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Archivio per la categoria ‘Elezioni’

La sinistra europea riparte da Atene

Dopo sei anni di governo di centrodestra, gli elettori hanno dato la maggioranza assoluta al leader socialista Giorgio Papandreou in cambio della promessa di far uscire il paese dalla crisi senza nuovi sacrifici. E con la sua vittoria il Pasok lancia anche un messaggio di speranza al centrosinistra europeo in crisi. Lo scarto tra i due principali partiti è di quasi l’8%.  Sconfitto il premier uscente Karamanlis, su di lui pesano le accuse di cattiva gestione della crisi economica, di essere il colpevole del disastro incendi di fine agosto alle porte di Atene(la zona di verde andata bruciata era destinata a diventare una discarica) e di corruzione a favore della lobby dei costruttori. All’ex presidente di destra Karamanlis va riconosciuto il merito e di aver saputo lasciare la poltrona, annunciando elezioni anticipate a soli 2 anni dalle votazioni, in seguito a queste critiche pesantissime che giungevano dall’opinione pubblica. Un gesto sconosciuto ai politici nostrani incollati alla poltrona e al giro d’affari che ruota attorno alla politica italiana.

Tornando alla Grecia il neo premier greco Papandreou ha promesso ai greci un piano da tre miliardi di dollari per risanare l’economia senza nuove tasse per i lavoratori e la classe media, garantendo al tempo stesso salari e pensioni. Il leader socialista assicura di poter rilanciare i consumi e l’economia attraverso uno ’sviluppo verde’ finanziato con la lotta all’evasione fiscale, una redistribuzione delle imposte volta a colpire i grandi proprietari, Chiesa inclusa, e con una riduzione delle spese statali.

Papandreou in campagna elettorale ha parafrasato Barack Obama, dicendo “insieme ce la faremo: lo vogliamo, lo possiamo, ci riusciremo”. Ed ha annunciato un governo “basato sui principi e sui valori” e la formazione di quattro nuovi ministeri, fra uno dell’Ambiente e dell’energia. E soprattutto ha detto di voler affrontare la “questione morale”, senza la quale qualsiasi riforma economica o sociale sarebbe inadeguata ai bisogni del Paese. Un messaggio che dovrebbe ridare speranza non solo ai greci, ma anche alle forze europee di centrosinistra uscite ulteriormente ridimensionate dalla disfatta dei socialdemocratici in Germania.

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Grecia: elezioni anticipate

Elezioni anticipate per la Grecia. I cittadini sono chiamati a votare il prossimo 16 settembre, sei mesi prima della naturale scadenza dell’attuale legislatura. L’annuncio ufficiale è arrivato dal primo ministro conservatore Costas Karamanlis, alla ricerca del consenso degli elettori, proprio quando i sondaggi rivelano una costante perdita di popolarità del suo esecutivo. Pesante l’affondo di Giorgio Papandreau, leader del principale partito di opposizione, che ha criticato la scelta del premier.

Le elezioni serviranno per rinnovare i 300 deputati del Parlamento greco. Il partito di Karamanlis è salito al potere nel 2004, dopo 11 anni di ininterrotto governo socialista. Le prime avvisaglie di difficoltà a fine gennaio, nell’ambito di una discussione sulla riforma costituzionale. Ad aggravare la situazione, misure economiche impopolari e una serie di gravi scandali politici e finanziari.

da Euronews

Da tempo questa soluzione è paventata dalla stampa greca che continua ad insistere sulla inevitabilità di elezioni anticipate o almeno di un rimpasto. Il premier di centrodestra Karamanlis ha finora negato ogni intenzione di andare ad elezioni anticipate, malgrado il governo abbia subito l’impatto della crisi economica, delle rivolte di piazza e dell’ondata migratoria e sia stato travolto da una serie di scandali. Probabilmente anche la decisione di obbligare la popolazione ad effettuare il vaccino per l’influenza A ha contribuito ad acuire la crisi di governo e il malcontento dei greci. Come se non bastasse, per ultimo sono giunti i grandi incendi che hanno devastato, nelle scorse settimane, la regione dell’Attica, e dopo i quali tutti i sondaggi hanno allargato ad oltre il 6 percento il vantaggio del Pasok su Nuova Democrazia.

Iran, una notte su Twitter ad ascoltare i dissidenti

Se visiti questo sito il tuo computer potrebbe subire danni!“. Riguardo incredula la scritta che mi impedisce di accedere al sito di Moshen Makhmalbaf, il regista iraniano conosciuto soprattutto per il suo meraviglioso film Viaggio a Kandahar. Hanno censurato pure questo, penso (anche se poi il sito risulta comunque raggiungibile). D’altronde, si tratta di uno dei portavoce del principale oppositore del presidente Mahmud Ahmadinejad, l’ex premier moderato Mir Hossein Mousavi, il leader dell’”onda verde” che nelle ultime settimane ha scosso l’Iran forse più profondamente di quanto ci si potesse immaginare. Non solo. Makhmalbaf, insieme alla scrittrice-fumettista Marjani Satrapi (autrice di Persepolis) ha presentato a Bruxelles un documento che proverebbe la vittoria elettorale di Mousavi.

La notizia della censura del suo sito rimbalza come una scheggia impazzita su Twitter, un fiume in piena soprattutto di notte, quando con la complicità del buio, tra le piazze e le strade di Teheran, si ha la sensazione che possano succedere le cose più orribili. Youtube, i social network e Twitter in particolare sono un’autentica benedizione soprattutto ora che il regime iraniano ha provveduto ad espellere la stampa straniera e la mannaia della censura si è abbattuta sulla stampa locale. Se ne è accorta anche l’Amministrazione americana che ha chiesto a Twitter di svolgere le procedure di manutenzione intorno alle 3 del mattino in Iran, proprio per permettere agli iraniani di continuare a comunicare usando questo strumento.

Sulla rete è tutto un proliferare di consigli su come aggirare i blocchi, evitare che si rintraccino indirizzi Ip, modi per non far cadere le connessioni in Iran nonostante i tentativi di oscuramento del regime e gli estenuanti rallentamenti. Sul canale #iranelection di Twitter gli aggiornamenti si susseguono in maniera forsennata: così velocemente che è impossibile star dietro a ogni lancio. Ed è impossibile rimanere indifferenti.

“Per favore, rispondete urgentemente – leggo – C’è qualcuno che sa cosa sta accadendo vicino a Saiee Park? Mia figlia si trova lì vicino”. Difficile pensare che non si tratti effettivamente di una madre, anche se dietro ogni twit ci può essere chiunque. “Non usate AnonymousInIran, ruba il vostro indirizzo ip”, mette infatti in guardia “Free Iran”. “E’ confermato – scrive un altro utente – l’esercito sta muovendo verso la Capitale contro i manifestanti”. La voce non trova riscontri nella realtà, ma la dice lunga sul clima di paura che si respira, sia che ci si trovi a fomentarlo o che lo si subisca.

“Fino a oggi non avevo creduto alle voci che Hezbollah e Hamas stessero aiutanto i Basij (la milizia islamica iraniana, ndr), ma oggi li ho visti con i miei occhi”, scrive “Change for Iran”. Già dalle prime notti di scontri, infatti, era circolata la voce che tra coloro che giravano in moto, coperti da caschi e vestiti di nero, manganellando qualunque manifestante si trovasse sulla propria strada, ci fossero anche persone che parlavano in farsi con accento arabo. Verità o leggenda, questo è solo uno degli aspetti davanti ai quali la possibilità di verifica della cronaca si ferma.

Ma certo a nessuno sfugge che qualcosa di nuovo, di radicalmente diverso sta accadendo. La sensazione che si ricava a vedere queste manifestazioni quotidiane di milioni di persone è non solo quella di una società profondamente divisa – dove, non va dimenticato, Ahmadinejad può contare su un sostegno popolare ancora molto forte e diffuso specie tra le forze di sicurezza e i ceti meno abbienti – ma della nascita di un movimento riformista che ha ormai superato anche il candidato che lo rappresenta. Anche nell’assurda ipotesi che il riconteggio dei voti (una farsa) desse la vittoria a Mousavi o rimandasse tutto a un ballottaggio, l’onda verde si arresterebbe? O è invece vero che solo lo spettro di qualcosa di simile a Tienamen potrebbe ormai frenare questo impressionante fenomeno di massa?

Il potere degli Ayatollah sta mostrando forse per la prima volta una sua fragilità interna, dovuta a divisioni, faziosità e lotte per il potere (significativa a questo proposito la velocità con la quale la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, si è affrettato a definire “benedetta” la vittoria di Ahmadinejad senza rispettare la tempistica tradizionale…). Chi allora potrebbe trarre davvero vantaggio da questa situazione? Un azzardo fare previsioni. Scrive la studiosa e giornalista Farian Sabahi nel suo Storia dell’Iran: “Come dimostrano gli eventi degli ultimi anni, Ahmadinejad, che ha fatto la sua carriera nei Pasdaran, si è rifiutato di essere una semplice pedina del leader supremo, cui ha sottratto l’attenzione dei mezzi di comunicazione”.

di Tiziana Prezzo

da SkyTg24

Iranwhyweprotest è il sito nel quale si organizza la protesta in rete, eludendo i controlli del regime


Colpo di stato e rivolta in Iran

16 Giugno 2009 alessandroingegno 1 commento

In Iran si è avuto un vero e proprio colpo di Stato che ha scippato Mir Hossein Moussavi della vittoria. A sostenerlo sono due noti cineasti iraniani, Mohsen Makhmalbaf, rappresentante ‘ad honorem’ di Moussavi e regista di ‘Viaggio a Kandahar’, e Marjani Satrapi, l’autrice della pellicola cinematografica ‘Persepolis’. I due hanno parlato alla stampa dalla sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, nel corso di una conferenza del leader verde Daniel Cohn-Bendit. I due cineasti hanno presentato la fotocopia di un documento che sarebbe la certificazione del risultato del voto della Commissione elettorale iraniana, nella quale a Moussavi erano assegnati 19.075.423 voti, 13.387.103 quelli di Mehdi Kroubi, ex presidente del Parlamento, e soltanto 5.498.217 ad Ahmadinejad, dichiarato invece vincitore. Non vi sono certezze sull’autenticità del documento ma, secondo la denuncia di Satrapi, “Ahmadinejad ha avuto solo il 12%, non il 65% dei voti”. “Moussavi – ha riferito dal canto suo Makhmalbaf – alla fine dello spoglio dei voti fu chiamato dalla Commissione elettorale che gli comunicava la vittoria e gli diceva di prepararsi per il discorso”. Poi il colpo di scena. “Poco dopo – ha raccontato ancora il cineasta – alcuni militari sono entrati nel suo ufficio, gli hanno detto che non avrebbero consentito una rivoluzione verde. Poi la televisione di Stato ha annunciato la ‘vittoria’ di Ahmadinejad”. Makhmalbaf ha esortato dunque “la comunità internazionale a non riconoscere ufficialmente la vittoria di Ahmadinejad. Quello che è successo non sono brogli elettorali, è un vero e proprio colpo di Stato”.

Intanto oggi è stata un’altra giornata di manifestazioni e proteste in Iran, sempre seguite da violenze e arresti. A causa del blocco imposto ai giornalisti stranieri, a cui è stato vietato di lasciare i propri uffici, è impossibile fare un bilancio preciso: alcune fonti però parlano di oltre venti vittime della repressione.

Una cifra che potrebbe ancora aumentare, secondo la Cnn: i sostenitori del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad hanno infatti indetto una manifestazione negli stessi luoghi di Teheran in cui si sarebbero riuniti i sostenitori del suo sfidante Mir Hossein Mousavi, e le strade della capitale iraniana continuano a traboccare di persone.

Intanto è di oggi la decisione di procedere ad un parziale riconteggio dei voti annunciato dall’ayatollah Khamenei.

L’Iran inatteso – da Altrenotizie.org

Buongiorno Iran, buongiorno Italia – da L’89

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Elezioni: sono ancora le Tv ad orientare il voto

E’ ancora la televisione il principale mezzo utilizzato dagli italiani per formarsi un’opinione politica. Solo un quarto degli elettori si e’ affidato ai giornali mentre internet rappresenta ancora la fonte di informazione per una fetta minoritaria del corpo elettorale, tranne che tra i giovani.

Secondo un’indagine del Censis, durante la campagna elettorale il 69,3% degli elettori ha formato la sua scelta attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai telegiornali. I Tg restano il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (il dato sale, in questo caso, al 76%), i pensionati (78,7%) e le casalinghe (74,1%).

Al secondo posto si piazzano i programmi televisivi di approfondimento giornalistico a cui si e’ affidato il 30,6% degli elettori. Si tratta soprattutto delle persone piu’ istruite (il dato sale, in questo caso, al 37%) e residenti nelle grandi citta’, con piu’ di 100.000 abitanti (con quote che oscillano tra il 36% e il 40%), mentre i giovani risultano meno coinvolti da questo format televisivo (il 22,3% nella classe d’eta’ 18-29 anni).

Al terzo posto si colloca la carta stampata: i giornali sono stati determinanti per il 25,4% degli elettori (il 34% tra i piu’ istruiti, e il dato sale ad oltre un terzo degli elettori al Nordest e nelle grandi citta’, e raggiunge il 35% tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti).

I canali Tv ”all news” sono stati seguiti dal 6,6% degli italiani prossimi al voto (soprattutto maschi, 9,3%, e piu’ istruiti, 10,2%). Solo il 5,5% si informa attraverso i programmi della radio, il cui ascolto e’ apprezzato soprattutto da artigiani e commercianti, liberi professionisti e lavoratori autonomi (12,1%).

Internet ancora non sfonda nella comunicazione politica. Durante la campagna elettorale, per formarsi un’opinione solo il 2,3% degli italiani maggiorenni si e’ collegato ai siti web dei partiti per acquisire informazioni, e solo il 2,1% ha visitato blog, forum di discussione. Il dato aumenta solo tra gli studenti: il 7,5% si e’ collegato ai siti Internet dei partiti e il 5,9% ha navigato su altri siti web in cui si parla di politica.

da Repubblica.it

Categories: Elezioni, Mass media, Società

Elezioni Parlamento Europeo 2009: come orientarsi al voto

Le informazioni di cui disponiamo in Italia relativamente alla composizione, alle funzioni e alle decisioni che vengono prese dal Parlamento Europeo non sono sufficienti per farsi un’idea precisa su cosa realmente andremo a votare il 6 e 7 giugno. Nell’ultimo mese e mezzo  sui quotidiani come in Tv si è parlato di tutto tranne che degli effetti che avrà in europa votare un partito piuttosto che un altro. Senza parlare poi della spiegazione della progressiva cessione di sovranità degli stati all’istituzione sovranazionale Unione Europea. E il compito è tutt’altro che semplice dato che le divisioni dei partiti italiani che conosciamo si mescolano una volta approdati al Parlamento Europeo. C’è chi mantiene una certa identità, come la Lega, chi si ispira ai principi ambientalisti e ispirati al lavoro della Sinistra, chi non sa ancora dove collocarsi precisamente. Ma secondo me il miglior modo di capire la questione è analizzare le varie posizioni singolarmente, tema per tema. Capire come un partito vota sulle energie rinnovabili, in materia di immigrazione, sui finanziamenti pubblici alle imprese, su temi delicati come l’aborto e le coppie di fatto, o ancora sulla possibilità dei cittadini di eleggere direttamente il presidente del Parlamento Europeo.

Qui vi propongo un test tratto dal sito Spindoc che, rispondendo a dei semplici quesiti su alcuni dei temi che ho appena elencato, vi indicherà qual’è il partito italiano che più si avvicina, in sede europea, alla vostra posizione.

Il test per le elezioni

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Il Washington Post si schiera ufficialmente con Obama

Il quotidiano statunitense “Washington Post” ha dichiarato
ufficialmente il suo appoggio a Barack Obama
verso le elezioni del 4
novembre, con un editoriale “Barack Obama for president” sull’edizione
di oggi.
l processo della nomination ha prodotto il raro risultato di due
candidati “qualificati e di talento”, afferma il Post, ma malgrado il
rispetto per il repubblicano John McCain, “è senza ambivalenza che
diamo il nostro sostegno” a Obama. La scelta è stata resa più facile
dalla deludente campagna del senatore repubblicano e “soprattutto la
sua irresponsabile nomina di una vice che non è pronta per essere
presidente”, spiega il quotidiano, riferendosi al governatore
dell’Alaska Sarah Palin. Nell’editoriale, il Post scrive anche che
Obama “ha le potenzialità per diventare un grande presidente”.

Intanto è stata smascherata la farsa organizzata da McCain: Il giorno dopo aver sfoderato la carta a sorpresa del personaggio “Joe l’idraulico”
nell’ultimo confronto televisivo con il rivale Barack Obama, John McCain scopre
che l’arma potrebbe rivelarsi un boomerang per le sue già flebili speranze di
vittoria. L’elettore chiamato in causa da McCain dopo che aveva contestato Obama
a un comizio, l’idraulico dell’Ohio Joe Wuerzelbacher, non ha infatti la licenza
per praticare la professione di stagnino come richiesto a Toledo, la cittadina
dove vive, e nelle municipalità vicine.

Inoltre, i media Usa hanno rivelato che non si chiama neppure Joe: il suo nome
di battesimo è Samuel Joseph Wuerzelbacher. Joe-Sam non ha completato l’apprendistato,
né appartiene al sindacato degli idraulici che tra l’altro ha appoggiato Obama,
ha affermato Thomas Joseph, il manager della Local 50 della United Asociation
of Plumbers, Steamfitters and Steamship Mechanics.

Il Piano Economico di rilancio degli Usa di Barack Obama

Delirio Italia II

Il Paese è in pieno delirio. Discutere con lo psiconano o con Topo Gigio Veltroni è impossibile. Sono nullità che si credono importanti. Uno è Napoletone e l’altro l’ Obama bianco de noantri. I primati bianchi al potere li abbiamo solo noi. Gli altri li esibiscono allo zoo. Mettersi sul loro piano vuol dire perdere il senno. Nulla di ciò che dicono è vero, ma neppure importante, ma neanche intelligente. Chi li vede dialogare dall’esterno, come i media stranieri, non può capirli, sono dei pazzi in libertà. Hanno messo un tappo alla nazione con l’informazione di regime.
Il delirio della democrazia si diffonde e trasforma in merda ciò che tocca. I cittadini non possono filmare i loro dipendenti nelle sedute dei consigli comunali. Non possono eleggere i loro dipendenti in Parlamento e in futuro neppure in Europa. Non sono uguali alla legge rispetto alla banda dei quattro.
I nostri dipendenti sono dentro un manicomio. Tra di loro si capiscono, ma non sanno più cos’è la realtà. La confondono con i loro interessi privati o di partito. Il futuro sono le centrali nucleari, gli inceneritori, i parcheggi, i ponti sugli stretti, il tunnel in Val di Susa, il digitale terrestre e la magistratura al guinzaglio. Sono deliri alla veltrusconi. Le chiamano posizioni dialoganti.
Abbiamo provato a parlare con questi pazzi con le nostre proposte a Prodi, la legge di iniziativa popolare, la raccolta di firme per il referendum, le denunce al Parlamento Europeo a Strasburgo e a Bruxelles e mille altre cose. Non è servito. Se discuti con un pazzo, chi ti osserva dall’esterno vedrà due pazzi che farneticano. Un nuovo partito in Parlamento equivale a un sano di mente in un manicomio criminale. Diventerebbe uguale a loro, è solo una questione di tempo. Dipendiamo dall’estero per l’energia e non sfruttiamo le rinnovabili. Dipendiamo dall’estero per i beni alimentari e asfaltiamo i campi di grano. Abbiamo uno dei più grandi debiti pubblici del mondo e regaliamo cinque miliardi di dollari alla Libia. L’Egitto importa dall’Ucraina il pane e noi le centrali atomiche. La Russia minaccia ritorsioni nucleari per la Georgia e le basi atomiche americane con 90 testate nucleari le abbiamo noi, a Ghedi Torre e ad Aviano.
I pazzi non sanno di esserlo e credono che i veri pazzi siano i sani di mente. Non abbiamo alternative alla democrazia fai da te, all’autogoverno, al presidio del territorio, alla partecipazione a ogni decisione che riguarda la collettività. Il delirio del Parlamento e dei partiti va smontato dal basso come una costruzione di lego. Dobbiamo riprenderci i comuni e, dove questo non sia possibile, mettere sotto controllo i sindaci e gli assessori. Filmandoli, intervistandoli, denunciando le loro omertà.
Nel 2009 ci saranno le elezioni amministrative. E’ una delle ultime occasioni per uscire dal delirio e entrare nella modernità.

Elezioni Usa:troppa campagna e poca informazione

13 Maggio 2008 alessandroingegno 1 commento

E’ quanto risulta da una ricerca del Pew Research Institute sull’informazione durante la campagna elettorale delle primarie americane tuttora in corso. In parte i risultati di questa ricerca sono paragonabili e applicabili al nostro sistema d’informazione oltre che politico.

I democratici non sono poi così contenti delle primarie e i cittadini statunitensi vorrebbero capire perché il pieno di benzina costa sempre di più, magari anche rinunciando ai toni rissosi di alcuni momenti delle recenti campagne elettorali.
La prima accusa che gli intervistati rivolgono ai candidai è di aver usato toni sin troppo negativi e spesso polemici nelle ultime sei settimane questo è costato una discreta perdita di interesse ai democratici Hillary Clinton e Barack Obama (che accusano un calo di consenso tra 25%-31% a fronte di un miglioramento del 8%) mentre un po’ meglio va per Mc Cain (che perde il 16% ma guadagna il 14% restando sostanzialmente stabile).

Altra nota dolente per i media statunitensi è la recriminazione che emerge dalla ricerca e che accusa il sistema dell’informazione di aver dato maggiore risalto alla campagna che non alle singole questioni che le campane affrontavano. Insomma la campagna è vista come un evento in sè, notiziabile e dunque per ciò stesso concluso. Questo ha fatto crescere notevolmente il divario tra la copertura dei media e l’interesse relativo, che segue sempre di più una correlazione negativa.

Ciò che poi proprio non piace agli intervistati è il fatto che la copertura delle primarie ha offuscato notizie ben più importanti, come la situazione in Iraq e l’aumento globale del prezzo degli alimenti. Insomma i cittadini hanno comunque i loro canali di informazione ma accusano il mainstream di non rispecchiare una scala di priorità.
Quello che emerge dalla ricerca, al di là delle considerazioni relative alla campagna ed al comportamento dei media, è la presenza di una audience pragmatica, matura, informata e smaliziata nei confronti del sistema dell’informazione. Una audience che considera le news e la copertura giornalistica di un avvenimento come un prodotto pagato a caro prezzo e con monete pregiate di questi tempi – il suo tempo e la sua attenzione – e dunque si sente in diritto di richiedere un prodotto soddisfacente e di qualità.

da spindoc.it

La sconfitta dei Laburisti in Gran Bretagna, persa anche Londra

LONDRA – Una disfatta. Le elezioni amministrative del primo maggio in Inghilterra e in Galles, primo test per Gordon Brown da quando è subentrato a Tony Blair come primo ministro poco meno di un anno fa, producono il peggior risultato degli ultimi quarant’anni per il Labour, peggiore perfino delle amministrative del 2004, quando le contestazioni contro Blair per la guerra in Iraq avevano raggiunto l’apice. E il terribile sugello definitivo arriva nella notte con l’annuncio ufficiale dei risultati di Londra: cade anche l’ultimo baluardo e i conservatori di Johnson si impongono sui laburisti di Livingstone per 43% a 37.

A livello nazionale i laburisti si ritrovano addirittura ridotti, percentualmente, al rango di terzo partito, alle spalle non soltanto dei conservatori ma perfino dei liberal-democratici, finora eterno terzo incomodo della politica britannica. I risultati ancora non definitivi assegnano infatti il 40 per cento dei voti ai Tory, il 25 per cento ai lib-dem e il 24 per cento al Labour. In termini di seggi nelle amministrazioni locali, il Labour ne ha persi 434 mentre i conservatori ne hanno guadagnati 300. Le proiezioni di questi risultati a livello nazionale assegnerebbero ai Tory una schiacciante vittoria, se si votasse oggi per rinnovare il parlamento di Westminster: i conservatori otterrebbero una maggioranza di circa 150 seggi alla camera dei Comuni, riconquistando così il potere dopo undici anni di governo laburista.

In serata poi il colpo finale, con l’annuncio della vittoria dei conservatori a Londra. Boris Johnson ha vinto con un milione e 168mila voti – pari al 43%- staccando di ben sei punti percentuali Ken Livingstone, che si ferma a un milione e 29mila voti.
Si conclude così anche l’era di “Ken il rosso”, sindaco per due mandati che ha vissuto i giorni terribili delle bombe dell’integralismo islamico e quelli memorabili della conquista delle Olimpiadi del 2012.

Johnson, 44 anni, giornalista, presentatore tv e frequente presenza sui tabloid, ha battuto seccamente Ken Livingstone, laburista con forte radicamento a sinistra, sindaco da otto anni, distanziandolo di circa 140mila voti. Nella sua prima dichiarazione dopo la vittoria, Johnson ha ringraziato famiglia e sostenitori per il sostegno in campagna elettorale, e ha quindi reso omaggio all’avversario per aver definito in questi otto anni la nuova figura di sindaco della capitale e per ”aver parlato per Londra” dopo le stragi del 2005: ”lei ha il grazie e l’ammirazione di milioni di londinesi”.

I commenti di Bbc, giornali e mondo politico parlano di un risultato complessivamente disastroso per Gordon Brown: un risultato in parte atteso, ma forse perfino peggiore del previsto. “Questa è la prova che il paese non solo è stanco dei laburisti, ma ha fiducia in un partito conservatore rinnovato, cambiato in meglio, unito e pronto a governare il bene di tutta la nazione”, ha prontamente commentato David Cameron, il leader dei Tory, spesso paragonato a un “Blair di destra” per le sue doti di comunicatore e il suo spirito riformista.

Da Downing street, amareggiatissimo Gordon Brown commenta: “E’ un brutto giorno per il Labour, un risultato molto deludente. Dovremo ascoltare e imparare questa lezione”.
Ma un ex-ministro e blairiano di ferro, Charles Clarke, afferma: “E’ una grave sconfitta, su cui bisognerà riflettere”. E non è escluso che ci saranno tentativi di detronizzare Brown prima delle elezioni politiche, in programma nel 2009 o al più tardi nel 2010, per presentare un leader più popolare di Brown, forse il giovane David Miliband, attuale ministro degli Esteri, alla sfida alle urne contro Cameron.

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