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Archivio per la categoria ‘Economia’

Influenza A: la bufala ci è costata 190 milioni di euro

In un articolo de La Stampa, firmato da Marco Zatterin, si segnalava un fatto piuttosto interessante riferito ai vaccini per la terribile, temibile, pandemica, influenza A. In buona sostanza i governi di Francia, Spagna, Italia, Olanda e Germania hanno fatto il pieno di vaccini ed ora si trovano con milioni di dosi (già pagate) da rivendere, magari a prezzo di realizzo, a Stati africani o dell’Europa dell’est. Sembra che Madrid riuscirà a restituire i vaccini in avanzo (si è vaccinato il 22% della popolazione), Parigi ne ha ordinati 94 milioni spendendo 869 milioni di euro (solo 5 milioni di vaccini utilizzati), Berlino ha comprato 50 milioni di dosi (24 ne sono avanzate), Amsterdam si ritrova con 19 milioni di dosi (su 34) da piazzare sul mercato per recuperare qualche soldo.

L’Italia ha acquistato 24 milioni di dosi di vaccino (somministrato 1 milione scarso di dosi) contro l’influenza A dall’azienda farmaceutica Novartis, per un importo, al costo di circa 7 euro a dose, pari a circa 184 milioni di euro: milioni di euro gettati al vento, o meglio nelle tasche di chi i vaccini li ha sponsorizzati e prodotti.

Ma quando un ministro, Fazio-Sacconi, decide un acquisto sbagliato per oltre 190 milioni di euro a spese nostre, non dovrebbe essere accompagnato sollecitamente alla porta?

Il flop di Copenaghen

19 Dicembre 2009 alessandroingegno 1 commento

Impegni volontari e su base nazionale, senza verifica né scadenze. Il vertice si chiude con un accordo che delude le speranze del mondo. I cambiamenti climatici però non si fermano. E nemmeno il processo per un trattato vincolante.

La più importante, partecipata, disorganizzata conferenza delle Nazioni Unite non è riuscita a dare al Mondo la risposta che si aspettava per fermare i cambiamenti climatici. Dopo due settimane di discussione con l’intervento di 120 tra Capi di Stato e di Governo, la distanza tra le posizioni dei diversi Paesi si è rivelata alla fine incolmabile sui punti più delicati di trattativa. E solo nelle ultime ore si è scongiurata una rottura completa delle trattative che avrebbe riportato la discussione indietro di 20 anni. L’accordo uscito dal vertice non è la risposta che serve alla crisi climatica: gli impegni di riduzione sono solo volontari e su base nazionale, ed è tutto rinviato per quanto riguarda lo stabilire metodi di controllo e verifica di tali riduzioni e le scadenze precise per la sottoscrizione di un trattato internazionale.

Eppure mai il mondo era stato così vicino a un accordo internazionale che avrebbe permesso di superare il Protocollo di Kyoto nel fissare nuovi e più ambiziosi obiettivi per tutti i Paesi e nel sostegno finanziario agli interventi di mitigazione e adattamento nei Paesi poveri sia nel breve che nel medio periodo. Tutte queste decisioni sono rinviate, si spera al prossimo vertice di Bonn con la speranza di affrontare e risolvere finalmente i punti più delicati. Nel frattempo però il cambiamento climatico non si ferma, anzi obbliga a lavorare con ancora maggiore impegno per arrivare finalmente a un accordo vincolante che spinga le soluzioni capaci di dare risposte per i cittadini delle diverse parti del Pianeta.

Ma la Conferenza di Copenaghen sarà ricordata anche per altri due motivi. Il primo è il salto di scala delle questioni ambientali. Attraverso la chiave del clima sono state come mai nella storia al centro dell’agenda politica internazionale, con un dibattito che ha visto tutti i Governi presentarsi alla Conferenza con obiettivi e politiche nazionali per la riduzione delle emissioni. Il secondo è la straordinaria partecipazione della società civile internazionale alla Conferenza: oltre 35mila persone che hanno raggiunto la Capitale danese, una variegata partecipazione di organizzazioni ambientaliste e sociali dalle più diverse parti del Mondo che ha promosso centinaia di appuntamenti e iniziative, e che però sono stati tenuti proprio negli ultimi e più decisivi giorni fuori dal vertice.

di Edoardo Zanchini – da LaNuovaEcologia

Se il clima fosse una banca l’avrebbero già salvato – discorso di Hugo Chavez al summit di Copenaghen

I punti del mini accordo raggiunto a Copenaghen:

2 gradi. L’obiettivo di mantenere entro 2 gradi l’aumento della temperatura nei prossimi decenni, nel testo c’è. Gli scienziati ritengono che un aumento di oltre 2 gradi comporterebbe conseguenze (siccità, inondazioni, innalzamento dei mari) al di fuori di ogni possibile controllo e difesa.

2050. Per arrivare all’obiettivo dei 2 gradi, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire del 50 per cento entro il 2050. Per arrivarci, i Paesi industrializzati taglierebbero le emissioni dell’80 per cento. Ma non basta: anche i Paesi emergenti dovrebbero tagliare le loro e non solo rallentarle. Per questo Cina e Brasile non vogliono un impegno globale del 50 per cento, che vincolandoli, sia pure a lunga scadenza, a ridurre le emissioni, può compromettere la loro crescita economica. Per accettare il 50 per cento, i Paesi emergenti vogliono che i Paesi ricchi fissino un obiettivo di riduzione ambizioso già per il 2020. Ma questo obiettivo ancora non c’è.

2020. Perché l’obiettivo al 2050 sia credibile, i Paesi industrializzati dovrebbero infatti tagliare già nel 2020 le loro emissioni, secondo gli scienziati, del 25-40 per cento.

Verifiche. Una richiesta soprattutto americana, indirizzata alla Cina perché gli impegni presi da Pechino sul rallentamento delle sue emissioni (solo i Paesi industrializzati operano effettivamente dei tagli) siano verificati a livello internazionale. Il testo della bozza parla solo di inventari biennali delle emissioni, da comunicare “secondo nuove linee guida che saranno approvate dalla Conferenza”.

Finanziamenti. Ai Paesi più deboli viene promesso un aiuto di 10 miliardi di dollari l’anno, per il 2010, 2011, 2012, Si tratta di soldi, precisa la bozza, “nuovi e aggiuntivi”, non dunque il riciclo di vecchie promesse di donazioni. Nel caso di piccole isole e di Paesi particolarmente vulnerabili, i soldi saranno impiegati, più che per ridurre le emissioni, soprattutto per difendersi dall’impatto dell’effetto serra. Dopo il 2013, entrerà in funzione un Fondo di Copenhagen per il clima, con finanziamenti che dovrebbero arrivare a 100 miliardi di dollari l’anno, entro il 2020.

Amore o odio per Berlusconi: e le vere notizie passano inosservate

Il 10% delle famiglie detiene il 44% della ricchezza complessiva. E’ quanto emerge dal supplemento al Bollettino statistico di Bankitalia. Mentre la meta’ piu’ povera delle famiglie italiane deteneva nel 2008 il 10% della ricchezza totale. In due anni di crisi, tra il 2007 e il 2008, la ricchezza netta delle famiglie italiane è diminuita di circa l’1,9%. Secondo Bankitalia, lo scorso anno la ricchezza netta per famiglia ammontava complessivamente a 348 mila euro.Elevato, dunque, il grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza.

Progetto Aires: per frutta e verdura biologica basta un click

Si chiama Aires, Associazione incontro rispetto e solidarietà, ed è una cooperativa nata a Napoli circa un anno fa con l’intento di riunire tutte quelle realtà che hanno in comune l’amore per il territorio, la voglia di rendere il mondo un posto un po’ più giusto partendo dalle piccole scelte quotidiane, con chiunque voglia portare a Napoli i prodotti migliori della terra in modo sostenibile, equo ed accessibile.
In concreto la cooperativa si occupa di mettere in contatto produttore e consumatore, attraverso internet. Il consumatore infatti può acquistare prodotti assolutamente biologici e locali semplicemente collegandosi al sito.
L’ideatore e responsabile del progetto si chiama Alessandro Gioia, colui che ha deciso di scommettere su un’economia fatta dal basso, un pò come il circuito virtuoso che si è instaurato nel giro di pochi anni con lo Scec (altro progetto creato a Napoli), cercando di valorizzare il rapporto diretto tra le persone e favorire uno sviluppo sostenibile attraverso dei consumi responsabili.
Punto forte del progetto, anche dal punto di vista del marketing, è la biocassetta: una cassetta bio a 360°, perchè composta da materiali biodegradabili, e perchè contiene prodotti che vengono venduti entro 24 ore dal momento in cui sono stati colti, quindi assolutamente freschissimi.
La filiera corta della biocassetta garantisce prodotti forniti da 20 piccoli produttori locali che ricevono certificati dall’organismo Suolo&Salute. L’acquisto della biocassetta avviene solamente online, previa registrazione al sito ad un prezzo minimo di 15 euro. Su ogni cassetta viene applicata anche una cauzione di 3€ che, in caso di mancata riconsegna, non saranno restituite.

Acquistare la biocassetta conviene sia al produttore sia al consumatore: da una parte il produttore riesce ad ottenere dei buoni guadagni, ricaricando il costo dei prodotti di circa il 30-50 percento; dall’altra il consumatore ha la possibilità di acquistare prodotti freschi, genuini e a basso impatto ambientale.
Ogni settimana la cooperativa consegna circa 200 cassette confezionate con materiali biodegradabili. In meno di un anno i ragazzi di Aires sono riusciti a raddoppiare i propri clienti, a testimonianza del fatto che i buoni propositi spesso vengono premiati e apprezzati dai cittadini.
Gli obiettivi che si pone l’associazione Aires sono di tutto rispetto: promozione delle produzioni locali per dar vita, nel piccolo, ad un vero e proprio circuito economico sociale fatto di realtà imprenditoriali campane (dalle aziende agricole alle botteghe di quartiere) allo scopo di contribuire ad uno sviluppo sano e reale del territorio; salvaguardia dell’ambiente che ci circonda favorendo la diffusione di un’agricoltura biologica ed il più possibile vicina a noi; accorciare al minimo la filiera e realizzare un ciclo corto che metta in contatto diretto i soci produttori con i consumatori; offrire prodotti di alta qualità ad un prezzo giusto; praticare la trasparenza mettendo a disposizione online tutte le informazioni (storia e tracciabilità di ogni singolo prodotto, prezzi, certificazioni bio, controlli etc.); creare occasioni di lavoro per persone in condizioni di svantaggio e dare loro la possibilità di un reinserimento attivo nella società.
Un commercio equo e solidale, insomma, a casa nostra.
Sono quattro i punti vendita a Napoli che aderiscono all’iniziativa Aires: Enoteca Mercadante wine bar, in Corso Vittorio Emanuele, Squisitezze Cheesebar a piazza Bellini, Pepe Nero Ristorante, in via Santa Lucia e Naturalmente Bio, in via Belvedere.
Con la speranza che, prendendo spunto dall’iniziativa partenopea, progetti di biocassette si moltiplichino su tutto il territorio italiano.

Alessandro Ingegno

da Yeslife.it



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Il manuale del bravo riciclatore, a cosa serve davvero lo scudo

Sarà che ormai non fa più il fiscalista da anni e di clienti in carne e ossa ne vede pochi, ma il ministro Giulio Tremonti ignora di certo che succede là fuori, oltre le mura umbertine del palazzo di Via XX settembre. Eppure qualunque commercialista vi spiegherebbe che se in una legge si lasciano abbastanza spazi indefiniti, questa forse sembra innocua, ma poi in realtà provoca effetti devastanti. E se il tutto viene peggiorato dalle “Istruzioni definitive dell’Agenzia delle Entrate”, ufficializzate sabato, l’apertura delle stalle per il rientro dei famosi buoi-evasori raggiunge estensioni mai viste. Direttamente da prateria. Ecco allora che cosa sta realmente accadendo nelle banche italiane, secondo quanto raccontano al “Fatto Quotidiano” alcuni dirigenti che hanno la responsabilità di gestire lo scudo. Ne esce la prima collezione “Total Recycling”, autunno-inverno 2009. Oppure il nuovo manuale del Bravo Riciclatore, se vogliamo girare la faccenda dal punto di vista della “dottrina dominante”. Che oggi è quella di chi rimpatria denari e fino a ieri aveva il problema di evitare la contestazione di reati.

OCCHIO ALLE SPROPORZIONI. Se il Bravo Riciclatore ha dei soldi depositati su un conto estero a nome di una società fittizia o di un prestanome, il suo denaro può essere “scudato” in Italia su un conto intestato a una persona diversa da lui e dal “mittente” estero. La banca può effettuare segnalazioni anti-riciclaggio solo se il tizio che le viene mandato avanti vuole affidarle importi “notevolmente sproporzionati al profilo economico-professionale del cliente”. Ma anche nel caso in cui la banca trovi strano che un signore che guadagna cinquantamila euro l’anno voglia rimpatriare dieci milioni, ecco che la legge aiuta il Bravo Riciclatore. Come? Da oggi non è più necessario far partire la segnalazione anti-riciclaggio se la regolarizzazione ha come “reati sottostanti” quelli tributari o il falso in bilancio. In pratica, per non essere segnalati, basta avere una qualsiasi attività economica, dalla tintoria all’autosalone alla scuola di guida (per fare esempi tratti dalle inchieste di mafia) e non dichiarare espressamente che si stanno facendo rientrare i soldi dei Corleonesi. In più, non essendoci obbligo di corrispondenza fra chi effettua il bonifico e chi lo riceve, si può finalmente riciclare su scala mondiale e non più solo da padrino a ragioniere della “mala”. Per ipotesi, se la mafia italiana volesse offrire il suo know-how a quella cinese, da oggi è tutto più facile.

RIPULIRE SOLDI MAI ESPATRIATI. Se il denaro si trova in contanti in Europa, non c’è problema. Il Bravo Riciclato-re deve solo compilare un modulo di rimpatrio e consegnarlo alla banca entro 48 ore dal deposito dei soldi sul conto scudato. Il trattato di Schengen non era stato pensato per questo, ma pazienza. Se invece i soldi si trovano in un paese extra-Ue, la dichiarazione viene consegnata all’ufficio doganale al momento del passaggio della frontiera. É inutile dire che se il denaro si trova già in Italia perché magari è frutto di estorsione, traffico di droga e affini, e non si è avuto tempo o modo di farlo uscire prima, basta che il Bravo Riciclatore si presenti in banca con l’autocertificazione che i milioni provengono da un paese Ue e il gioco è fatto. Anche se i soldi non si sono mai mossi da Gela, per dire.

LO SCUDO PER I POLITICI. Se il Bravo Riciclatore è casualmente un politico corrotto che vuole scudare le tangenti, la nuova legge viene incontro anche a lui. Che, vogliamo mica discriminarlo? La circolare sancisce espressamente che le persone “politicamente esposte” residenti in Italia possono usufruire dello scudo fiscale nello stesso regime di segretezza di tutti gli altri. All’estero, almeno in Occidente, non funziona così. Anzi! Una volta scudate le somme, per il Bravo Riciclatore i rischi sono bassissimi perchè il conto è “secretato”. All’Amministrazione finanziaria è impossibile sapere se un individuo ha un conto corrente presso una certa banca. Le imposte infatti non sono pagate dalla persona che scuda (altrimenti ne rimarrebbe traccia e addio “Bella Italy”), ma dalla banca in qualità di sostituto. E in caso di verifica fiscale sul Bravo Riciclatore, la banca non deve rilasciare informazioni né sull’esistenza né sull’entità del conto scudato. Quindi, se non si è individuati espressamente come mafiosi o riciclatori, non si può essere beccati neanche da un controllo casuale sui redditi.

SI TORNA ALLE CAYMAN! Si possono usare i soldi scudati come meglio si crede e anche questa è una bella notizia per la “libertà di intraprendere” del Bravo Riciclatore. I milioni rimpatriati più o meno fittiziamente si possono investire in titoli, azioni e strumenti finanziari. Il bello è che a questo punto si può nuovamente mandarli all’estero. Se questa meraviglia la scoprissero in Germania, dove la ‘Ndrangheta ha già dato bella prova di sè, non ne sarebbero entusiasti. Insomma, il Festival internazionale del riciclaggio all’italiana è appena iniziato. Le porte delle banche non sono aperte. Sono spalancate per legge. E se il Bravo Riciclatore avesse ancora dubbi, alcuni istituti hanno anche messo a disposizione appositi call center. Neanche la Panama del mitico Manuel Noriega era arrivata a tanto.

da Il Fatto Quotidiano

Categories: Economia, Italia, Mafia, banche

Sta per arrivare la morte del dollaro?

Quasi a simboleggiare il nuovo ordine mondiale, gli Stati arabi hanno avviato trattative segrete con Cina, Russia e Francia per smettere di usare la valuta americana per le transazioni petrolifere.

Mettendo in atto la piu’ radicale trasformazione finanziaria della recente storia del Medio Oriente gli Stati arabi stanno pensando – insieme a Cina, Russia, Giappone e Francia – di abbandonare il dollaro come valuta per il pagamento del petrolio adottando al suo posto un paniere di valute tra cui lo yen giapponese, lo yuan cinese, l’euro, l’oro e una nuova moneta unica prevista per i Paesi aderenti al Consiglio per la cooperazione del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Abu Dhabi, Kuwait e Qatar.

Incontri segreti hanno gia’ avuto luogo tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali della Russia, della Cina, del Giappone e del Brasile per mettere a punto il progetto che avra’ come conseguenza il fatto che il prezzo del greggio non sara’ piu’ espresso in dollari. Il progetto, confermato al nostro giornale da fonti bancarie arabe dei Paesi del Golfo Persico e cinesi di Hong Kong, potrebbe contribuire a spiegare l’improvviso rincaro del prezzo dell’oro, ma preannuncia anche nei prossimi nove anni un esodo senza precedenti dai mercati del dollaro.

Gli americani, che sono al corrente degli incontri – pur non conoscendone i dettagli – sono certi di poter sventare questo intrigo internazionale di cui fanno parte leali alleati come il Giappone e i Paesi del Golfo. Sullo sfondo di questi incontri valutari, Sun Bigan, ex inviato speciale della Cina in Medio Oriente, ha sottolineato il rischio di approfondire le divisioni tra Cina e Stati Uniti in ordine alla loro influenza politica e petrolifera in Medio Oriente. “Le dispute e gli scontri bilaterali sono inevitabili”, ha detto all’Africa and Asia Review. “Non possiamo abbassare la guardia in merito all’ostilita’ che fronteggiamo in Medio Oriente sugli interessi energetici e la sicurezza”.

Questa frase ha tutta l’aria di una previsione pericolosa su una futura guerra economica tra Stati Uniti e Cina per il petrolio mediorientale – con il pericolo di trasformare i conflitti della regione in una lotta di supremazia delle grandi potenze. L’incremento della domanda di petrolio e’ piu’ marcato in Cina che negli Stati Uniti in quanto la crescita cinese e’ meno efficiente sotto il profilo energetico. Abbandonando il dollaro i pagamenti, stando a fonti bancarie cinesi, potrebbero essere effettuati in via transitoria in oro. Una indicazione della gigantesca quantita’ di denaro di cui si parla puo’ essere desunta dalla ricchezza di Abu Dhabi, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar che insieme hanno, stando alle stime, riserve in dollari per 2.100 miliardi.

Il declino della potenza economica americana strettamente connesso all’attuale recessione globale e’ stato riconosciuto dal presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick. “Una delle conseguenze di questa crisi potrebbe essere l’accettazione del fatto che sono cambiati i rapporti di forza economici”, ha detto a Istanbul prima delle riunioni di questa settimana del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Ma e’ stato il nuovo straordinario potere finanziario della Cina – non disgiunto dalla rabbia sia dei Paesi produttori che dei Paesi consumatori di petrolio nei confronti del potere di interferenza degli Stati Uniti nel sistema finanziario internazionale – a stimolare i recenti colloqui con i Paesi del Golfo. Brasile e India si sono mostrati interessati a far parte di un sistema di pagamenti non piu’ basato sul dollaro. Allo stato la Cina appare la piu’ entusiasta tra le potenze finanziarie, non fosse altro che per il suo gigantesco interscambio commerciale con il Medio Oriente. Le fonti finanziarie cinesi sono convinte che il presidente Barack Obama sia troppo occupato a rimettere in piedi l’economia americana per concentrarsi sulle straordinarie implicazioni della transizione dal dollaro ad altre valute nel volgere di nove anni. Al momento la data fissata per l’abbandono del dollaro e’ il 2018.

Gli Stati Uniti hanno fatto appena cenno a questo problema in occasione del G20 di Pittsburgh. Il governatore della Banca centrale cinese e altri funzionari da anni sono preoccupati per la situazione del dollaro e non ne fanno mistero. Il loro problema e’ che gran parte della ricchezza nazionale e’ in dollari.

“Questi progetti cambieranno il volto delle transazioni finanziarie internazionali”, ha detto un banchiere cinese. “Stati Uniti e Gran Bretagna debbono essere molto preoccupati. Vi accorgerete di quanto sono preoccupati dalla pioggia di smentite che questa notizia scatenera’”.

Alla fine del mese scorso l’Iran ha annunciato che le sue riserve in valuta estera saranno in futuro in euro e non in dollari. I banchieri ricordano, naturalmente, quanto e’ capitato all’ultimo Paese produttore di petrolio del Medio Oriente che ha tentato di vendere il petrolio in euro e non in dollari. Pochi mesi dopo che Saddam Hussein aveva comunicato la sua decisione ai quattro venti, gli americani e gli inglesi hanno invaso l’Iraq.

Robert Fisk da Indipendent

Bye bye dollaro – da Altrenotizie.org

Il mini dollaro e la locomotiva cinese – da Limes

FMI, finanza contro persone – da Altrenotizie.org

Italia: Debito pubblico record e -2,5% di entrate fiscali – da Corriere

Un “mare” d’affari: la privatizzazione dell’acqua in Italia

A cinque giorni fa risale l’entrata in vigore dell’ultimo provvedimento governativo in tema di privatizzazione dei servizi pubblici locali. Nella mattinata del 18 settembre scorso, il Consiglio dei Ministri approvava in via definitiva il decreto legge di applicazione degli obblighi comunitari europei. Tra le norme contenute nel decreto, l’obbligo di apertura al mercato privato per la fornitura dei servizi pubblici locali. Di tutti i servizi di pubblico interesse. Servizio idrico compreso.

La strada è ormai segnata per i sostenitori del criterio “acqua bene pubblico”: il mantenimento pubblico dei servizi idrici locali sta giungendo alla sua fine. A breve tutti gli enti comunali e regionali dovranno predisporre tutte le misure necessarie per garantire ai privati la fornitura del servizio dell’acqua corrente.

I tanti detrattori della logica liberista applicata alle risorse naturali sperano in una possibile, miracolosa, sostanziale modifica in questi giorni durante la discussione parlamentare del provvedimento (che in quanto decreto legge richiede l’approvazione entro 60 giorni dalle due camere).

Sperano in un possibile successo di qualche emendamento “pubblicizzatore” da parte delle opposizioni. Una speranza del tutto infondata, dal momento che in Parlamento in passato, in un passato molto recente, si è raggiunta una formidabile unanimità proprio sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, a dispetto dei proclami di piazza fatti da Italia dei Valori e Lega Nord.

L’intero Parlamento è, nei fatti, favorevole all’apertura del servizio idrico al mercato. Lo ha stabilito con chiarezza poco più di un anno fa, nel luglio 2008. Alle camere era in discussione il decreto-legge 112, il collegato alla Finanziaria famoso per i numerosi tagli operati a danno di tribunali, forze dell’ordine, scuole, ospedali e università. Al suo interno spiccava l’articolo 23-bis, l’articolo che imponeva, per la prima volta in Italia, l’apertura ai mercati e alle gare d’appalto per privati per la fornitura dei servizi locali di pubblico interesse (trasporti, acqua, rifiuti ed altri ancora).

La formulazione originaria dell’articolo imponeva, senza alternative, l’apertura di gare d’appalto per le aziende private. Fu solo grazie al provvidenziale emendamento del leghista Fugatti se fu concessa, ma solo in condizioni eccezionali e previa motivazione che ne dimostrasse l’impossibilità di affidare il servizio ai privati, la gestione di tali servizi pubblici locali in house, ovvero alle ditte pubbliche municipalizzate o a ditte con capitale misto pubblico-privato.

Le opposizioni formularono un solo emendamento di contrasto durante la discussione in Commissione Bilancio: una proposta a firma dell’onorevole Linda Lanzillotta (Partito Democratico) che ricalcava nella sostanza l’articolo proposto del governo, ma che escludeva dalle assegnazioni senza gara d’appalto le ditte a capitale misto. Nessun emendamento per escludere il servizio idrico dalla privatizzazione, nessun emendamento che garantisse la gestione pubblica dell’acqua. Ma solo un emendamento tecnico e che ricalcava, interamente, la logica privatizzatrice del governo.

L’emendamento Lanzillotta fu bocciato dalla maggioranza di governo. Ma fu approvato da PD, UDC e, sorprendentemente, dall’Italia dei Valori. Era il 13 luglio 2008.

da Alessandro Tauro blog

Acqua privatizzata, affari d’oro: 5,8 miliardi nelle tasche di chi? – da Arcoiris.tv

L’Italia scudata senza opposizione

2 Ottobre 2009 alessandroingegno 1 commento

Via libera definitivo della Camera al decreto correttivo del dl anti-crisi che comprende, tra l’altro, le contestate norme sullo scudo fiscale. I sì sono stati 270 e i no 250. In pratica si tratta di un’approvazione ottenuta con solo 20 voti di scarto. Ciò significa che, se l’opposizione fosse stata al completo, il provvedimento non sarebbe passato. Sono 279 infatti i deputati che non appartengono ai gruppi del Pdl e della Lega.

La maggior parte delle assenze si registrano nel Pdl (213 presenti su 269 appartenenti al gruppo) ma subito dietro c’è il Pd (22 i deputati che non hanno partecipato al voto. I big, però, c’erano tutti). Ed ancora 6 su 37 sono i deputati dell’Udc assenti. Uno solo tra le file dell’Idv.

In mattinata sono state le parole di Francesco Barbato, deputato dell’IdV, a scatenare la lite in aula e la sospensione della seduta. L’esponente dipietrista ha infatti accusato la maggioranza e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di essere dei “mafiosi”.

da Repubblica.it

Non necessariamente lo scudo fiscale servirà a fare tornare i capitali in Italia, perché il rimpatrio è obbligatorio solo se le somme sono presso paradisi fiscali. In ogni caso, il gettito raccolto è una tantum e non potrà finanziare interventi permanenti. Ma il timore è che i capitali rientrati grazie allo scudo non appartengano a piccoli evasori intenzionati a rifinanziare la propria impresa in difficoltà. Potrebbero invece essere di grandi organizzazioni mafiose che ottengono così denaro pulito per le loro attività economiche, compresa l’acquisizione di imprese in difficoltà. (…)

Un’amnistia di fatto dietro lo scudo fiscale – da Lavoce.info

L‘FMI: provvedimento disperato

Scudo fiscale: come evitare che aiuti le mafie – da Il Fatto quotidiano

Scopri chi sono i 32 dipendenti infedeli

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Lo scudo fiscale di Tremonti

Intervista all’economista della Bocconi e di Lavoce.info Tito Boeri sul grave condono del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Lo scudo fiscale distrugge la credibilità dello stato”

Questa è una legge incivile, ma credo che Napolitano abbia già fatto quello che poteva evitando gli venisse presentata in una forma anche peggiore di quella attuale», dice al “Fatto” il professor Tito Boeri, economista della Bocconi e animatore del sito lavoce,info.

C’era bisogno di fare uno scudo fiscale per portare in Italia i capitali degli evasori?

Con lo scudo un po’ di capitali rientreranno ma molti ne usciranno. Perché chi ha portato i soldi fuori e non ha pagato le tasse viene premiato e quindi continuerà a farlo. Approvare un condono significa preparare il terreno per i successivi, perché si riducono gli incentivi dei contribuenti ad avere un corretto rapporto con il fisco. E questo è ancora più grave perché in campagna elettorale Tremonti aveva promesso in televisione, davanti agli italiani, che non ci sarebbero più stati condoni dopo quelli varati nei precedenti governi Berlusconi.

Quindi chi ci guadagna sono solo gli evasori che, pagando il cinque per cento della somma da rimpatriare possono mettersi in regola con il fisco?

Sì, è un regalo. Lo scudo, per come è stato strutturato, si configura come una vera e propria amnistia per molti reati societari. Anche in questo è diverso dalle misure che sono state adottate in altri Paesi, come gli Stati Uniti e Gran Bretagna, dove il rimpatrio dei capitali sottratti al fisco è fino a dieci volte più costoso che in Italia ed è accompagnato da operazioni di trasparenza che costringono gli evasori a rivelare la propria identità e come hanno nascosto i capitali. Una “disclosure” che serve a impedire che in futuro le stesse persone (e altre) commettano gli stessi reati. Da noi c’è l’amnistia, l’anonimato e ce la si cava pagando il 5 per cento. Un vero incoraggiamento a delinquere.

Ammettiamo che Tremonti abbia ragione e che all’erario servano con urgenza soldi freschi. C’erano altri modi per trovarli?

C’è sempre la possibilità di riallocare la spesa pubblica senza fare regali agli evasori. L’Europa in questo momento non ci assilla per recuperare 5 miliardi (questo sarebbe, nella migliore delle ipotesi, il gettito dello scudo) per non sforare i vincoli. L’Unione e i mercati ci chiedono di rendere il nostro debito pubblico sostenibile. Ciò che li preoccupa da questo punto di vista è l’abbassamento della guardia dal lato delle entrate compiuto da questo governo, con lo smantellamento di molti controlli. Gli annunci estivi della guardia di finanza e i procedimenti contro nomi noti sono stati mera propaganda. La verità è che ci sono state direttive ministeriali per ridurre i controlli fiscali e quelli sui contributi sociali. Non è credibile che si debbano aspettare le entrare dello scudo per ridurre le tasse sul lavoro. Perché non si sono utilizzati per questo i 12 miliardi risparmiati con l’abbassamento dei tassi di interesse sui titoli pubblici? Non è certo facendo regali agli evasori – e alle banche che riceveranno questi capitali – che si esce dalla recessione. (…)

Tremonti le risponderebbe che c’è la crisi e non si poteva fare una politica economica più ambiziosa senza causare dissesti irreparabili nella finanza pubblica.

Questo non è corretto. L’Italia aveva la possibilità di fare manovre anticicliche e in disavanzo. Ma non le ha fatte. E il risultato è che il nostro paese sta facendo peggio degli altri pur non avendo vissuto crisi bancarie e bolle immobiliari. Misure come lo scudo fiscale peggiorano i conti pubblici perchè riducono in modo permanente la credibilità del fisco e della sua capacità di raccolta.. Come dimostrano i risultati di misure analoghe varate in passato da Berlusconi. I condoni rendono quindi il problema del debito pubblico strutturalmente più grave, perché viene percepito come più rischioso.

da Il Fatto quotidiano

Scudo fiscale? Qualcuno dice no: Banca Etica – da Soldionline.it

Famiglia Cristiana: “Tremonti? Il furbetto del governino” – da Corrispondenti.net

Siamo un paese off-shore – da Il Fatto quotidiano

questionediscudo

Eco towns: in Inghilterra nascono le cittadelle ecologiche

In Inghilterra il governo ha stanziato circa 200 milioni di sterline, l’equivalente di 280 milioni di euro, per il progetto “Eco-towns”. Si tratta di quattro cittadelle che saranno composte ognuna da 2500 case a consumo zero grazie all’utilizzo delle ultime tecnologie sul risparmio energetico.

Per costruire un futuro sostenibile è necessario iniziare da ora a programmare e ad investire, consapevoli del fatto che ogni nostra scelta che facciamo nel presente condiziona, in positivo o in negativo, il nostro domani. Ed è proprio ciò che sta avvenendo in Inghilterra per la costruzione delle “Eco-towns”. Nell’articolo “Le nostre case saranno le centrali energetiche del futuro” avevamo già discusso della necessità di un ripensamento nella costruzione degli edifici verso i criteri della bioarchitettura, tassello fondamentale per la lotta al global warming. E avevamo sottolineato anche la mancanza di politiche e di scelte adeguate in Italia. Per questo motivo può essere utile riportare l’ennesimo esempio pratico di bioarchitettura, che fa dell’efficienza energetica la sua colonna portante, proveniente dalla Gran Bretagna.

In Inghilterra infatti il governo ha recentemente stanziato circa 200 milioni di sterline, l’equivalente di 280 milioni di euro, per il progetto “Eco-towns”. Si tratta di quattro cittadelle, il cui concept si avvicina molto a quello delle Ecol-city, che saranno composte ognuna da 2500 case a consumo zero grazie all’utilizzo delle ultime tecnologie sul risparmio energetico. La data di ultimazione delle prime case è prevista per il 2016.

Ma quali sono le caratteristiche delle Eco Towns? Tra le più interessanti sottolineiamo la possibilità di ricaricare ovunque le auto elettriche, i punti di bike sharing installati ad ogni angolo delle strade, trasporti pubblici efficienti e rigorosamente ecosostenibili. L’obiettivo del governo britannico, come spiega la stampa inglese, è quello di fornire attraverso queste Eco-towns un esempio, un modello di vita sostenibile da imitare, a tutti i cittadini britannici, e non solo. Non sono mancate ovviamente le proteste, provenienti da più parti della società inglese, contro questo progetto: alcune associazioni locali si sono dette preoccupate per la costruzione di queste cittadelle che sarebbero isolate da altri contesti urbani per via della carenza di adeguate vie di comunicazione stradali; altri hanno invece protestato per paura delle conseguenze negative che potrebbe avere sulla fauna questa ulteriore urbanizzazione a cui verrebbero sottoposte le campagne inglesi. Proprio a causa di queste proteste giunte da più parti il governo ha dovuto limitare il proprio ambizioso progetto che, in un primo momento, prevedeva la costruzione di ben 10mila case ex novo.

Sicuramente le politiche governative britanniche risulteranno più efficaci rispetto a quelle di casa nostra in tema di bioedilizia e nuove costruzioni. Mentre il governo Brown stanzia fondi per progetti centralizzati che guardano al futuro e alla tutela dell’ambiente, aiutando in questo modo anche l’economia a rialzarsi dopo il duro colpo dovuto alla crisi, in Italia il recente piano casa, poi rinominato “piano per il rilancio dell’attività edilizia”, ha semplicemente “giustificato” un aumento della volumetria delle case del 20%, delegando però ad ogni regione la scelta sugli interventi possibili, sulle modalità e sugli incentivi, rendendo così disomogeneo l’intero progetto nazionale con l’effetto di generare confusione.

Purtroppo la mancanza di una politica unitaria nazionale in materia, attraverso la quale si sarebbe potuto imporre alle regioni decise conditio sine qua non a tutela dell’ambiente, rende tutto molto troppo complicato, e ci rende sicuramente in una posizione arretrata rispetto alla programmazione centralizzata di medio termine del governo britannico.

Alessandro Ingegno

da Yeslife.it

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