del super-Stato europeo, estesi a 68 nuovi settori dove la possibilità di veto di singoli Stati verrà perduta, saranno superiori a quelli dei Paesi membri. I parlamenti nazionali saranno spesso subordinati, dovendo ‘obbedire,’ anche se in linea di principio, a prescrizioni come quella contenuta, ad esempio, nell’articolo 8c: “I Parlamenti nazionali dovranno contribuire attivamente al buon funzionamento dell’Unione”. Implicitamente, ciò significa privilegiare gli interessi della nuova Unione rispetto a quelli dei singoli Stati.

I detrattori del Trattato sostengono, forse non a torto, che l’Unione Europea diventerà uno Stato. Ciò che non è oggi. La Ue non ha personalità giuridica, essendo il termine ‘Unione’ solo un concetto, che abbraccia le relazioni tra i 27 Stati membri. Relazioni, che, secondo quanto riporta uno dei maggiori esperti (e oppositori) al Trattato, l’irlandese Anthony Coughlan (docente di politiche sociali al Trinity College di Dublino), coprono la Comunità europea, area dove sono attive leggi sovranazionali, e le aree ‘intergovernative’ di giustizia, politica estera, interni, dove le leggi europee non hanno potere. Il Trattato cercherà di fondere le due aree, assorbendo sempre di più le competenze nazionali, come stanno dimostrando le sempre più manifeste tensioni verso una politica estera e di sicurezza comune e una difesa militare comune.

“Se ci deve essere una federazione europea democratica e accettabile – argomenta Coughlan – il requisito costituzionale minimo dovrebbe prescrivere che le leggi siano proposte e approvate dai rappresentanti direttamente eletti, o nei parlamenti nazionali, o in quello europeo. Sfortunatamente, non è così”. Molti lamentano soprattutto l’incomprensibilità e la lunghezza del Trattato. Come un blogger del sito ‘OpenEurope’, che ben sintetizza l’insofferenza di molti cittadini europei: “Volete fare come gli Stati Uniti d’America? La loro Costituzione era comprensibile a tutti. Fate allora di dieci pagine massimo, questo trattato. Poi fatelo votare agli elettori nazionali. Solo così, con una Costituzione che contenga le disposizioni essenziali si potrà creare un’entità capace di sopravvivere alla prossima crisi, e soprattutto otterrà il benestare dei cittadini. Tutti i governi si reggono sul consenso, tacito o esplicito, dei governati. E rinunciare a tale consenso nella creazione dell’Unione Europea vuol dire andare in cerca di grane”. Come dargli torto?

da Peacereporter

La ratifica del Parlamento italiano del Trattato di Lisbona

Il testo del Trattato di Lisbona

Un “mare” d’affari: la privatizzazione dell’acqua in Italia

A cinque giorni fa risale l’entrata in vigore dell’ultimo provvedimento governativo in tema di privatizzazione dei servizi pubblici locali. Nella mattinata del 18 settembre scorso, il Consiglio dei Ministri approvava in via definitiva il decreto legge di applicazione degli obblighi comunitari europei. Tra le norme contenute nel decreto, l’obbligo di apertura al mercato privato per la fornitura dei servizi pubblici locali. Di tutti i servizi di pubblico interesse. Servizio idrico compreso.

La strada è ormai segnata per i sostenitori del criterio “acqua bene pubblico”: il mantenimento pubblico dei servizi idrici locali sta giungendo alla sua fine. A breve tutti gli enti comunali e regionali dovranno predisporre tutte le misure necessarie per garantire ai privati la fornitura del servizio dell’acqua corrente.

I tanti detrattori della logica liberista applicata alle risorse naturali sperano in una possibile, miracolosa, sostanziale modifica in questi giorni durante la discussione parlamentare del provvedimento (che in quanto decreto legge richiede l’approvazione entro 60 giorni dalle due camere).

Sperano in un possibile successo di qualche emendamento “pubblicizzatore” da parte delle opposizioni. Una speranza del tutto infondata, dal momento che in Parlamento in passato, in un passato molto recente, si è raggiunta una formidabile unanimità proprio sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, a dispetto dei proclami di piazza fatti da Italia dei Valori e Lega Nord.

L’intero Parlamento è, nei fatti, favorevole all’apertura del servizio idrico al mercato. Lo ha stabilito con chiarezza poco più di un anno fa, nel luglio 2008. Alle camere era in discussione il decreto-legge 112, il collegato alla Finanziaria famoso per i numerosi tagli operati a danno di tribunali, forze dell’ordine, scuole, ospedali e università. Al suo interno spiccava l’articolo 23-bis, l’articolo che imponeva, per la prima volta in Italia, l’apertura ai mercati e alle gare d’appalto per privati per la fornitura dei servizi locali di pubblico interesse (trasporti, acqua, rifiuti ed altri ancora).

La formulazione originaria dell’articolo imponeva, senza alternative, l’apertura di gare d’appalto per le aziende private. Fu solo grazie al provvidenziale emendamento del leghista Fugatti se fu concessa, ma solo in condizioni eccezionali e previa motivazione che ne dimostrasse l’impossibilità di affidare il servizio ai privati, la gestione di tali servizi pubblici locali in house, ovvero alle ditte pubbliche municipalizzate o a ditte con capitale misto pubblico-privato.

Le opposizioni formularono un solo emendamento di contrasto durante la discussione in Commissione Bilancio: una proposta a firma dell’onorevole Linda Lanzillotta (Partito Democratico) che ricalcava nella sostanza l’articolo proposto del governo, ma che escludeva dalle assegnazioni senza gara d’appalto le ditte a capitale misto. Nessun emendamento per escludere il servizio idrico dalla privatizzazione, nessun emendamento che garantisse la gestione pubblica dell’acqua. Ma solo un emendamento tecnico e che ricalcava, interamente, la logica privatizzatrice del governo.

L’emendamento Lanzillotta fu bocciato dalla maggioranza di governo. Ma fu approvato da PD, UDC e, sorprendentemente, dall’Italia dei Valori. Era il 13 luglio 2008.

da Alessandro Tauro blog

Acqua privatizzata, affari d’oro: 5,8 miliardi nelle tasche di chi? – da Arcoiris.tv

Grecia: elezioni anticipate

Elezioni anticipate per la Grecia. I cittadini sono chiamati a votare il prossimo 16 settembre, sei mesi prima della naturale scadenza dell’attuale legislatura. L’annuncio ufficiale è arrivato dal primo ministro conservatore Costas Karamanlis, alla ricerca del consenso degli elettori, proprio quando i sondaggi rivelano una costante perdita di popolarità del suo esecutivo. Pesante l’affondo di Giorgio Papandreau, leader del principale partito di opposizione, che ha criticato la scelta del premier.

Le elezioni serviranno per rinnovare i 300 deputati del Parlamento greco. Il partito di Karamanlis è salito al potere nel 2004, dopo 11 anni di ininterrotto governo socialista. Le prime avvisaglie di difficoltà a fine gennaio, nell’ambito di una discussione sulla riforma costituzionale. Ad aggravare la situazione, misure economiche impopolari e una serie di gravi scandali politici e finanziari.

da Euronews

Da tempo questa soluzione è paventata dalla stampa greca che continua ad insistere sulla inevitabilità di elezioni anticipate o almeno di un rimpasto. Il premier di centrodestra Karamanlis ha finora negato ogni intenzione di andare ad elezioni anticipate, malgrado il governo abbia subito l’impatto della crisi economica, delle rivolte di piazza e dell’ondata migratoria e sia stato travolto da una serie di scandali. Probabilmente anche la decisione di obbligare la popolazione ad effettuare il vaccino per l’influenza A ha contribuito ad acuire la crisi di governo e il malcontento dei greci. Come se non bastasse, per ultimo sono giunti i grandi incendi che hanno devastato, nelle scorse settimane, la regione dell’Attica, e dopo i quali tutti i sondaggi hanno allargato ad oltre il 6 percento il vantaggio del Pasok su Nuova Democrazia.

Super oil Italia

Quando si viaggia all’estero si mette spesso in moto inconsciamente il confronto con il proprio paese: si paragonano le usanze, le bellezze, la storia, i costi. Dopo essere stato in Grecia e averla girata per ben 2500 km in automobile una delle prime cose che mi sono saltate all’occhio, e al portafogli, è stato il prezzo della benzina: una differenza abissale con i costi della benzina italiani. In Grecia sia le multinazionali del petrolio (Shell, Bp), sia le compagnie nazionali greche (Avin, Aegean) mantengono il prezzo in una forbice che va dall’1,03 a 1,15 euro. Molto distante dai picchi raggiunti durante il mese d’agosto nel belpaese: 1,40 euro al litro! E perchè dobbiamo pagare così tanto la benzina? Chi ci guadagna su questo sovrapprezzo? La risposta non è difficile. E il governo non fa nulla per impedirlo. Sarà per l’accisa? L’Italia compra la benzina allo stesso prezzo della Grecia sui mercati internazionali non essendone nè l’una nè l’altra produttrici. Va ricordato che una parte del risparmio che i greci hanno sul costo della benzina rispetto a noi è dovuto anche alle recenti proteste dei tassisti i quali, nel mese di maggio, hanno scioperato in massa bloccando l’intero paese. Ma anche qualora il loro sciopero non fosse andato a buon fine il prezzo medio sarebbe rimasto comunque infinitamente inferiore al nostro.

E intanto qui tutti continuano a fare la fila, in silenzio, alle pompe di benzina.

benzina avin grecia 14 agosto 09

benzina shell grecia 18 agosto 09

benzina italia 19 agosto '09

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La truffa della banca greca

Turista napoletano de­rubato in Grecia: da una banca! Non si tratta della solita notizia ferragosta­na da spiaggia, bensì di una disav­ventura capitata al sottoscritto du­rante le vacanze in Grecia. Giunto spensierato in terra greca, il 6 agosto il viaggio prevedeva una breve tappa alle Meteore, le famose rocce che si innalzano verso il cielo e che ospitano gli eremiti in cerca di solitudine spirituale presso i mona­­steri, per poi partire alla volta della penisola del Pilio, un vero eden anco­ra inesplorato dal turismo di massa. Ma proprio quello che doveva essere un paradiso è diventata una via cru­cis che rischia di compromettere la permanenza in Grecia. Nella giorna­ta dell’8 agosto, ad Argalasti, una pic­cola cittadina in provincia di Volos, mi recavo presso uno sportello ban­comat della greca ProBank per ritira­re contanti dalla carta prepagata. Dopo la richiesta il bancomat restitui­va la carta senza erogare nulla. Ripe­tevo la stessa operazione con lo stes­so esito, negativo. A quel punto l’uni­ca opzione era cambiare banca, in cerca di migliore fortuna e così fu: ad un altro sportello automatico l’opera­zione, per fortuna, andava a buon fi­ne. Passati quattro giorni e macinati al­tri 300 chilometri in automobile, giunto ad Atene ecco la cattiva sor­presa: convinto di avere liquidità sul conto personale, andavo presso una banca ateniese, scoprendo a malin­cuore che il saldo era terminato. A quel punto, dopo svariate telefonate alla filiale del Banco di Napoli in Ita­lia e all’ufficio blocco carte di Milano per cercare di comprendere le moti­vazioni, scoprivo che la banca greca aveva addebitato le due richieste da me effettuate senza che io ricevessi l’importo richiesto, comprensive di commissioni, e di conseguenza azze­rando completamente la mia disponi­bilità. In cerca di spiegazioni ho inva­no chiesto nuovamente assistenza in Italia, alla filiale di Napoli e all’assi­stenza clienti, ma l’unico consiglio che mi hanno saputo dare è stato di chiedere spiegazioni alla banca greca oppure attendere 20 giorni, a partire dal giorno della transazione fanta­sma, per sapere se mi verrà restituito il denaro. Giunto alla filiale di Atene della Probank il vicedirettore, facen­do spallucce, esigeva, per la risoluzio­ne del problema, una richiesta uffi­ciale da parte della mia banca, con­cludendo con un laconico «spiacente per l’inconveniente ma dovrà atten­dere comunque 20 giorni per riavere il suo denaro, may be, forse».

Il dubbio a questo punto è lecito: trucchetto di contabilità o semplice errore? Dal Banco di Napoli fanno sapere che la Probank non è nuova a questo tipo di errore, che se effettuato ai danni di un conto corrente può anche pas­sare inosservato, mentre su una car­ta prepagata con disponibilità defini­ta è facilmente riscontrabile dal clien­te. Quel che resta di questa storia è una banca greca con una maggiore li­quidità nelle proprie casse per 20 giorni, che se proviamo a moltiplica­re per un altra decina di ipotetici casi isolati fanno una bel surplus di bilan­cio, si spera temporaneo; l’inutilità dell’assistenza dall’Italia ai propri clienti all’estero in difficoltà; e un tu­rista italiano in Grecia che ha subito un danno e non ha neanche la certez­za di recuperare i propri soldi. Oltre­tutto in netto ritardo rispetto alle ne­cessità. Chiusi la parentesi ateniese e il viaggio nel limbo degli istituti del (lo­ro) credito, riprenderò il cammino al­la volta del Peloponneso in cerca di nuovi paradisi inesplorati, lontano dagli inferi del sistema bancario in­ternazionale, il tutto grazie all’aiuto della mia fidanzata, che per il mo­mento mi sovvenziona.

Alessandro Ingegno

da Corriere del Mezzogiorno

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Spicycles e SmartBiking: l’Europa si muove in bicicletta

Immaginatevi un’Europa che utilizzi come principale mezzo di trasporto la bicicletta e immaginatevi che le principali città europee cooperino per raggiungere un elevato livello di mobilità sostenibile coordinando le proprie politiche. Questo è il progetto Spycicles, un progetto europeo rivolto alla promozione della mobilità ciclabile al quale, ad oggi, hanno aderito solo alcune tra le principali città del continente – Barcellona, Berlino, Bucarest, Ploiesti, Goteborg e Roma – ma che ben presto vedrà incrementare le adesioni. Sul sito web dell’iniziativa è possibile visualizzare i progetti di bike sharing realizzati nelle singole città che, ovviamente, si differenziano in base alle diverse caratteristiche urbane e ai singoli problemi relativi alla mobilità, ma è anche possibile tracciare un quadro delle principali linee guida seguite per tutte le città: sistema automatico di affitto e restituzione delle biciclette grazie a tecnologie che permettono sistemi veloci e sicuri; registrazione facile e veloce; presenza di stazioni fisse; rilascio di una card che sarà possibile utilizzare anche sui tradizionali sistemi di trasporto pubblico; distanza massima tra una stazione e l’altra di 400 metri (secondo alcuni studi le persone preferiscono non camminare più di 400 metri per accedere ai trasporti pubblici); primi 30 minuti di bicicletta gratuiti. Ogni città ha poi scelto un proprio metodo personalizzato per incentivare l’uso della bicicletta mettendo in atto iniziative di sensibilizzazione e comunicazione: diffusione di mappe, opuscoli e brochure; organizzazione di incontri informativi soprattutto nelle scuole; campagne pubblicitarie; incontri e dibattiti con gruppi di esperti nel settore. Il piano Spycicles sta cominciando ad ottenere buoni risultati, e il prossimo step del progetto consisterà nell’incrementare l’informazione mirata al disincentivo dell’utilizzo dell’automobile in favore della bicicletta. Per esempio cominciando ad informare i cittadini che l’utilizzo della bici in sostituzione dell’auto può limitare la possibilità di incidenti d’auto, contribuire al miglioramento del proprio stato di salute e aiutare l’ambiente dimezzando il livello d’inquinamento.

Un altro progetto molto interessante che sarà testato a partire da novembre 2009 nella splendida Copenaghen è il MIT SmartBiking project il cui obiettivo sarà ridurre le emissioni di Co2 – in linea con gli obiettivi della Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite – e incrementare il fitness dei cittadini! Il progetto prevede un più agevole accesso alle postazioni di bike-sharing, accumulo di energia elettrica grazie ad una batteria al litio situata sulla ruota posteriore simile a quello utilizzato per le auto ibride, e la possibilità di tracciare il percorso e i Km effettuati su tutta la città grazie all’innovativa smart tag. Attraverso questo chip elettronico il MIT Sensibile city lab riuscirà a determinare con precisione il chilometraggio totale effettuato dalle proprie biciclette, calcolando di conseguenza a quanto ammonta il risparmio in termini di inquinamento grazie all’utilizzo del bike-sharing. E sempre attraverso lo smart tag si riuscirà a prevenire i furti delle biciclette collettive (aspetto del tutto secondario). Se il progetto dovesse riscuotere successo nella capitale danese (c’è da scommetterci dato il feeling dei danesi con le biciclette) è molto probabile che il sistema di SmartBiking sarà esportato anche in altre città del continente europeo.

Alessandro Ingegno

da Yeslife.it

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