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Archivio per la categoria ‘Cinema’

A Napoli nasce il “Nuovo Cinema Posillipo”

A dicembre vedrà la luce il “Nuovo Cinema Posillipo”, nato dalle ceneri dello storico cinema il cui ricordo nostalgico è ancora vivo nelle menti degli abitanti del quartiere, e non solo.

Sembra passata un’eternità da quando il Cinema Posillipo chiuse definitivamente, oltre 6 anni fa, ma la lunga attesa sembra anticipare quello che si prospetta come un grande evento. Il merito della rinascita del Cinema Posillipo va al giovane imprenditore Francesco Sangiovanni, classe 1980, che ha preso in gestione la sala nel 2005 e ha creduto fortemente nel suo sogno, nonostante i tanti impedimenti burocratici e non solo, fino a realizzarlo. Come l’imprenditore ci spiega “è un sogno che si avvera e, a dir la verità, da buoni napoletani siamo anche un po’ scaramantici. La mia famiglia vive qui a Posillipo da 5 generazioni e il ricordo del Cinema Posillipo era troppo forte e denso di significato per lasciare che un supermercato o un parcheggio prendessero il suo posto. Appena sono entrato all’interno della struttura ho sentito che questo luogo era nato per lo spettacolo. E’ stata dura portare a termine questa ristrutturazione, ma sono consapevole del fatto che il bello verrà con la riapertura”.

Il “Nuovo Cinema Posillipo” – la cui citazione del celebre film di Tornatore calza a pennello – è una bella scommessa, probabilmente già vinta in partenza nel momento in cui su di esso si rialzerà il sipario, soprattutto perché rappresenta una proposta unica e innovativa nel suo genere a Napoli. La ristrutturazione dell’immobile, trovato in completo stato di abbandono e decadimento, è stata affidata all’architetto Giancarlo Scognamiglio (già progettista di Med Maxicinema e Libreria Feltrinelli) il quale ha dato quel giusto tocco d’innovazione e modernità senza però cancellare il legame fondamentale con la storia del locale (datato 1956). Il locale è stato curato nei minimi particolari: avrà infatti un forte impatto illuminotecnico e un design molto ricercato. La chicca saranno le poltrone pieghevoli che, grazie alla loro collocazione su dei binari, all’evenienza potranno essere inglobate sotto il palco permettendo in questo modo di trasformare la sala cambiandole vestito; ma anche la terrazza con giardini pensili e vista sul mare.

“L’offerta del Nuovo Cinema Posillipo sarà improntata in particolare al cinema d’essai, d’autore e di sperimentazione, con proiezioni in alta definizione, ma la sala – spiega Francesco Sangiovanni – ospiterà anche spettacoli teatrali, musicali e di cabaret, offrendo inoltre la possibilità di organizzare convegni, eventi e cene di gala. Il nostro obiettivo è quello di creare un posto fruibile 24h”. La struttura sarà inaugurata nel mese di dicembre, il tempo necessario per portare a termine le ultime rifiniture, e si rivolgerà quindi ad un pubblico trasversale anche se il progetto ambizioso non nasconde una propensione per un pubblico d’elité. Ma la cosa più importante è che con l’ormai prossima riapertura del “Nuovo Cinema Posillipo” si chiude un altro capitolo amaro per la città di Napoli ridando nuova vita ad uno dei quartieri simbolo della città partenopea, grazie anche alle nuove leve dell’imprenditoria giovanile napoletana.

Alessandro Ingegno

da Corriere del Mezzogiorno

cinposillipo

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A dicembre nasce il “Nuovo Cinema Posillipo”

A dicembre vedrà la luce il “Nuovo Cinema Posillipo”, nato dalle ceneri dello storico cinema il cui ricordo nostalgico è ancora vivo nelle menti degli abitanti del quartiere, e non solo.

Sembra passata un’eternità da quando il Cinema Posillipo chiuse definitivamente, oltre 6 anni fa, ma la lunga attesa sembra anticipare quello che si prospetta come un grande evento. Il merito della rinascita del Cinema Posillipo va al giovane imprenditore Francesco Sangiovanni, classe 1980, che ha preso in gestione la sala nel 2005 e ha creduto fortemente nel suo sogno, nonostante i tanti impedimenti burocratici e non solo, fino a realizzarlo. Come l’imprenditore ci spiega “è un sogno che si avvera e, a dir la verità, da buoni napoletani siamo anche un po’ scaramantici. La mia famiglia vive qui a Posillipo da 5 generazioni e il ricordo del Cinema Posillipo era troppo forte e denso di significato per lasciare che un supermercato o un parcheggio prendessero il suo posto. Appena sono entrato all’interno della struttura ho sentito che questo luogo era nato per lo spettacolo. E’ stata dura portare a termine questa ristrutturazione, ma sono consapevole del fatto che il bello verrà con la riapertura”.

Il “Nuovo Cinema Posillipo” – la cui citazione del celebre film di Tornatore calza a pennello – è una bella scommessa, probabilmente già vinta in partenza nel momento in cui su di esso si rialzerà il sipario, soprattutto perché rappresenta una proposta unica e innovativa nel suo genere a Napoli. La ristrutturazione dell’immobile, trovato in completo stato di abbandono e decadimento, è stata affidata all’architetto Giancarlo Scognamiglio (già progettista di Med Maxicinema e Libreria Feltrinelli) il quale ha dato quel giusto tocco d’innovazione e modernità senza però cancellare il legame fondamentale con la storia del locale (datato 1956). Il locale è stato curato nei minimi particolari: avrà infatti un forte impatto illuminotecnico e un design molto ricercato. La chicca saranno le poltrone pieghevoli che, grazie alla loro collocazione su dei binari, all’evenienza potranno essere inglobate sotto il palco permettendo in questo modo di trasformare la sala cambiandole vestito; ma anche la terrazza con giardini pensili e vista sul mare.

“L’offerta del Nuovo Cinema Posillipo sarà improntata in particolare al cinema d’essai, d’autore e di sperimentazione, con proiezioni in alta definizione, ma la sala – spiega Francesco Sangiovanni – ospiterà anche spettacoli teatrali, musicali e di cabaret, offrendo inoltre la possibilità di organizzare convegni, eventi e cene di gala. Il nostro obiettivo è quello di creare un posto fruibile 24h”. La struttura sarà inaugurata nel mese di dicembre, il tempo necessario per portare a termine le ultime rifiniture, e si rivolgerà quindi ad un pubblico trasversale anche se il progetto ambizioso non nasconde una propensione per un pubblico d’elité. Ma la cosa più importante è che con l’ormai prossima riapertura del “Nuovo Cinema Posillipo” si chiude un altro capitolo amaro per la città di Napoli ridando nuova vita ad uno dei quartieri simbolo della città partenopea, grazie anche alle nuove leve dell’imprenditoria giovanile napoletana.

Alessandro Ingegno

da Corriere del Mezzogiorno

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Passaggio a Nord-est

22 Settembre 2009 Alessandro I. Lascia un commento

Un evento storico, un sogno realizzato o un incubo a seconda dei punti di vista. Beluga Fraternity e Beluga Foresight, due navi commerciali tedesche da 12 mila tonnellate partite in luglio dalla Corea del Sud, stanno arrivando nel porto olandese di Rotterdam. È la loro destinazione finale; sabato scorso erano approdate a Yamburg, in Siberia, scaricando materiali da costruzione e componenti per la siderurgia. Di storico c’è che si tratta del primo viaggio commerciale che, doppiato lo stretto di Bering, abbia affrontato con successo il leggendario Passaggio a Nord-Est. Questo collegamento fra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico per 500 anni è parso alle nazioni marinare un sogno, in grado di accorciare le rotte cargo dall’Estremo Oriente all’Europa di oltre 4.000 miglia nautiche rispetto al passaggio dal Canale di Suez. Ma era un sogno impossibile, a causa dei ghiacci. Pochi giorni fa il presidente del Gruppo Beluga ha dichiarato che non si tratta di un esperimento ma del primo passo verso l’apertura mondiale del passaggio.

Buon per loro. Quanto al pianeta, per usare le parole dell’equipaggio di Artic Sunrise la nave di Greenpeace, «non c’è proprio niente da festeggiare, semmai molto da fare perché questa è un’altra prova del riscaldamento del clima». È infatti lo scioglimento senza precedenti dei ghiacci artici ad aver reso possibile la navigazione. La riduzione in dimensioni e spessore della calotta polare sono un dato costante degli ultimi decenni. Il viaggio delle due Beluga è «un trionfo per l’uomo, un disastro per l’umanità» titola il quotidiano inglese The Independent parafrasando la famosa frase di Neil Armstrong dalla Luna e parlando di «cupa pietra miliare verso la catastrofe ambientale». Lo scioglimento estivo del ghiaccio nell’Artico si è ampliato e accelerato, aprendo canali prima impraticabili.

Per la storia, lassù molte spedizioni di esploratori finirono in tragedie(…). Ma il disastro climatico è cosa di oggi.

Il passaggio è stato attraversato senza alcun incidente malgrado sia stata una «prima assoluta». Non una passeggiata comunque. Le due navi hanno incontrato vaganti banchi di ghiaccio che definiremmo «superstiti», nebbia, neve, iceberg traditori emergenti per solo un metro. Le hanno assistite due navi rompighiaccio fornite dalla Russia (la nuova rotta potrebbe trasformare le fortune economiche di Mosca, che ora spera in una «corsa all’Artico», con la rotta a Nord-Est in competizione con Suez e Panama).

Certo le miglia e dunque la nafta risparmiate (in soldoni 92 mila dollari per ognuna delle due Beluga, dice la compagnia) se moltiplicate per l’enormità di viaggi che solcano gli oceani significano meno gas serra emessi in atmosfera. Ma sarebbe molto più efficace ridurre la circolazione di merci. Inoltre, la riduzione dei ghiacci renderà più facili le esplorazioni e le estrazioni petrolifere al fondo del mare. Molto attive in Alaska e Canada la Royal Ducth Shell e la Bp. Così l’economia fossile, causa del disastro climatico, prospererà. Un perfetto circolo vizioso.

da IlManifesto

Ultima chiamata – da L’Unità

Il Chavez che conosco e i media italiani

10 Settembre 2009 Alessandro I. Lascia un commento

La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Hugo Chavez, per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perché.

La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo.

Questa informazione è, infatti, così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola nel raccontare le persone e riferire i fatti che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi, per esempio, perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, cioè un regista aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo che lo circonda, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Hugo Chavez appunto, al brasiliano Lula da Silva, all’argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor , all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguayano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti in qualche modo protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento che, secondo tutti gli indicatori internazionali, sta spingendo l’America latina verso un riscatto, storicamente atteso dal tempo delle conquiste coloniali di Spagna e Portogallo, e non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.

Oliver Stone compie questa traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano.

Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito “Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come ’non democratici’, perché le loro nuove scelte economiche e politiche nuocciono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo”.

Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione.

Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo, della battuta, insomma del niente.

Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.

In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare, per esempio, che i leaders progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone e che sono sembrati tutti dialetticamente più preparati dei nostri saccenti politici, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti, distratti da due guerre inventate in Oriente, hanno perso di vista il “cortile di casa”. Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leaders democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dai governi degli Stati uniti.

Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione.

Il Giornale di Berlusconi aveva per esempio un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava: ”Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime”. Una simile dizione che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili, con l’appoggio degli Stati uniti, della tragedia dei desaparecidos, è infatti fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché oltretutto Chavez, come sa chi fa un giornalismo onesto, è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. E’ un dato, questo, che per chiarezza dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono.(…)

A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente degli Stati uniti Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.

A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia, per esempio, veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. “Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio” – ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione. “Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati uniti?”.

Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti, ignari di quello che succede nel mondo, si addentrino su questi argomenti quando incrociano Chavez, ma mi aspetterei più correttezza almeno quando si affrontano problemi come quello dell’informazione in Venezuela.

Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e perfino parte della Chiesa tentò il colpo di stato contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento le tv, per il 95% in mano all’imprenditoria privata ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati.

Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente il permesso non è stato rinnovato.

Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.

Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.

di Gianni Minà

Chavez riconosce indipendenza Abkhazia e Ossezia del sud – da laStampa

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Scontri alla Mostra del cinema di Venezia

Momenti di tensione e scontri ieri pomeriggio davanti all’Hotel Des Bains, al Lido, tra la polizia e i partecipanti a Global Beach. Quattro dimostranti sono rimasti contusi: uno di loro, disabile, è stato medicato al Pronto soccorso a causa di un colpo di manganello ricevuto alla testa.

Era stata annunciata una protesta pacifica, una «street parade» contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo e contro il precariato culturale. Il corteo è partito dalla sede di Global Beach, a San Nicolò, poco dopo le 16 e doveva raggiungere la sede della Mostra, fermandosi poco prima dell’inizio dei cantieri. I manifestanti hanno effettuato poi un lungo sit-in davanti alla rotonda del Blue Moon. Tutto sembrava tranquillo e il corteo aveva ripreso a muoversi verso Lungomare Marconi. Poi l’imprevisto: i dimostranti hanno deciso di entrare all’Hotel Des Bains e occupare una stanza, simbolicamente, per illustrare le motivazioni della protesta. Ma la polizia, appena ha visto i giovani avvicinarsi all’ingresso e alla recinzione dell’albergo, ha effettuato una carica. Le biciclette parcheggiate davanti all’albergo sono finite a terra nel parapiglia generale, mentre gli agenti colpivano con il manganello. Il bilancio finale vede un ragazzo finito all’ospedale – subito dimesso, dopo una medicazione – e altri tre feriti. Una ragazza è rimasta contusa alla spalla.

La situazione, dopo alcuni minuti di forte tensione, si è stabilizzata e i manifestanti hanno iniziato a indietreggiare, mentre davanti a Lungomare Marconi la polizia bloccava la strada. Tra i passanti che uscivano dagli stabilimenti balneari c’è stato un fuggi-fuggi generale: la gente era preoccupata di quanto stava accadendo.

Da fonti di polizia si è saputo che è stata sequestrata una catena, mentre un agente risulta contuso. La polizia ha inoltre dichiarato che alcune biciclette sono state lanciate contro gli agenti. La Questura sta inoltre vagliando le posizioni di alcuni dei manifestanti per una eventuale denuncia. Ambienti della Questura fanno sapere che da parte dei manifestanti ci sarebbe stata una «sistematica ricerca dello scontro».

I ragazzi di Global Beach si sono poi diretti con un furgone lungo il Gran Viale, fino ad arrivare al piazzale per poi tornare indietro. «Quest’azione è il simbolo di come in questo Paese esista la repressione culturale: hanno voluto colpirci deliberatamente per bloccare una protesta giusta, che vuole dare dignità a tutti coloro che lavorano all’interno del precariato culturale», hanno dichiarato i manifestanti, attraverso il sound sistem posto sul camion. Oggi si svolgerà a mezzogiorno una conferenza stampa a Global Beach. Le dichiarazioni su quanto è accaduto non si sono fatte attendere. L’assessore comunale alla Cultura Luana Zanella si è detta preoccupata di quanto è accaduto: «Mi sembra che da parte delle forze dell’ordine ci sia stata una gestione dell’ordine pubblico assolutamente inadeguato, sproporzionato. Sono preoccupata per quanto è accaduto. Ci sono due mondi a confronto – ha detto – quello dei privilegiati dei protagonisti che sono in questi giorni alla Mostra e quello dei ragazzi che con difficoltà cercano lavoro nel mondo culturale, una differenza che deve far riflettere». Il consigliere comunale Beppe Caccia ha dichiarato: «E’ gravissimo quanto successo al Lido: per la prima volta dal 1968 l’inaugurazione della Mostra del Cinema è stata sporcata dalle violenze ingiustificate delle forze dell’ordine contro una pacifica manifestazione. Ignobile è l’episodio del ferimento alla testa di uno studente universitario disabile»

da Informare per resistere

Stampa francese:”La Mostra di Venezia apre con un film indigesto finanziato da Berlusconi”

Anteprima nazionale di “Sex Pistols:There always’ll be an England” al Film Festival di Napoli

Al Napoli Film Festival grande anteprima nazionale del documentario “The Sex Pistols:There’ll always bea n England” proiettata al Castel Sant’Elmo per il pubblico partenopeo che, nonostante l’evento, reagisce con una scarsa partecipazione.

Avrebbe dovuto esserci il pubblico delle grandi occasioni, ci si aspettava esperti di punk e nostalgici del genere anarchico accalcarsi per un posto in prima fila, ma così non è stato. Il regista Julien Temple non si è visto per l’incontro con la stampa, e probabilmente buona parte della colpa di questo flop va all’organizzazione per aver creato incertezza su data e orario della proiezione del documentario, oltre che per la scarsa diffusione dell’evento. Il pubblico è stato l’elemento mancante dell’anteprima nazionale del filmato di Julien Temple, “The Sex Pistols:There’ll always be an England” ma, paradossalmente, il pubblico inglese che ha assistito veramente alla reunion live del gruppo punk alla Brixton Academy di Londra, è posto al centro del documentario. Perché il lavoro di Temple non è una semplice e ripetitiva celebrazione dei Sex Pistols, che sul palco sono ancora dei leoni indomiti, bensì una complessa ricerca dell’espressione, del viso, dell’emozione catturata tra il pubblico durante l’intera durata del concerto. Julien Temple dopo aver seguito passo dopo passo la storia del gruppo punk, averne raccontato la costruzione a tavolino da parte del manager ( in “La grande truffa del rock‘n’roll”) e averne raccontato tutta la storia nella sua interezza (in “Oscenità e furore”) in questo probabile ultimo capitolo concentra il suo lavoro sul pubblico, dandogli una parte di primo piano nel suo documentario. Questa prospettiva del regista ci fa scoprire ad esempio che la maggior parte dei londinesi che hanno fatto la fila per assistere all’evento sono giovanissimi – anche se i meno giovani non mancano! – e potrebbero essere i figli dei quattro musicisti, ma hanno le idee chiare su cosa sia il punk: rabbia, pogo e sudore. La differenza generazionale si vede, perchè sotto al palco non si scatenano più le riot che hanno reso famoso il punk, ma il pubblico si rende protagonista intonando la nazionalista There always be an England, oppure facendo sky-surf sotto gli occhi di un Johnny “Rotten” Lydon ancora graffiante e coinvolgente. Momento clou del concerto il delirio durante l’esecuzione delle memorabili God save the Queen e Anarchy in the Uk. Un lavoro di questo stampo sarebbe potuto essere girato solo con pochi altri gruppi, ma sicuramente in nessun’altra città che non sia Londra:il centro da cui nascono mode, stili e generi musicali esportati in tutto il mondo. Da ormai quattro decenni.

Alessandro Ingegno

da Campaniasuweb

“Gomorra” e “Il Divo” premiati a Cannes

Cannes torna a premiare il cinema italiano. E lo fa alla grande, anche se non con la Palma d’oro. Gomorra di Matteo Garrone ha ottenuto il Grand Prix e Il divo di Paolo Sorrentino il premio della giuria, oltre a quello per i valori tecnici. Il cinema di casa nostra ha quindi messo a segno una doppietta, un successo che riporta alla vittoria ex aequo del 1972, quando la Palma fu divisa tra Il caso Mattei di Francesco Rosi e La classe operaia va in paradiso di Elio Petri.
Di fronte al successo di Gomorra e Il divo, il presidente della Repubblica parla di “grande ritorno del cinema italiano ai momenti gloriosi della sua storia”. “Il riconoscimento a entrambi i film in concorso – commenta il Capo dello Stato – costituisce un successo straordinario che premia e incoraggia tutti coloro che fanno cinema in Italia. In particolare, volendo esprimere un mio forte sentimento personale, dico che Gomorra, film di verità e di dolore su Napoli, mai come in questo momento interroga e stimola le nostre coscienze”.

I commenti dei protagonisti. Tra i favoriti della vigilia c’era anche Toni Servillo, interprete sia di Gomorra che del Divo. L’attore non sembra particolaremente deluso per non essere stato premiato: “Mi considero il portafortuna di Paolo Sorrentino e Matteo Garrone”, dice. E poi sottolinea il valore dei due film, anche dal punto di vista sociale: “Era dal ‘72 che due italiani non vincevano due premi così importanti: il cinema italiano torna con un linguaggio moderno a parlare della realtà e se ne sono accorti in tutto il mondo“.
Matteo Garrone ringrazia “tutte le persone che hanno partecipato al progetto, ma soprattutto Roberto Saviano, che mi ha dato la possibilità, attraverso le atmosfere del suo libro, di fare questo film”. Poi sottolinea il filo che unisce il suo all’altro film italiano premiato: “Condivido molte cose con Paolo Sorrentino, che ha vinto con il suo Divo. Abbiamo un’idea di cinema che ci lega. Due film italiani vincitori a Cannes è un segnale importante per il nostro cinema”.

Paolo Sorrentino non rinuncia invece a una battuta: “Ora che ho vinto questo importante premio, in Italia crescerà di sicuro il numero delle persone contente… Forzatamente contente…”. E ai giornalisti stranieri che gli chiedono perché ha voluto raccontare la storia di Giulio Andreotti, il regista napoletano risponde che “Andreotti è uno dei personaggi più rappresentativi dell’Italia e parlando di lui era più facile fare un film sul nostro paese”. “Giulio Andreotti è del resto un personaggio incredibilmente cinematografico – continua Sorrentino – e raccontare gli anni del suo potere mi ha dato l’opportunità di parlare di un periodo sconvolgente per l’Italia, un periodo sul quale ritenevo fosse importante tornare per capire qualcosa in più dell’Italia di ieri ma anche di quella di oggi”.