E’ il ritorno alle leggi razziali? Così sembra. Mancava solamente qualcuno che si assumesse la responsabilità di fare da apripista. Ed eccolo lì: Enzo Bortolotti, sindaco di Azzano Decimo, provincia di Pordenone.
Prima ancora della Regione Friuli dove una analoga richiesta della Lega giace nei cassetti, ad Azzano è pronto a partire il “censimento islamico”. Occhio: non un censimento sugli stranieri residenti in paese. E nemmeno uno studio sulla nazionalità degli immigrati. Quel che il Comune di Bortolotti punta a realizzare è un censimento sulla religione. E non una a caso. L’Islam.
Qualcuno potrà domandarsi: si può? È possibile censire la popolazione in base alla religione? Gli orientamenti religiosi non sono forse protetti dalla privacy? Non c’è il rischio di attuare una discriminazione? Checché ne dica l’opposizione («Uno scandalo, successe così anche nel ’38 con le leggi razziali», tuona Roberto Innocente della civica Azzano Sì), la risposta è: ad Azzano evidentemente si può.
Ad Azzano Decimo la richiesta di un censimento islamico è stata ritenuta così pertinente da parere quindi legittima, tanto che è stata tranquillamente iscritta all’ordine del giorno del prossimo consiglio comunale. Punto numero 9 dell’assemblea consiliare convocata per la sera di giovedì 12 novembre nella sala ex-Enal di Tiezzo: “Mozione presentata dal gruppo consigliare Lega Nord inerente la proposta di censimento delle persone appartenenti alla religione islamica presenti nel territorio comunale”. Occhio: in Regione il Carroccio ha tentato, finora invano, di fare lo stesso: il 17 settembre, in pieno scalpore per l’omicidio di Sanaa Dafani (la ragazza di origini marocchine sgozzata dal padre perché amava un italiano), è stata presentata una interrogazione chiedendo «una mappatura per stabilire dove siano insediate le comunità musulmane e in particolare quelle legate alle correnti integraliste e fondamentaliste».
La sentenza della Corte Europea, che accoglie il ricorso di una madre italiana originaria della Finlandia, non lascia ombre interpretative. La presenza della croce nelle aule scolastiche rappresenta una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le proprie convinzioni e una pesante discriminazione della libertà religiosa dei ragazzi. Il Parlamento italiano, quasi unanime, è insorto. Non solo i soliti cattolici alla Buttiglione, ma anche i paladini delle teorie più modaiole dell’integrazione e del multiculturalismo. Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, parla di laicismo deteriore. Bersani, neo segretario del PD, scomoda addirittura una lezione sulla conflittualità accademica tra il diritto e il buonsenso, contraddizione in cui saremmo incappati, secondo lui.
La reazione italiana e il pronto ricorso sono i sintomi evidenti di uno strumentale utilizzo ora della religione ora della laicità e della smania, questa davvero pericolosa, di seppellire i fondamenti inequivocabili che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa, quindi – mutatis mutandis – tra la scuola pubblica e i principi della Costituzione italiana. Per chi l’avesse dimenticato, la religione cattolica, indubbiamente rappresentativa di cultura e tradizioni nazionali, non è più religione di Stato dalla revisione dei Patti Lateranensi del 1984. E, a chi fosse digiuno di catechismo, sarà bene ricordare che la croce non è semplicemente anzi non è affatto il simbolo di una cultura o di un folclore nazionale.
Alla CEI, che si adira della sentenza, non andrebbe giù un’interpretazione di questo tipo. La croce è tutta la mistica della religione cristiano-cattolica. Il centro della dogmatica e dei pilastri della fede. La croce non è uguale all’icona di Gesù di Nazareth. La croce è Cristo, un chiaro simbolo di fede. Ciò su cui si dirime, non a caso, attraverso sottili sfumature teologiche, la differenza tra le diverse chiese cristiane.
A quale tradizione e cultura da tutelare si riferisce il Ministro Gelmini? Alle meraviglie dell’arte sacra che rendono l’Italia regina di bellezza? Al patrimonio inestimabile della croce rappresentata nelle nostre chiese e nelle innumerevoli opere d’arte? Oppure si riferisce alle processioni, ai riti, ai costumi anche inconsapevoli che la nostra tradizione ha ereditato e assorbito? Peccato che tutto questi non c’entri con i crocifissi appesi sopra le cattedre o con il rito delle preghiere che si celebravano un tempo a fine lezione.
Insomma sarebbe opportuno decidere da quale parte stare, sempre. E non di volta in volta assecondare la teoria che più piace e più procura consensi. La laicità di un paese che si candida a sostenere l’integrazione come unica via di un multiculturalismo pacifico non può diventare ora una teoria, ora il suo esatto opposto. Non esistono interpretazioni controverse. La croce non è solo cultura, ma un richiamo esplicito a una fede particolare che non può accampare visibilità e dominio maggiore di altre solo perché corrisponde anche ad una tradizione. L’errore di questo slittamento, che al Parlamento italiano piace molto, è quello che ha permesso all’Europa di bocciare la nostra visione ridicola del laicismo svelata per quello che è: un dominio all’italiana.
E’, ancora una volta, un’elementare questione di metodo, a fare la differenza. Quella stessa croce, tolta dal muro e portata al collo, non è più elemento di dominio, o richiamo alla supremazia di una fede attraverso la maschera della cultura. In quello spostamento sta l’unica possibilità che nella scuola, i figli di tutti, a partire dalle diverse educazioni e convinzioni, imparino a riconoscere la differenza e a rispettarla. Questo ci aspetteremmo dalla scuola di uno Stato laico. Non un crocefisso per ricordare al bambino musulmano, a quello ateo o al buddista tutto quello cui lui non ha diritto. Nemmeno un simbolo per le sue tradizioni e per il suo dio.
Non è con il pretesto di un simbolo imposto nelle aule di tutti e dello Stato che torneranno a riempirsi le chiese. Non crederà la CEI che facendo di dio la bandiera di questo Paese verranno rimessi i peccati di certa politica. Tutti quelli fatti contro gli ultimi e i bisognosi. E non era questo il monito di un innocente messo in croce dal potere degli uomini? Ma del resto è lontano da questa morale il fuoco che agita gli animi del Parlamento, loro parlano di tradizione. E’ così che una scappatoia per la coscienza rimane sempre. In chiesa e davanti ai cittadini.
Solamente una settimana fa il Congresso degli Stati Uniti aveva approvato il progetto di legge sull’omofobia, chiamato Matthew Shepard and james Byrd, Jr Act, in memoria di due vittime dell’odio omofobico.
Adesso quella legge entra in vigore, dopo la firma del presidente Obama, che in una conferenza stampa ha rivendicato il valore di questa norma, come uno strumento per aumentare l’uguaglianza e creare una società più unita e solidale. L’esatto opposto di ciò che hanno sostenuto la destra italiana e l’Udc quando hanno cancellato la proposta di legge sull’omofobia.
Le associazioni lgbt americane esultano per questa approvazione; e fanno bene! È la prima volta, infatti, che una legge federale tutela le persone lgbt e riconosce un diritto alla sicurezza per le persone transgender. In base a questa nuova norma, i crimini motivato dall’odio omofobico o transfobico diventano crimini federali e sono perseguiti direttamente dal dipartimento della Giustizia, senza più passare attraverso le polizie locali e gli sceriffi, che troppo spesso hanno chiuso un occhio, e persino due, sui delitti in cui le vittime erano gay lesbiche o trans.
Il predecessore di Obama, George W. Bush, aveva minacciato di veto qualsiasi iniziativa legislativa di questo tipo, che non piace agli ambienti religiosi più conservatori. C’è il timore infatti che la legge possa essere sfruttata per condannare chi pronuncia discorsi contrari all’aborto o all’omosessualità.
L’Agenzia italiana del farmaco ha dato il via libera alla pillola abortiva senza aspettare l’esito dell’indagine conoscitiva in corso al Senato. Oggi il Consiglio di amministrazione dell’Aifa ha dato mandato al direttore generale Guido Rasi per la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio del Farmaco Mifegyne (Mifeprostone), prodotto dalla ditta Exelgyne, la pillola abortiva Ru486, “dopo aver espletato gli adempimenti previsti”.
L’Aifa ha sottolineato che il percorso seguito “è stato assolutamente rispettoso dell’iter procedurale previsto dall’Emea (l’Ente regolatorio europeo) per il mutuo riconoscimento di un farmaco, verificandone efficacia, sicurezza e compatibilità con le leggi nazionali nel rispetto e a tutela della salute della donna“. Dopo uno scrupoloso iter di verifiche scientifiche, tecniche e legislative che, ha sottolineato l’agenzia, “ha richiesto molto tempo, sono state disposte restrizioni importanti all’utilizzo del farmaco, al solo fine della massima tutela della salute del cittadino, compito primario dell’Agenzia”.
La pillola abortiva, tra i paesi europei, è in commercio: in Francia (dal 1988), Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Lettonia, Norvegia, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria. E’ in via d’approvazione in Italia, Portogallo e Romania.
Si può essere favorevoli o contrari alla pratica dell’aborto ma, in virtù di una realtà che esiste da sempre, sta per concludersi una vera e propria battaglia civile per il riconoscimento di un diritto per le donne.
Purtroppo già immaginiamo le delicate e rispettose dichiarazioni di guerra dei paladini delle libertà (proprie).
Non sono bastati i 50.000 in piazza a Roma lo scorso sabato. Non sono bastati i continui episodi di violenza omofoba. Non è bastata nemmeno l’apertura di uno come Gianni Alemanno. La Camera è riuscita a spazzar via mesi di mobilitazione, rigettando il disegno di legge sull’omofobia elaborato dalla deputata Pd Anna Paola Concia e controfirmato dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro.
Nonostante il testo fosse già passato in Commissione Giustizia lo scorso 2 ottobre, l’assemblea di Montecitorio ha votato l’incostituzionalità del provvedimento, approvando la mozione pregiudiziale dell’Udc secondo cui il provvedimento andrebbe a violare l’articolo 3 della Costituzione, quello che per intenderci rende tutti gli italiani uguali di fronte alla legge.
Con 285 voti a favore, 222 contrari e 13 astenuti, il testo che andava a modificare l’articolo 61 del codice penale, inserendo tra le aggravanti dei reati i fatti commessi “per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”, è stato definitivamente cancellato. Se quindi un nuovo provvedimento contro l’omofobia sarà mai riscritto, dovrà essere un disegno di legge nuovo di zecca e dovrà ricominciare da zero il suo lento e faticoso iter parlamentare.
La querelle sulla proposta era cominciata tempo addietro, con le solite prese di posizione teodem che volevano fuori dalla rosa dei beneficiari di questa legge i transessuali e i transgender ma, nonostante le limature che la firmataria era stata costretta a compiere per il quieto vivere istituzionale, un gruppo di otto parlamentari del Pdl (Alfredo Mantovano, Maurizio Lupi, Isabella Bertolini, Maurizio Bianconi, Barbara Saltamartini, Alessandro Pagano, Raffaello Vignali e l’agente betulla Renato Farina*) consegnava alla stampa un documento in cui spiegava le ragioni del “no” sulla base del principio di uguaglianza.
Secondo costoro, infatti, “attribuire una specifica e più energica tutela penale all’orientamento sessuale della persona offesa dal reato significa attribuire all’orientamento omosessuale (l’unico orientamento sessuale che lamenta discriminazioni) non un valore in sé positivo, ma un valore maggiormente positivo rispetto ad altri motivi discriminatori, non previsti dall’ordinamento”. Da queste mosse lo spunto dell’Udc, appoggiato da Lega e Pdl, per chiedere il rinvio del testo – con conseguente ritocco – in Commissione Giustizia e, una volta bocciata la mozione (con Pd e Idv che votano affinché la legge rimanga alla Camera), per intentare la pregiudiziale d’incostituzionalità al testo.
La votazione che ne è conseguita ha spaccato in due sia maggioranza che opposizione. Se nel Pd ci mette lo zampino la solita Paola Binetti, per il Pdl le defezioni sono illustri e riguardano quell’ala di influenza finiana – vedi Bocchino, la Moroni e Urso – che ancora prova a dialogare con l’opposizione. Secondo “Farefuturo”, l’associazione presieduta dal presidente della Camera, la legge sull’omofobia si sarebbe dovuta infatti approvare all’unanimità in quanto “poteva essere una bella occasione per una legge condivisa e necessaria”.
Ma questa legge, più che una splendida occasione di conciliazione politica, doveva rappresentare un salto di qualità giuridica rispetto alle convinzioni ataviche e pregiudizievoli che ancora oggi attanagliano la legislazione italiana. In più di una circostanza l’Unione Europea ha ammonito l’Italia sul fatto che non esistessero tutele legali consone alla condizione di emarginazione e intolleranza cui sono quotidianamente sottoposti gli appartenenti al mondo lgbt (lesbo-gay-bi-trans), invitando così le Camere a sopperire al vuoto legislativo e ad allinearsi con tutti gli altri Paesi aderenti all’unione.
Gli episodi di violenza intimidatoria che nei giorni scorsi si sono susseguiti all’interno della capitale, come l’attentato incendiario alla discoteca queer “Qube” o i continui pestaggi perpetrati ai frequentatori di quella che viene impropriamente chiamata Gay street, avevano poi contribuito in modo positivo al dibattito sulle ragioni della deputata Concia e dell’universo che lei, in quanto lesbica dichiarata, rappresenta al meglio.
L’annientamento del disegno di legge mono-comma, oltre a buttare a mare 13 mesi di discussioni parlamentari e 21 riunioni tra Commissione Giustizia e Affari Costituzionali, esautora quindi ufficialmente dalla responsabilità sociale per quella che a tutti gli effetti è una minoranza a rischio. Gli omologhi di Svastichella sentitamente ringraziano.
*autore di questa dichiarazione: “Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere gradazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?” da Il fatto quotidiano
I cittadini di Bundanoon, in Australia, vogliono dimostrare che i problemi globali si possono risolvere con soluzioni locali. E quindi da domenica è vietata la vendita di acqua minerale in bottiglie di plastica. Decine di fontanelle, collocate nelle strade principali e nelle scuole, offriranno acqua potabile e gratuita, scrive il New Zealand Herald. Le vecchie bottiglie di plastica lasceranno il posto a nuovi contenitori reciclabili, decisamente meno inquinanti, che sono già disponibili nei negozi e potranno essere riempite direttamente dai rubinetti.
In questo modo, la comunità locale si è voluta schierare contro il progetto di costruire un impianto per l’estrazione di acqua vicino alla cittadina: la preziosa risorsa doveva essere prelevata e trasportata a Sydney, da dove avrebbe fatto ritorno in bottiglie di plastica trecento volte più care.
Infatti, come ricorda il Sydney Morning Herald, il 96 per cento del costo di ogni bottiglia è rappresentato dalla confezione, dal tappo, dall’etichetta e dal trasporto. E secondo uno studio del governo australiano del New South Wales, l’industria delle acque minerali ha emesso circa 600 tonnellate di gas serra nell’atmosfera solo nel 2006.
Bundanoon è la prima città al mondo a far entrare in vigore un provvedimento così drastico e sarà ricordata anche per l’unanimità della scelta: solo due persone si sono opposte e di queste una è il direttore dell’Istituto nazionale delle acque minerali.
Alcuni sono curiosi, altri invece non vedono l’ora di spalmarsi sulla spiaggia e fare spese al duty-free. Sono due tipi di viaggiatori completamente diversi. Spesso i secondi hanno le risorse per spostarsi ma il loro orizzonte non va oltre i panorami pre-confezionati di Las Vegas e Disney World.
Per me viaggiare è sinonimo di imparare perchè. come ha detto Mark Twain, “il viaggio è fatale al pregiudizio e al bigottismo”. Se tutti gli americani fossero obbligati a visitare altri Paesi prima di votare gli Stati Uniti si adatterebbero meglio a un pianeta sempre più interconnesso. Per ottenere il meglio dai viaggi dobbiamo uscire dalla nostra comfort zone. Allora il viaggio comincia a diventare un atto politico. Perchè la paura è sempre stata una barriera. E la storia è piena di leader che manipolano i timori della gente per distrarla, ingannarla e indebolirne la libertà di scelta. Se vuoi vendere armi alla Colombia, basta esagerare la minaccia del narcotraffico. Se l’obiettivo è costruire un muro che separi Messico e Stati Uniti, basta creare allarme attorno all’immigrazione illegale. Viaggiando sono diventato scettico, ho capito che il rovescio della paura è la conoscenza, e che non tutti coltivano gli stessi sogni. Così in El Salvador, dove la gente non sogna due auto con relativi box, veniamo a contatto con la globalizzazione vista da un Paese povero. In danimarca osserviamo la gente pagare tasse altissime e aspettarsi ottimi servizi in cambio. Turchia e Marocco sono finestre aperte sull’Islam moderato. Visitarli bilancia una copertura mediatica dominata da notizie su estremisti e attacchi terroristici. Così come venire a contatto con le ferite fisiche e psicologiche lasciate da una guerra nell’ex Jugoslavia, spinge alla riflessione sui conflitti e verso il pacifismo. Ma il viaggio diventa un vero atto politico solo quando, tornati a casa, mettiamo a frutto la nuova prospettiva globale. Ecco che cosa si può fare: condividere con gli amici le esperienze, anche quelle scomode e poco gradevoli. Dopo aver osservato tendenze allarmanti in altri Paesi – la violazione della separazione tra Stato e Chiesa o la perdita delle libertà civili – chiediti che cosa succede nella società in cui vivi. Fai una ricerca sulla cause che ti interessano a livello locale. Diventa attivo. Se non avessi visto le baraccopoli di Istanbul non mi sarei occupato dei senza casa della mia città. Da quando ho studiato gli effetti del pragmatismo olandese e svizzero verso la tossicodipendenza, mi impegno a promuovere una riforma delle politiche antidroga negli States. Perchè i viaggiatori vedono il mondo come dervisci rotanti: un piede è ben piantato sulla terra d’origine, mentre con l’altro toccano la diversità del mondo.
Nella stessa giornata arrivano due segnali forti ma di segno opposto, per i cittadini consumatori, dal governo centrale. Il primo è l’appello del presidente del consiglio a consumare di più: “Non c’e’ alcuna ragione di cambiare abitudini di consumo. I cittadini devono tornare a consumare come in passato” e riprendere “lo stile di vita precedente, rialzando i consumi”.
Il secondo segnale, invece, va nella direzione opposta: un nuovo rinvio al riconoscimento di quei diritti che per i cittadini consumatori dovrebbero essere il minimo sindacale e che negli altri paesi occidentali sono ampiamente riconosciuti da tempo. Sto parlando dell’ennesimo slittamento (il terzo da quando il governo di destra è in carica) dell’entrata in vigore della class action. Il testo del decreto fiscale approvato questa mattina dal consiglio dei ministri non contiene l’attesa nuova norma dell’entrata in vigore della possibilità di azione collettiva dei consumatori nei confronti delle aziende.
La class action era stata introdotta dal governo Prodi all’interno del decreto Bersani nel 2007, ed è lo strumento migliore con cui i cittadini possono essere tutelati e risarciti dai torti delle aziende e delle multinazionali, in quanto la relativa sentenza favorevole avrà poi effetto o potrà essere fatta valere da tutti i soggetti che si trovino nell’identica situazione dell’attore.
L’ipocrisia di questo governo non ha fine. Si fanno esclusivamente gli interessi dei “poteri forti” appellandosi poi ai cittadini per sostenere l’economia, che in periodi di crisi economica significa fare sacrifici, senza che a questi siano concessi diritti e tutele alcune. Viva il popolo delle loro libertà.
Forse ci siamo. Se la nuova politica italiana sul respingimento alla frontiera dei clandestini provoca un vespaio di polemiche, allora significa che la cuccagna è davvero finita e il buonismo è arrivato al capolinea. (…)
«Così come sono stati sconfitti gli scafisti dell`Albania, mi impegno a fermare i barconi che arrivano dalle coste africane. Non dipenderà solo da me; ho bisogno della collaborazione della Libia». Per alcuni mesi, l`idea fissa del ministro Maroni era questa. «Non retrocederò di un millimetro. Ho già messo in conto qualsiasi tipo di attacco politico. Ma siamo nel giusto, questo è quello che la gente chiede al governo».
Le polemiche infatti non sono mancate. Gli hanno detto di essere razzista, di non avere cuore, di solleticarela pancia delle persone. C`è chi lo ha paragonato a un cane ringhioso.
«Vado avanti, non importa. I nuovi schiavisti devono capire che in Italia la politica è cambiata, e che non accetteremo più il ricatto dei barconi» .
Era chiaro da fine dicembre che Maroni avrebbe puntato quasi tutta la posta sulla questione immigrazione clandestina. Almeno sotto il profilo della comunicazione.
La polizia e le forze dell`ordine infatti stanno piazzando una serie di colpi nella lotta alle mafie italiane di tutto rispetto, eppure i riflettori di stampa e tv sono tutti puntati sulla questione immigrazione. Il ministro lo sa bene: questa è la sfida che il ministro col fazzoletto verde nel taschino deve vincere radicalmente.
La mera gestione dei rimpatri non è la mossa del cavallo.
Non restava che puntare sull`accordo con la Libia, un accordo dove si può vincere o perdere tutto a seconda delle reali intenzioni del governo di Tripoli. Per dirla fuori dai denti, a seconda del tornacon- to di Gheddaffi. Speriamo che du- ri.
I respingimenti di questi giorni sono la prova che l`accordo col Colonnello è l`unica strada possibile per una soluzione radicale. Ha un costo elevato? Mandiamo giù il boccone e apriamo il portafogli se non vogliamo risultati solo omeopatici.
Per ora, dicevamo, la strategia funziona, tant`è che ha scatenato reazioni a catena come mai era successo prima d`ora.
«Il ministro esegue accordi siglati dame». Le parole di Berlusconi dall`Egitto sigillano a doppia mandata l`azione del governo. Come a dire, questa è la linea dell`esecutivo.
Maroni non si muove da solo, Maroni si muove nella piena copertura del governo.
Chi si aspettava una mezza marcia indietro del premier dopo la risposta sul Paese multietnico, è rimasto deluso. Berlusconi non solo ha “coperto” il proprio ministro, ma ora tenta in qualche modo di superarlo a destra. I barconi che salpano verso il nostro Paese – ha aggiunto il Cavaliere – «non sono fatti occasionali ma il frutto di un`organizzazione criminale», all`interno vi sono persone che «sono reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminalv>.
Parole importanti che delineano una inedita linea del Piave dalla quale non si può indietreggiare.
Berlusconi schiera se stesso e il governo su quelle politiche di “tolleranza zero” e nello stesso tempo si prende in carico ogni critica, presente e futura.
Perché il premier ha deciso di esporsi sulla stessa linea del proprio ministro? Primo, perché è consapevole dell`ampio consenso che la linea dura di Maroni (cui va riconosciuta la testardaggine nel perseguire il risultato quando tutti gli altri invitavano alla prudenza) sta dando all`esecutivo e alla Lega.
Secondo, perché la maggioranza degli italiani chiede risultati veri sul fronte immigrazione clandestina.
Terzo – e più importante – perché nessuna politica sui flussi migratori può prescindere dal controllo delle frontiere. Fintanto che saran no i trafficanti di nuovi schiavi a decidere e condizionare le quote d`ingresso, mai e poi mai si potrà ottenere una vera integrazione.
La linea dura paga, esattamente come pagò ai tempi dell`esodo dall`Albania. Dieci anni fa gli albanesi erano considerati un pericolo, oggi le statistiche dimostrano che ad una riduzione di ingressi è corri sposta una buonissima integrazione.
E tutta una questione di numeri sostenibili.
Ora che il premier ha sposato integralmente la linea di Maroni, deve fare un fischio a quanti dei suoi nel PdL temono le tirate d`orecchie della Chiesa. Il tempo delle imboscate e dei distinguo deve considerarsi un male di stagione esaurito.
La dichiarazione del presidente del Senato è un buonissimo segno:
con i respingimenti in mare, l`Italia sta esercitando un proprio diritto.
Con le sue dichiarazioni, Berlusconi ha spostato ben in là il limite d`azione. I la detto sì al reato di immigrazione clandestina. E implicitamente ha ammesso che il termine di trattenimento nei centri per l`indentificazione va alzato.
Se Gheddafi e Berlusconi mantengono le posizioni finalmente la finiremo di essere il gruviera dell`Europa. Vedrete se i primi ad applaudire non saranno gli immigratiper bene, regolarmente in Italia.
di G.PARAGONE
da Libero
Questa la posizione del quotidiano Libero, di V.Feltri. Ma che dire delle parole, accompagnate da lacrime, con cui lo stesso Berlusconi che adesso si dichiara contro un’Italia multietnica, commentava turbato gli sbarchi di albanesi nel 1997? Incoerenza o semplicemente la posizione sulle politiche da adottare in base al ruolo che si ricopre (Berlusconi nel 1997 era all’opposizione)?
Gheddafi accoglie gli immigrati ripescati nel Canale di Sicilia e il ministro Maroni parla di risultato storico. Si conclude così l’operazione che ieri ha consentito alle navi italiane di riportare in Libia 227 clandestini partiti dall’Africa per raggiungere l’Italia.
«È una svolta nel contrasto dell’immigrazione clandestina per i flussi in partenza dalla Libia verso l’Italia e Malta», ha detto in una conferenza stampa al Viminale. Alla esultanza di Maroni ha fatto da contraltare la preoccupazione dell’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che ha rivolto un appello alle autorità italiane e maltesi affinchè continuino ad assicurare alle persone salvate in mare e bisognose di protezione internazionale pieno accesso al territorio e alla procedura di asilo nell’Unione europea.
L’Alto Commissario, Antonio Guterres, ha puntualizzato inoltre che il respingimento delle navi con gli immigrati rappresenta un radicale mutamento nelle politiche migratorie del governo italiano e ha puntato l’indice sulla mancanza di trasparenza nella gestione della vicenda. Il titolare del Viminale ha risposto indirettamente alle critiche: il «nuovo modello di contrasto in mare di chi cerca di arrivare illegalmente non ha a che fare con chi chiede asilo: i clandestini non arrivano sul territorio nazionale – ha aggiunto secco Maroni – ma vengono respinti alla frontiera, valutare le richieste di asilo non è quindi compito del governo italiano». Il ministro, non ha dubbi: si tratta di «polemiche infondate». «Che la Libia abbia deciso di accettare questa procedura – ha continuato il ministro – è grazie alla nostra diplomazia, al nostro governo e all’accordo bilaterale Italia-Libia: respingere chi cerca di entrare illegalmente in Italia è un’iniziativa molto più efficace per contrastare l’immigrazione clandestina e voglio che questo diventi il modello europeo per l’area del Mediterraneo nei confronti di tutti i paesi rivieraschi».
Maroni ha quindi annunciato che con il ministro degli Interni di Malta («un amico», ha specificato) e il commissario europeo Jacques Barrot sarà in Libia per definire i dettagli dell’accordo tra Roma e Tripoli che prevede anche il pattugliamento sulle coste africane: «Oggi ho avuto un colloquio cordiale con Malta e un accordo del genere risolverebbe anche i loro problemi». Il prossimo 14 maggio, ha poi annunciato Maroni, partiranno da Gaeta le 6 motovedette italiane che in base all’accordo siglato dall’Italia con la Libia saranno utilizzate per il pattugliamento congiunto. Il rimpatrio avvenuto tra ieri e oggi è una prova generale della strategia di contrasto che dovrebbe quanto meno servire ad arginare il flusso migratorio dal paese nordafricano. Maroni e il governo scommettono sulla tenuta dell’accordo con il leader libico Gheddafi.