Archivio

Archivio per la categoria ‘Esteri’

Assemblea Generale dell’Onu: Obama e Berlusconi a confronto

25 Settembre 2009 Alessandro I. Lascia un commento

obama

Quella che vedete sopra è la “nuvola” delle 150 parole più utilizzate da Barack Obama nel suo intervento all’Assemblea Generale dell’ONU (testo discorso integrale): come potete riscontrare (se volete, ingrandite l’immagine cliccandoci sopra) le parole pronunciate più spesso dal presidente degli Stati Uniti durante il suo intervento sono state “nazioni”, “gente”, “mondo”, “pace”, “lavoro”.

berlusca

Questa, invece, è la stessa nuvola, stavolta elaborata analizzando il discorso di Silvio Berlusconi.

Ebbene, anche in questo caso il termine pronunciato con maggiore frequenza è “paesi” (cioè, grosso modo, il “nations” di Obama), il che lascerebbe intravedere un vago quanto insperato barlume di analogia tra i due interventi; la parola che si piazza al secondo posto, tuttavia, provvede immediatamente a dissipare qualsiasi illusione.

Pace? Gente? Mondo? Lavoro? Macché: la parola più utilizzata dopo “paesi” è “L’Aquila”.

Si vede che il nostro Presidente del Consiglio continua a trovarsi più a suo agio con gli spot che con la politica.

Anche alle Nazioni Unite.

da Metiparalben

La truffa della banca greca

Turista napoletano de­rubato in Grecia: da una banca! Non si tratta della solita notizia ferragosta­na da spiaggia, bensì di una disav­ventura capitata al sottoscritto du­rante le vacanze in Grecia. Giunto spensierato in terra greca, il 6 agosto il viaggio prevedeva una breve tappa alle Meteore, le famose rocce che si innalzano verso il cielo e che ospitano gli eremiti in cerca di solitudine spirituale presso i mona­­steri, per poi partire alla volta della penisola del Pilio, un vero eden anco­ra inesplorato dal turismo di massa. Ma proprio quello che doveva essere un paradiso è diventata una via cru­cis che rischia di compromettere la permanenza in Grecia. Nella giorna­ta dell’8 agosto, ad Argalasti, una pic­cola cittadina in provincia di Volos, mi recavo presso uno sportello ban­comat della greca ProBank per ritira­re contanti dalla carta prepagata. Dopo la richiesta il bancomat restitui­va la carta senza erogare nulla. Ripe­tevo la stessa operazione con lo stes­so esito, negativo. A quel punto l’uni­ca opzione era cambiare banca, in cerca di migliore fortuna e così fu: ad un altro sportello automatico l’opera­zione, per fortuna, andava a buon fi­ne. Passati quattro giorni e macinati al­tri 300 chilometri in automobile, giunto ad Atene ecco la cattiva sor­presa: convinto di avere liquidità sul conto personale, andavo presso una banca ateniese, scoprendo a malin­cuore che il saldo era terminato. A quel punto, dopo svariate telefonate alla filiale del Banco di Napoli in Ita­lia e all’ufficio blocco carte di Milano per cercare di comprendere le moti­vazioni, scoprivo che la banca greca aveva addebitato le due richieste da me effettuate senza che io ricevessi l’importo richiesto, comprensive di commissioni, e di conseguenza azze­rando completamente la mia disponi­bilità. In cerca di spiegazioni ho inva­no chiesto nuovamente assistenza in Italia, alla filiale di Napoli e all’assi­stenza clienti, ma l’unico consiglio che mi hanno saputo dare è stato di chiedere spiegazioni alla banca greca oppure attendere 20 giorni, a partire dal giorno della transazione fanta­sma, per sapere se mi verrà restituito il denaro. Giunto alla filiale di Atene della Probank il vicedirettore, facen­do spallucce, esigeva, per la risoluzio­ne del problema, una richiesta uffi­ciale da parte della mia banca, con­cludendo con un laconico «spiacente per l’inconveniente ma dovrà atten­dere comunque 20 giorni per riavere il suo denaro, may be, forse».

Il dubbio a questo punto è lecito: trucchetto di contabilità o semplice errore? Dal Banco di Napoli fanno sapere che la Probank non è nuova a questo tipo di errore, che se effettuato ai danni di un conto corrente può anche pas­sare inosservato, mentre su una car­ta prepagata con disponibilità defini­ta è facilmente riscontrabile dal clien­te. Quel che resta di questa storia è una banca greca con una maggiore li­quidità nelle proprie casse per 20 giorni, che se proviamo a moltiplica­re per un altra decina di ipotetici casi isolati fanno una bel surplus di bilan­cio, si spera temporaneo; l’inutilità dell’assistenza dall’Italia ai propri clienti all’estero in difficoltà; e un tu­rista italiano in Grecia che ha subito un danno e non ha neanche la certez­za di recuperare i propri soldi. Oltre­tutto in netto ritardo rispetto alle ne­cessità. Chiusi la parentesi ateniese e il viaggio nel limbo degli istituti del (lo­ro) credito, riprenderò il cammino al­la volta del Peloponneso in cerca di nuovi paradisi inesplorati, lontano dagli inferi del sistema bancario in­ternazionale, il tutto grazie all’aiuto della mia fidanzata, che per il mo­mento mi sovvenziona.

Alessandro Ingegno

da Corriere del Mezzogiorno

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to FurlAdd to Newsvine

Riflessioni post G8 aquilano

Alcune considerazioni post-G8: vorrei in primis ricordare quali erano le richieste sbandierate dai manifestanti definiti No Global (un’etichetta evidentemente limitante e ghettizzante) durante le passate edizioni del G8 (Genova 2001, Gleaneagles 2005, Helingendam 2007 per citarne alcuni…): economia verde, allarme ambientale, lotta allo strapotere della finanza (people first), la crescente distanza fra Paesi ricchi e poveri, la sbagliata guerra in Iraq e la follia della dipendenza del petrolio.

A ben guardare i risvolti degli ultimi tempi, dalla guerra in Iraq che ha consegnato l’America nelle mani di Barack Obama alla crisi del folle capitalismo senza regole, dal global warming che fa paura all’economia verde come ultima possibilità di salvare il sistema capitalistico e l’ambiente sembra proprio che i manifestanti avevano ragione. Per questo con incredibile faccia tosta i “grandi” della Terra nell’agenda dell’appena concluso Summit de l’Aquila hanno inserito queste nuove tematiche, per le quali i giovani e vecchi manifestanti negli anni scorsi ricevevano manganellate o finivano in carcere, chiudendo di fatto la fase politica decisa da Bush (con Berlusconi al seguito) dell’unilateralismo, delle armi e dell’inquinamento senza regole. Questo non significa che le problematiche affrontate siano state risolte dai G8, ma averle imposte all’attenzione pubblica e discusse durante gli incontri bi-multilaterali è allo stesso tempo un passo avanti, un’ammissione di colpevolezza e un cambiamento di rotta.

G8 all’Aquila: una vergogna tutta italiana – di Daniele Martinelli

g8-barack-obama-non-stringe-la-mano-a-silvio-berlusconi-300x179

gallery-g8daytwo2

Bob Geldof mette ko Berlusconi, mister 3%

Silvio Berlusconi e Bob Geldof si sono incontrati ieri nel cortile di Palazzo Chigi. E il dibattito è stato vero, con il cantante nelle vesti del giornalista come non se ne vedono più da queste parti.

Ecco alcuni estratti dell’incontro:

Geldof: «Signor presidente, vado subito alla sostanza. Lei è lo statista di più lungo corso del G8. Nel 2001, a Genova, avete creato il Fondo Globale per l’Hiv/Aids, rendendo disponibile una terapia salva vita gratuita per 3 milioni di persone in Africa. Quindi ha partecipato al vertice di Gleneagles, dove vi eravate impegnati ad investire in aiuti lo 0,51% del Prodotto Interno Lordo entro il 2010, e lo 0,7% entro il 2015: l’Italia, al momento, ha mantenuto solo il 3% di questa promessa. Dalle speranze di Genova siamo passati alla delusione di Gleneagles: non sente il peso di questa responsabilità?»

Berlusconi comincia a leggere da un appunto: «Lei ha ragione, c’è un ritardo nei pagamenti. Noi, però, siamo stati via dal governo per due anni e mezzo. Quando siamo tornati, abbiamo trovato un debito del 110% rispetto al Pil. Ora, a causa della crisi economica, questo debito è salito al 120% e l’Unione Europea non ci permette di restare a questi livelli. Nel fare la legge finanziaria, il Parlamento ha deciso di limitare le spese. Ci è dispiaciuto ridurre anche gli aiuti all’Africa, e su questo abbiamo aperto un dibattito. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è impegnato a tornare in linea con i nostri impegni entro tre anni». Geldof si innervosisce: «Il G8 è in programma fra tre giorni, non tre anni: come presidente di questo vertice, cosa si impegna a fare?». Geldof lo interrompe: «Mi scusi, sono consapevole di questo. Grazie per la spiegazione». E si rivolge al presidente del Consiglio: «Non ci credo. Per riuscire a realizzare questo piano dovreste fare un lavoro incredibile. E poi non abbiamo più bisogno di piani: ora servono azioni. Sono stufo dei piani, bisogna agire. Dobbiamo avere più aiuti pubblici allo sviluppo. Quando tagliate gli aiuti, levate il cibo dalla bocca dei bambini affamati; togliete letteralmente gli aghi dalle vene dei malati. Perché dobbiamo comportarci così? L’Africa è il secondo mercato emergente del mondo, dopo la Cina. Ha più paesi democratici e meno guerre dell’Asia. Qui stiamo parlando di pochi spiccioli: perché è così difficile reperire i fondi per aiutarla? La cancelliera tedesca Merkel, il premier britannico Brown, persino il presidente francese Sarkozy ha aumentato gli aiuti, ma l’Italia li ha ridotti di 400 milioni. Le economie di tutti i paesi sono un disastro, ma tutti mantengono le promesse che hanno fatto ai poveri. Meno l’Italia.

Berlusconi:Sul tavolo del G8 ci saranno cinque o sei problemi di grande importanza: l’Africa sarà uno di questi. Dopo, nella finanziaria, vedrò di cambiare il piano per il rientro». Geldof scuote la testa. Mostra a Berlusconi i documenti che il premier aveva approvato al G8 di Gleneagles: «Qui c’è la firma di un paese e l’onore di un uomo».

Berlusconi li legge e ammette: «Mi dispiace, abbiamo commesso un errore». Geldof allora riprende: «Una ragione per cui la crisi in cui ci troviamo è così grave sta proprio nel fatto che abbiamo lasciato il 50% della popolazione mondiale fuori dal nostro sistema. Come puoi vivere con meno di due dollari al giorno? E se guadagni così poco, come puoi comprare i nostri prodotti? L’Africa è un mercato più grande dell’India, del Brasile, della Russia o del Messico: non crede che dovremmo includerla? Se i cittadini africani possono comprare i nostri prodotti, ci sarebbero più posti di lavoro anche in Italia». Berlusconi stringe i pugni: «Lei ha ragione: quando si assume un impegno, bisogna mantenerlo. Noi siamo in ritardo (…)

Mi dispiace di non aver mantenuto le promesse, ci siamo fatti prendere da tutte le cose che ci sono cadute addosso. La crisi, il terremoto. Abbiamo anche una situazione di forte contrasto con l’opposizione, giudici che ci attaccano…». Geldof lo blocca ancora: «Ma questa, signor presidente, non è una discussione sui media o il sistema giudiziario: stiamo parlando di gente povera che non ha difese».

A questo punto interviene Gianni Letta in soccorso: «Il nostro presidente raccoglierà i suoi suggerimenti ed elaborerà una risposta nei prossimi giorni». Geldof: «E’ una questione di credibilità. Credibilità politica. Lei rischia di diventare il “Signor 3%”, quello che mantiene solo il 3% delle sue promesse. Cosa farà di concreto all’Aquila?». Berlusconi non capisce cosa significhi «Mister 3%», resta interdetto. Il suo assistente Valentino Valentini, che è seduto tra loro e traduce, gli spiega l’accusa di Geldof. Allora Berlusconi si fa più serio e scandisce le parole: «Io come imprenditore non ho mai mancato ad una promessa, e con gli elettori mi sto comportando nello stesso modo. In questo caso c’è stata una impossibilità di bilancio che non è dipesa da me.

da LaStampa.it

Lo speciale G8 de La Stampa sul continente nero

Iran, una notte su Twitter ad ascoltare i dissidenti

Se visiti questo sito il tuo computer potrebbe subire danni!“. Riguardo incredula la scritta che mi impedisce di accedere al sito di Moshen Makhmalbaf, il regista iraniano conosciuto soprattutto per il suo meraviglioso film Viaggio a Kandahar. Hanno censurato pure questo, penso (anche se poi il sito risulta comunque raggiungibile). D’altronde, si tratta di uno dei portavoce del principale oppositore del presidente Mahmud Ahmadinejad, l’ex premier moderato Mir Hossein Mousavi, il leader dell’”onda verde” che nelle ultime settimane ha scosso l’Iran forse più profondamente di quanto ci si potesse immaginare. Non solo. Makhmalbaf, insieme alla scrittrice-fumettista Marjani Satrapi (autrice di Persepolis) ha presentato a Bruxelles un documento che proverebbe la vittoria elettorale di Mousavi.

La notizia della censura del suo sito rimbalza come una scheggia impazzita su Twitter, un fiume in piena soprattutto di notte, quando con la complicità del buio, tra le piazze e le strade di Teheran, si ha la sensazione che possano succedere le cose più orribili. Youtube, i social network e Twitter in particolare sono un’autentica benedizione soprattutto ora che il regime iraniano ha provveduto ad espellere la stampa straniera e la mannaia della censura si è abbattuta sulla stampa locale. Se ne è accorta anche l’Amministrazione americana che ha chiesto a Twitter di svolgere le procedure di manutenzione intorno alle 3 del mattino in Iran, proprio per permettere agli iraniani di continuare a comunicare usando questo strumento.

Sulla rete è tutto un proliferare di consigli su come aggirare i blocchi, evitare che si rintraccino indirizzi Ip, modi per non far cadere le connessioni in Iran nonostante i tentativi di oscuramento del regime e gli estenuanti rallentamenti. Sul canale #iranelection di Twitter gli aggiornamenti si susseguono in maniera forsennata: così velocemente che è impossibile star dietro a ogni lancio. Ed è impossibile rimanere indifferenti.

“Per favore, rispondete urgentemente – leggo – C’è qualcuno che sa cosa sta accadendo vicino a Saiee Park? Mia figlia si trova lì vicino”. Difficile pensare che non si tratti effettivamente di una madre, anche se dietro ogni twit ci può essere chiunque. “Non usate AnonymousInIran, ruba il vostro indirizzo ip”, mette infatti in guardia “Free Iran”. “E’ confermato – scrive un altro utente – l’esercito sta muovendo verso la Capitale contro i manifestanti”. La voce non trova riscontri nella realtà, ma la dice lunga sul clima di paura che si respira, sia che ci si trovi a fomentarlo o che lo si subisca.

“Fino a oggi non avevo creduto alle voci che Hezbollah e Hamas stessero aiutanto i Basij (la milizia islamica iraniana, ndr), ma oggi li ho visti con i miei occhi”, scrive “Change for Iran”. Già dalle prime notti di scontri, infatti, era circolata la voce che tra coloro che giravano in moto, coperti da caschi e vestiti di nero, manganellando qualunque manifestante si trovasse sulla propria strada, ci fossero anche persone che parlavano in farsi con accento arabo. Verità o leggenda, questo è solo uno degli aspetti davanti ai quali la possibilità di verifica della cronaca si ferma.

Ma certo a nessuno sfugge che qualcosa di nuovo, di radicalmente diverso sta accadendo. La sensazione che si ricava a vedere queste manifestazioni quotidiane di milioni di persone è non solo quella di una società profondamente divisa – dove, non va dimenticato, Ahmadinejad può contare su un sostegno popolare ancora molto forte e diffuso specie tra le forze di sicurezza e i ceti meno abbienti – ma della nascita di un movimento riformista che ha ormai superato anche il candidato che lo rappresenta. Anche nell’assurda ipotesi che il riconteggio dei voti (una farsa) desse la vittoria a Mousavi o rimandasse tutto a un ballottaggio, l’onda verde si arresterebbe? O è invece vero che solo lo spettro di qualcosa di simile a Tienamen potrebbe ormai frenare questo impressionante fenomeno di massa?

Il potere degli Ayatollah sta mostrando forse per la prima volta una sua fragilità interna, dovuta a divisioni, faziosità e lotte per il potere (significativa a questo proposito la velocità con la quale la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, si è affrettato a definire “benedetta” la vittoria di Ahmadinejad senza rispettare la tempistica tradizionale…). Chi allora potrebbe trarre davvero vantaggio da questa situazione? Un azzardo fare previsioni. Scrive la studiosa e giornalista Farian Sabahi nel suo Storia dell’Iran: “Come dimostrano gli eventi degli ultimi anni, Ahmadinejad, che ha fatto la sua carriera nei Pasdaran, si è rifiutato di essere una semplice pedina del leader supremo, cui ha sottratto l’attenzione dei mezzi di comunicazione”.

di Tiziana Prezzo

da SkyTg24

Iranwhyweprotest è il sito nel quale si organizza la protesta in rete, eludendo i controlli del regime


Colpo di stato e rivolta in Iran

16 Giugno 2009 Alessandro I. 1 commento

In Iran si è avuto un vero e proprio colpo di Stato che ha scippato Mir Hossein Moussavi della vittoria. A sostenerlo sono due noti cineasti iraniani, Mohsen Makhmalbaf, rappresentante ‘ad honorem’ di Moussavi e regista di ‘Viaggio a Kandahar’, e Marjani Satrapi, l’autrice della pellicola cinematografica ‘Persepolis’. I due hanno parlato alla stampa dalla sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, nel corso di una conferenza del leader verde Daniel Cohn-Bendit. I due cineasti hanno presentato la fotocopia di un documento che sarebbe la certificazione del risultato del voto della Commissione elettorale iraniana, nella quale a Moussavi erano assegnati 19.075.423 voti, 13.387.103 quelli di Mehdi Kroubi, ex presidente del Parlamento, e soltanto 5.498.217 ad Ahmadinejad, dichiarato invece vincitore. Non vi sono certezze sull’autenticità del documento ma, secondo la denuncia di Satrapi, “Ahmadinejad ha avuto solo il 12%, non il 65% dei voti”. “Moussavi – ha riferito dal canto suo Makhmalbaf – alla fine dello spoglio dei voti fu chiamato dalla Commissione elettorale che gli comunicava la vittoria e gli diceva di prepararsi per il discorso”. Poi il colpo di scena. “Poco dopo – ha raccontato ancora il cineasta – alcuni militari sono entrati nel suo ufficio, gli hanno detto che non avrebbero consentito una rivoluzione verde. Poi la televisione di Stato ha annunciato la ‘vittoria’ di Ahmadinejad”. Makhmalbaf ha esortato dunque “la comunità internazionale a non riconoscere ufficialmente la vittoria di Ahmadinejad. Quello che è successo non sono brogli elettorali, è un vero e proprio colpo di Stato”.

Intanto oggi è stata un’altra giornata di manifestazioni e proteste in Iran, sempre seguite da violenze e arresti. A causa del blocco imposto ai giornalisti stranieri, a cui è stato vietato di lasciare i propri uffici, è impossibile fare un bilancio preciso: alcune fonti però parlano di oltre venti vittime della repressione.

Una cifra che potrebbe ancora aumentare, secondo la Cnn: i sostenitori del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad hanno infatti indetto una manifestazione negli stessi luoghi di Teheran in cui si sarebbero riuniti i sostenitori del suo sfidante Mir Hossein Mousavi, e le strade della capitale iraniana continuano a traboccare di persone.

Intanto è di oggi la decisione di procedere ad un parziale riconteggio dei voti annunciato dall’ayatollah Khamenei.

L’Iran inatteso – da Altrenotizie.org

Buongiorno Iran, buongiorno Italia – da L’89

v_isr_elezioni_magia_nera_500

Condoleeza Rice e Dick Cheney approvarono il waterboarding

Al vertice degli Stati Uniti negli ultimi otto anni sono stati rispettivamente Segretario di Stato e Vice-Presidente, ed erano due mandanti delle torture commesse dalla CIA. Condoleeza Rice e Dick Cheney si sono erti a paladini della democrazia e della libertà agli occhi del mondo contro il cosiddetto asse del male, ma ci hanno presi in giro. Le torture che autorizzavano contro prigionieri per obbligarli a parlare fanno regredire il livello di civiltà statunitense in maniera preoccupante, soprattutto se si considera che quel tipo di democrazia la si voleva “esportare”.

Negli anni seguenti al 2002 il programma sugli “interrogatori brutali” è stato rivisto da diversi uffici legali dell’amministrazione Bush e ci furono discussioni sul fatto che l’uso del waterboarding violasse o meno la legge federale contro le torture e la stessa Costituzione degli Stati Uniti. I legali della Casa Bianca continuarono però a dare parere favorevole.

E’ ovvio quindi che i torturatori repubblicani comincino a tremare dopo la diffusione dei memo da parte dell’Amministrazione Obama.

“Comincia la resa dei conti sulle torture di Bush e Cheney” da Altrenotizie.org

condoleezza-rice-7

Berlusconi, il furbetto del G20

La foto di Berlusconi che abbraccia Obama e Medvedev prendendoli alle spalle e alza il pollice destro è diventata l’immagine più famosa del G20 di Londra. Oggi impazza su tutti i giornali inglesi, Financial Times compreso, ieri sera era il pezzo forte di tutte le dirette e i notiziari dei network americani e occupava l’intera home page del più famoso sito politico americano: l’Huffington Post.APTOPIX Britain G20 Summit

Con quel gesto che, sommato al rimprovero della regina Elisabetta e alle battute da bar della conferenza stampa, ha dato un’immagine sopra le righe del premier italiano, Berlusconi è riuscito però a cancellare nell’immaginario collettivo italiano e internazionale una serie di verità per lui spiacevoli.

La prima è che è l’unico premier dei Paesi del G8 a non aver avuto un incontro con Barack Obama. La seconda è che gli americani non sanno che farsene della sua offerta di fare il mediatore con i russi, glielo hanno detto chiaro il mese scorso, sottolineando che Obama parla direttamente con Medvedev e non vuole confusioni e interventi esterni. La terza è che al G20 l’Italia non ha avuto nessun ruolo chiave e nemmeno incontri bilaterali degni di nota. Ma Berlusconi, che conosce alla perfezione i meccanismi della società dello spettacolo, ha preso al volo l’opportunità di cancellare la sostanza mandando un messaggio che dice al mondo esattamente contrario: il premier italiano è amico di Obama, sta al centro dei giochi e dell’attenzione, lo ha avvicinato ai russi e sta sopra di loro come il più navigato della compagnia.

Questo voleva Berlusconi e questo è riuscito a dire con quella foto che ai palati fini appare grottesca. Tanto che sull’Huffington Post, che è il sito internet più popolare nella sinistra chic americana, l’immagine non è stata messa per prendere in giro Berlusconi ma per rappresentare il successo del G20. Il titolo era: “Pollici alzati” come se il merito fosse del Cavaliere.

L’accordo raggiunto al G20 di Londra

Sporchi immigrati tornate a casa vostra. Ma gli immigrati sono italiani

30 Gennaio 2009 Alessandro I. 1 commento

Le frasi rivolte ai lavoratori stranieri sono più o meno queste: “Sporchi immigrati. Tornate a casa vostra. Togliete lavoro a gente di qui che ne ha bisogno“. Quante volte si sentono ripetere espressioni simili, in Italia, da chi non sopporta la vista degli immigrati di un colore o di un altro. Be’, in questi giorni le stesse frasi sono state pronunciate qui in Inghilterra all’indirizzo di lavoratori italiani. Alla raffineria Lindsey Oil di Grimsby, gestita dall’azienda petrolifera francese Total, è stato assunto un gruppo di manovali italiani e portoghesi, scrive il quotidiano Daily Express di Londra, apparentemente perchè costano meno. Una legge europea lo permette. Sono ospitati da una speciale nave-albergo, con un contratto di lavoro a tempo. Ma agli operai inglesi la cosa, in piena recessione, non è andata giù: ieri hanno dichiarato sciopero e protestato piuttosto vigorosamente per la presenza degli italiani. Alcuni dei quali, o almeno presunti tali, sono ripresi in una fotografia del Daily Express mentre agitano il dito medio e fanno il gesto dell’ombrello davanti al naso degli operai inglesi. “Gli italiani lavorano male e non rispettano le norme di sicurezza”, dice un operaio inglese al quotidiano di Londra. “La nostra non è una protesta razzista, ma quei posti di lavoro spettavano a noi. E’ un’ingiustizia”.

Chiunque abbia ragione, è la prova di come i ruoli possono cambiare in fretta: in Inghilterra possiamo essere visti come i vu’cumprà che tanti di noi non sopportano in patria. Che è stato poi, quello dei poveri immigrati guardati male dai nativi, il nostro ruolo per secoli. Sarebbe bene non dimenticarcelo.

“La libera circolazione dei lavoratori è un principio fondante dell’Unione europea che non può in alcun modo essere messo in discussione, pena la crisi del patto comunitario di Schengen”. Così il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, commenta l’ondata di scioperi in Gran Bretagna contro i dipendenti italiani di un’azienda siciliana che ha ottenuto una commessa nella raffineria di Grimsby.

Dopo Grecia, Francia e Russia, i disordini sociali causati dalla crisi economica sono giunti in Gran Bretagna. Il segnale è preoccupante, perchè finora gli inglesi parevano immuni dai rigurgiti nazionalisti e i più convinti sostenitori della globalizzazione. Ma cosi è se vi pare: il protezionismo o la de-globalizzazione, sta tornando strisciante.

europa

La Francia si ferma contro la crisi: è giovedì nero

I sindacati francesi gridano vittoria, quella di ieri è stata una mobilitazione tra le più imponenti degli ultimi venti anni. In piazza contro il piano anti-crisi del governo di Nicolas Sarkozy, erano due milioni e mezzo, dicono – un milione secondo la polizia. Bernard Thibault, leader della CGT dice che non si può essere d’accordo sul lavorare nello stesso sistema. “Un sistema – ha sottolineato – che di fatto crea sempre più disoccupazione e salari bassi. Non si tratta di far ripartire la macchina economica sulle stesse basi di prima – ha aggiunto. Perché se facciamo ciò, non usciamo dalla crisi economica”.

Sarkozy ha definito legittima la preoccupazione e ha annunciato che incontrerà le parti sociali a febbraio, per concordare le riforme per il 2009.

La giornata di ieri è stata segnata anche da alcuni disordini. A Parigi, forze dell’ordine e dimostranti si sono scontrati al termine di una manifestazione. Bilancio: un poliziotto ferito, decine di manifestanti arrestati.

La protesta andava in scena mentre il Parlamento francese dava il via libera al piano di rilancio da 26 miliardi di euro presentato da Sarkozy a inizio dicembre.